Indipendentemente da ogni possibile tipo di approccio e dal punto di vista su cui fondare la propria analisi, preferenziale o critica, è bene ricordare che anche il remake di Resident Evil 3 è figlio di quell’incredibile rinascimento creativo che ha investito Capcom negli ultimi cinque anni: questo è un dato di fatto, che sta a monte di tutto quanto e che non andrebbe mai dimenticato o tenuto in scarsa considerazione. Eppure, nonostante l’aspetto moderno, anche questo rifacimento poggia ben saldi i suoi fondamentali sull’originale del 1999, che all’epoca aveva tanto fatto discutere per la sua svolta action, contrapposta agli enigmi e all’anima più cervellotica del suo diretto predecessore e midquel (col quale, rispetto a oltre 20 anni fa, i rapporti di forza sono rimasti clamorosamente invariati). In un’epoca in cui il concetto stesso di espansione era ben diverso da oggi, Resident Evil 3: Nemesis pareva un immenso DLC di Resident Evil 2 e si prestava al contempo a numerose chiavi di lettura, molte delle quali lo spingevano in una direzione del tutto opposta dal semplice “less” of the same. Sembra quasi romantico dirlo, ma da un punto di vista produttivo i due titoli sono usciti più o meno allo stesso modo un ventennio più in là, con il terzo destinato suo malgrado a far discutere e a rompere un equilibrio ben consolidato.

Se è vero che la rocambolesca fuga da Raccoon City della vulcanica Jill Valentine è destinata ancora una volta a vivere all’ombra di quella di Leon Kennedy e Claire Redfield, perché incapace di giocare nello stesso campionato in termini di puro game design, è anche vero che proprio per questo motivo, giunti ai titoli di coda – che ripropongono, reimmaginate, le stesse, iconiche note – diventa difficile non provare un irrefrenabile moto d’affetto nei confronti di questo secondo remake, sbocciato a onor del vero già nel prologo in visuale soggettiva, una vera e propria chicca per appassionati che fa il verso ad alcune sezioni dell’originale.

Resident Evil 3 Remake

Tra i due, quello di Resident Evil 3 porta su schermo la riproposizione più fedele del titolo originale, nel bene e nel male, e ci permette anzitutto di cogliere in maniera più puntuale la confusione e l’annichilimento di Raccoon City: la città, sorpresa dall’esplosione del T-Virus e completamente lasciata in balia di sé stessa, diventa presto teatro di una desolazione pressoché onnipresente. Le strade pullulano di morte, con individui infetti che camminano o si rialzano ad ogni incrocio e in ogni angolo, auto sbandate e incidentate, fiamme che divampano ovunque e i primi frutti marcescenti del virus che cominciano ad emergere; in un simile scenario, con continui mutamenti che si susseguono nell’ordine di pochi minuti, ritroviamo una Jill Valentine impegnata nella più classica delle corse a perdifiato verso la salvezza, incastrata in una timeline quasi parallela alle scorribande di Leon e Claire.

Mai doma e dotata di una tenacia senza pari, Jill è capace di un’evoluzione un po’ diversa rispetto al passato – sebbene la storia vada a parare sempre alle solite conclusioni – e, a nostro giudizio, è caratterizzata talmente bene da aggiudicarsi senza troppe difficoltà la palma di miglior personaggio finora concepito nei nuovi Resident Evil, dal settimo capitolo in poi. L’eroina della S.T.A.R.S. è chiamata a collaborare con un manipolo di soldati dell’U.B.C.S., la milizia privata al soldo della Umbrella Corporation (deus ex machina che a Raccoon City tutto fa e tutto disfa), per provare a salvare il salvabile, in un contesto in cui è impossibile concedersi il lusso di scegliere da che parte schierarsi. Anche il principale co-protagonista, Carlos Oliveira, può – a differenza del titolo originale – essere controllato direttamente in un paio di sezioni, tra cui un fugace e nostalgico ritorno alla centrale di polizia della città, in piccola parte ancora esplorabile.

Resident Evil 3 Remake

Il cuore della storia, senza nulla togliere a Carlos – i due personaggi principali sono quelli che ci hanno convinto di più, specie nei loro azzeccatissimi redesign è focalizzato su Jill e sulla sua guerra di nervi senza esclusione di colpi contro un implacabile nemico, il Nemesis, versione alternativa del Tyrant: geneticamente modificato con l’ausilio di un organismo parassita, il colossale bestione riesce ancora ad essere una minaccia più che concreta in diversi momenti, pur quantitativamente ridotti rispetto all’opera originale, in cui la tensione che ne scaturiva era pressoché costante.

La sua presenza è dilazionata in maniera molto diversa da quella del carismatico Mr. X, il cui incedere a passi pesanti e ritmati, quasi flemmatico ma inesorabile, scandiva l’esplorazione della centrale: Nemesis, al contrario, compare solo ogni tanto in una vicenda che progredisce in maniera perlopiù lineare, ma può correre, compiere enormi balzi, utilizzare i suoi tentacoli per attaccare anche da lontano e – in forma umanoide – fare uso di armi. Peccato che solo la prima parte in sua “compagnia” riesca a trasmettere una certa inquietudine e insicurezza: via via che diventa più “animalesco”, infatti, il nostro Persecutore (maiuscola non casuale) si fa anche meno pericoloso. Se si esclude l’introduzione, davvero ben fatta e con momenti al cardiopalma, la sua ingombrante partecipazione alla sceneggiatura è riconducibile a un paio di ansiogeni inseguimenti – che possono essere affrontati con furbizia e l’ausilio di qualche granata ben assestata – e a qualche boss fight abbastanza ben strutturata e al contempo spiccatamente tradizionale, che segue le terrificanti mutazioni dell’essere ed è ambientata ora sul tetto di un alto edificio, ora nella piazza della torre di St. Michael, ora nel complesso industriale della Umbrella.

Resident Evil 3 Remake

Proprio il Nemesis, e con lui le sequenze di cui è protagonista, tanto coreografiche quanto guidate, sono il primo indizio di come Resident Evil 3 Remake faccia diverse cose peggio del predecessore (a livello intrinsecamente ludico e mancando dei soliti, fini accorgimenti di design), ma anche qualcuna – insospettabilmente – meglio. Cerchiamo di fare chiarezza. La componente legata alla risoluzione di puzzle più o meno complessi, parte piuttosto consistente dell’esperienza offerta dal secondo capitolo, è stata ad esempio del tutto eliminata, discostandosi in piccola parte anche dal titolo originale, che pure ne manteneva qualcuno in determinati momenti. La sequenza all’interno della torre dell’orologio, una delle più iconiche del titolo originale, è stata del tutto stralciata dal prodotto finale, pur non apportando sostanziali modifiche alla storia, in favore dell’ennesimo scontro altamente spettacolarizzato contro il Nemesis nella piazza antistante: un vero peccato, se si considera che proprio in quella sezione il team avrebbe potuto sbizzarrirsi inserendo qualche enigma degno delle origini e del buon nome della serie.

Al contrario, l’intera parte centrale dell’avventura è quasi sempre gestita in maniera parecchio semplicistica, senza che né la conformazione degli scenari (che si mantiene sempre su livelli basilari) né una qualche sezione un minimo più riflessiva intervengano a spezzare per un attimo il fiato. A giovarne, tuttavia, è senz’ombra di dubbio il ritmo generale, che si mantiene su livelli altissimi dall’inizio alla fine e fa sembrare Resident Evil 3 Remake ancor più corto di quanto effettivamente non sia. Nella primissima run l’avventura può essere completata in circa 5-6 ore effettive, senza contare quindi le parti ripetute morendo, che possono far schizzare il computo totale a 7-8. Iniziare da subito in modalità Estrema è non soltanto consigliato, ma praticamente obbligatorio, anche per via della generosa quantità di proiettili e oggetti curativi a disposizione, spesso disseminati in modo strategico prima di sequenze problematiche e ricche di presenze ostili. In Standard, con ancor più oggetti a disposizione (in Assistita si può addirittura cominciare da subito con il fucile d’assalto nell’arsenale), si rischia di snaturare completamente lo spirito del gioco, perdendo ogni briciolo di tensione residua scaturita dalla possibilità di morire in un batter d’occhio e dal brivido alla base di ogni corpo a corpo contro un qualsiasi nemico.

Resident Evil 3 Remake

La meccanica centrale del sistema di sparatorie è infatti proprio il counter assegnato al dorsale destro, manovra introdotta per dare ulteriore brio a scontri già più pepati del normale, che poche volte si risolvono con l’intelligenza e non con elevate dosi di piombo. Più nello specifico, Jill ha ha disposizione la classica schivata, mentre Carlos (che, sulla sua breve strada, non incrocia mai il Nemesis pad alla mano) può utilizzare un vero e proprio pugno in grado di stordire e atterrare il nemico di turno. Premendo il relativo tasto con il giusto tempismo è possibile eseguire un contrattacco perfetto (che, nel caso di Jill, attiva un momentaneo bullet time) in modo da rispondere efficacemente quasi a ogni attacco, anche quelli di alcune – non tutte – fra le varie mostruosità che di tanto in tanto si sostituiscono ai classici zombi, come gli Hunter disseminati per l’ospedale o i Licker nella centrale.

Entrambe le loro abilità uniche funzionano piuttosto bene, anche troppo: la finestra, infatti, è molto ampia, ma ciò non le rende mosse di cui è possibile abusare, arrivando ai livelli quasi trash, da B-movie d’azione, propri di Resident Evil 5 e 6. Continuando con il parallelo cinematografico, RE 3 Remake ricorda invece – anche a livello registico, in alcuni momenti – più un film catastrofico alla Cloverfield, tra situazioni concitate che non si ha tempo di fermarsi ad approfondire e misteri in apparenza irrisolvibili. Il gioco stesso, del resto, strizza l’occhiolino a questa definizione, ironizzando – tramite alcuni poster promozionali nella metropolitana – sul dramma in corso fuori, per le strade e i vicoli bui della città.

Il rovescio della medaglia per quanto riguarda i summenzionati counter, invece, sta nel fatto che l’aver pensato il combattimento in salsa più action e movimentata rende del tutto inutile il caro vecchio coltello, già di per sé diventato arma “tradizionale” e impossibile da rompere: noi non lo abbiamo mai utilizzato per tutta la durata del gioco, rinunciando presto o tardi a tenerlo nell’inventario perfino per rompere le proverbiali casse di legno, e riponendolo quindi nei depositi disseminati nelle safe room. Almeno, abbiamo fatto così per il primo playthrough: dal secondo in poi è possibile sbloccare il coltello con danni aggiuntivi da fuoco, che infligge danni molto più marcati: in quel caso, però, si tratta comunque di un parametro connesso alle vibrazioni arcade dell’opera e non tanto a un effettivo studio o bilanciamento a livello di combat system, come era stato fatto per i coltelli del secondo capitolo, utilizzabili per eseguire un contrattacco.

Resident Evil 3 Remake

In media, come accennavamo un paio di paragrafi più su, la storia dura poco più di una delle due campagne di Resident Evil 2. Per fortuna, però, la rigiocabilità è abbastanza consistente, anche grazie alle sfide e agli oggetti ottenibili, per l’appunto, nel Negozio, tra cui diverse armi fuori di testa e addirittura un lanciarazzi dai proiettili infiniti che agevola non poco le speedrun. Sul costo – e sulla longevità – finale incide anche l’inclusione nel pacchetto di Resident Evil Resistance. Piuttosto, è decisamente criticabile la decisione di Capcom di stabilire un prezzo di lancio fissato ancora a 60 euro (70 – ufficiali ma non rispettati da alcun retailer – per la versione fisica su console), davvero troppi in relazione alla quantità di contenuti. Rendere opzionale il – pur divertente – multiplayer asimmetrico, che chiaramente non interessa a tutti, e uscire da subito sul mercato a 50 euro sarebbe stata, con ogni probabilità, una mossa commercialmente più corretta.

Dal punto di vista tecnico Resident Evil 3 Remake si mantiene grossomodo sui medesimi livelli di un anno fa, compiendo qualche passo avanti sotto il profilo dell’effettistica e dell’illuminazione. A livello di pulizia generale abbiamo però intravisto alcune inesattezze e increspature assenti nel remake dello scorso anno, che a tratti hanno inciso – fortunatamente in maniera non fastidiosa – anche sul gameplay. La scattosità delle animazioni oltre una certa distanza e qualche incertezza con le hitbox sono problemi figli della particolare strutturazione del gioco, che, se da un lato consente di avere ambienti di più ampio respiro e localizzati spesso all’esterno, dall’altro mette a nudo i (pochi) limiti tecnologici del RE Engine, che pure dimostra ancora una volta di essere un motore eccezionale in termini di modellazione poligonale, estremamente scalabile e soprattutto versatile, almeno fino ad oggi.

Nonostante siamo ben consapevoli che anche chi non è dotato di un PC all’avanguardia potrà fruirne senza troppi problemi (potete stare tranquilli, in tal senso), noi lo abbiamo giocato su una configurazione di prova di certo rappresentativa dell’hardware medio: un i9-9900K affiancato a una 2080 Ti e a 32 GB di RAM overclockata a 3200 MHz. Impostando la risoluzione a 1440p e i dettagli al massimo (con lo spazio in VRAM riservato alle texture settato su “Alto” e 3 GB) siamo riusciti a mantenere il frame rate ancorato ai 144 FPS concessi dal refresh rate dello schermo su cui l’abbiamo giocato. Le impostazioni non dispongono di un benchmark integrato, anche se l’elenco di opzioni a disposizione per personalizzare l’esperienza in base alle proprie esigenze è praticamente sterminato. Oltre al PC, abbiamo poi avuto modo di provare Resident Evil 3 Remake anche su Xbox One X. In questo caso il lavoro svolto soffre un po’ della decisione di Capcom di puntare a tutti i costi alla risoluzione 4K. Se dal punto di vista visivo la versione per la console di punta di Microsoft non ha nulla da invidiare a quella desktop, a soffrirne è inevitabilmente il frame rate, che, se nel predecessore era granitico a 60 FPS, qui oscilla tra i 35 e i 50. La casa madre ha però confermato di essere a conoscenza del problema e di star lavorando a una patch che dovrebbe impostare il rendering su una scala intermedia tra i 1440p e i 2160p (probabilmente attorno ai 1600p), che dovrebbe stabilizzare la situazione.

Va poi menzionato l’ottimo lavoro svolto con il doppiaggio italiano, che pareggia e a tratti addirittura supera la localizzazione nostrana di RE 2 Remake. La colonna sonora, invece, segue lo stesso stile poco invasivo, anche se le musiche – familiari – ascoltabili in prossimità delle macchine da scrivere, delle battaglie più iconiche e soprattutto dei crediti finali possono facilmente farvi battere il cuore.

Un discorso a parte, infine, lo merita Resident Evil Resistance, la modalità multiplayer abbinata a Resident Evil 3 Remake. Si tratta di un comparto multigiocatore asincrono, nel quale quattro sopravvissuti devono collaborare per sfuggire alle trappole del Mastermind (a sua volta controllato da un altro giocatore), in una specie di ibrido tra una sorta di escape room e un tower defense nel quale i quattro devono completare determinati obiettivi in un certo periodo di tempo per averla vinta, fronteggiando nel mentre un’orda di zombi e altre amenità schierate dal loro rivale. Il tutto, all’atto pratico, viene accompagnato da una struttura abbastanza classica, con power-up sbloccabili sia da un lato che dall’altro e uno stile visivo anonimo, che, nonostante il mantenimento del RE Engine, pare quasi slegato dal gioco principale. Calarsi nei panni del Mastermind, che è in grado di schierare un vero e proprio esercito (addirittura un Tyrant) per fermare i suoi avversari, può essere davvero divertente, anche perché nel suo caso non è – chiaramente – richiesta la coordinazione di squadra che invece serve ai quattro componenti dell’altro team per portare a casa la pelle. Il bilanciamento non è il punto forte di Resistance – anzi – e ciò potrebbe scoraggiare ulteriormente la creazione di una fanbase fidelizzata, che possa continuare a popolare i server per mesi, se non anni: così, invece, il rischio che questa modalità – che pure ha del potenziale- venga anzi abbandonata a sé stessa è purtroppo molto concreto.

Su Resistance, in verità, non c’è poi molto altro da dire: si tratta di una modalità che, per quanto in grado di allungare piacevolmente la longevità per qualche ora, non è pensata per durare all’infinito o per poter competere con videogiochi multiplayer più blasonati. È proprio la sua introduzione, inoltre, a spiegare il fatto che RE 3 Remake venga venduto a prezzo pieno: una simile mossa, sebbene comprensibile in termini di valore assoluto, non è altrettanto giustificabile se si pensa a tutte quelle persone che non sono interessate a Resistance; quest’ultimo, anzi, può tranquillamente essere considerato un “corpo estraneo” al pacchetto finale per la grande maggioranza dei giocatori.

Requisiti di sistema minimi:
Sistema operativo: Windows 7 / 8.1 / 10 a 64 bit
CPU: Intel Core i5-4460 / AMD FX-6300 o superiore
GPU: NVIDIA GeForce GTX 760 / AMD Radeon R7 260x con 2 GB di memoria video
Memoria RAM: 8 GB (minimo)
DirectX 11

PRO CONTRO
  • Fedele all’atmosfera originale e a tratti capace di sovrastare anche il secondo capitolo
  • Orchestrato in maniera impeccabile nella prima metà, compresi gli incontri – non tanti – con il Nemesis
  • Gameplay migliorato e non inficiato dai piccoli problemi tecnici del RE Engine
  • Jill è finora il miglior personaggio del nuovo corso di Resident Evil
  • Troppo breve e costoso in relazione ai contenuti
  • Perde completamente la componente puzzle, che avrebbe potuto essere inserita nella torre dell’orologio
  • Nella seconda metà il Nemesis viene ricondotto al ruolo di banale e tradizionale boss
  • Resistance può essere divertente sulle prime se si gioca nei panni del Mastermind, ma stufa presto
Conclusione
Resident Evil 3 Remake
8
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Nato nello scorso millennio con una console fra le mani e rimasto confinato per molti anni nel mondo distopico della Los Angeles del 2019, ne è infine venuto fuori per divulgare al mondo intero le sue più grandi passioni: il videogioco in tutte le sue forme, il cinema (quello vero) e Dylan Dog.