Alla Games Week 2019 mettemmo mano a Doom Eternal, già si riusciva a intravedere uno spiraglio di cosa potesse rappresentare un titolo del genere all’interno del panorama attuale. Accennammo al fatto che lo sparatutto in questione fosse una perfetta commistione fra vecchio e nuovo, passato e futuro, morto e vivo. Ebbene, giocando Doom Eternal con più calma, senza la fretta della fiera, senza trasognare davanti ad uno Slayer completamente potenziato e armato di tutto punto, possiamo continuare il discorso lasciato in sospeso da settembre.
Id Software si riconferma necromante provetta, resuscitando ancora una volta Doom e infondendolo di nuova vita per farlo sparare e vibrare di nuovo con rinnovato fervore.

Tenendo a mente tutta l’acqua che è passata sotto ai ponti, ogni declinazione possibile e immaginabile del genere di videogioco, forse, più popolare della storia dei videogiochi, il first person shooter, continua a ibridarsi per poter sopravvivere. Non intendiamo, attenzione, criticare chi cerca di utilizzare la formula adrenalinica (e a quanto pare vincente) dello sparatutto in prima persona per poi condire con altri ingredienti a piacere, in quanto esistono casi di meravigliose sintesi come Borderlands, che abbraccia la filosofia del RPG duro e puro dove conta il bottino e la sapienza del giocatore. Ma Doom cosa fa? Rifiuta tutto questo. Doom rimane fedele a se stesso e, anzi, sbatte continuamente in faccia al giocatore il suo spirito e il suo intento: voler restare “della vecchia scuola” e dimostrare che sono possibili altre declinazioni del genere FPS senza che questi si debba ibridare pesantemente con altro. Guardiamo assieme come mai Doom Eternal suscita queste riflessioni e, soprattutto, cosa significa essere davanti ad un titolo così diretto e senza peli sulla lingua che ha ancora molto da dire.
Doom Eternal è quello shooter che scende in cortile e buca il pallone degli altri sparatutto, per poi tornare in casa e ascoltare death metal.

Un bagno di sangue

Calarsi nei panni dell’arrabbiatissimo Doom Slayer, lo diciamo fin da subito, è dannatamente divertente. Ogni livello completato pompa ancora più adrenalina del precedente, gli scontri si fanno sempre più frenetici e veloci e avremo sempre più sangue demoniaco sulle mani. Giocare a Doom Eternal è un’esperienza di gameplay che gli appassionati di FPS dovrebbero almeno tentare. Al di là della spettacolarità generale, un alternarsi perfetto tra corpo a corpo e distanza, il gioco possiede una logica perfettamente coerente e, tolta la patina superficiale, Doom Eternal si rivela essere un titolo che è necessario saper padroneggiare per poter essere completato. Non tanto perché ci si trovi davanti ad un titolo la cui difficoltà dipenda da un level design infelice, controlli approssimativi o semplicemente nemici troppo forti. Anzi, tutto il contrario.
Doom Eternal getta le fondamenta del suo game design su un ritmo ben preciso costruito attorno alle tre sue risorse primarie: salute, corazza e munizioni. Ciascuna delle tre è presente in quantità risibili e sarà lo Slayer stesso a doverle produrre.
Affinché ciò avvenga si devono, rispettivamente, effettuare 3 azioni principali: uccisioni epiche, incendiare i nemici con il lanciafiamme e usare la motosega. Il messaggio sullo schermo che notifica la scarsità di munizioni diverrà familiare e vi toccherà sfruttare quanto più possibile la motosega per non restare a secco e, allo stesso modo, occorre utilizzare il lanciafiamme in modo da massimizzare la quantità di corazza rilasciata dai nemici e sopravvivere. Lo stesso vale per le uccisioni epiche, un ottimo modo per ottenere salute e, più furbescamente, approfittare dell’animazione per ignorare qualche fonte di danno vicina.

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Ci servirà qualcosa di più di un piccolo lanciafiamme da spalla per questi…

Inoltre, effettuare uccisioni epiche in maniera consecutiva renderà possibile sferrare il Pugno di Sangue, un potente attacco ad area a corto raggio. Anche questo elemento è da tenere d’occhio nel marasma generale ed è caldamente consigliato sfruttarlo appena se ne ha l’occasione contro i demoni su cui è più efficace o per spazzare via un fastidioso assembramento davanti a sé. Ritagliarsi una momentanea via di fuga o aprirsi uno spiraglio di ossigeno non è una scelta sbagliata in Doom Eternal.

Come se non bastasse, ogni demone affrontato viene classificato nel Codex, elemento che ci siamo trovati a consultare molto più spesso rispetto al capitolo precedente. Ogni demone possiede la propria voce enciclopedica con in aggiunta consigli generali riguardanti le armi più efficaci con cui combatterlo o addirittura punti deboli. I cannoni dei Mancubus, la torretta degli Aracnotron o la bocca dei Cacodemoni sono solo alcuni dei punti deboli che il giocatore imparerà presto a riconoscere.

Doom Eternal è una danza mortale, ritmata, ragionata, in cui è necessario restare perennemente lucidi. Perdere il passo con l’andamento della battaglia, venir circondato dai demoni e non utilizzare le risorse, condurrà quasi certamente lo Slayer alla morte. Il giocatore non ha un attimo di tregua e deve rimanere costantemente consapevole di cosa accade alle sue risorse, oltre a quanto accade davanti a lui, e a doverle usare continuamente per restare in vita.
Il tutto avviene mediante una curva di apprendimento perfettamente affrontabile ma non per questo poco impegnativa: con il progredire della trama, gli scontri diventano un autentico caos di budella e proiettili, dove la soddisfazione per averli superati è direttamente proporzionale alla quantità di demoni abbattuti e all’adrenalina accumulata.
A tal proposito, lavora in perfetta sinergia la colonna sonora composta da Mick Gordon, che si riconferma il talentuoso compositore e arrangiatore di una riuscitissima colonna sonora che fonde industrial, djent e death metal. Oltre a ciò, vengono abbinati brani di ambient puri decisamente più tranquilli ma perfettamente funzionali a comunicare sensazioni di inquietudine e di imminente scontro.

Metallo ovunque. Anche nell’aria

Sbloccare o non sbloccare?

Doom Eternal fornisce un senso di progressione basato sull’avanzamento della capacità massima delle risorse, sullo sbloccare funzioni dell’armatura raccogliendo collezionabili e sulla personalizzazione delle armi. Senza scendere troppo nel dettaglio, per evitare una digressione lunga e inutilmente verbosa sul sistema di avanzamento del titolo, è importante sapere che Doom Eternal aggiunge un ulteriore livello sopra la solida base di gameplay prima accennata: il collezionabile è fortemente desiderabile. Tale concetto appare importante per Doom Eternal e dovrebbe essere il mantra per ogni altro gioco che si avvale di tale meccanica. Collezionare aumenta la potenza dello Slayer e, in altre occasioni, fornisce delle particolari chiavi per sbloccare un’arma dalla potenza formidabile. Token, Cristalli, Droni, Rune, Chiavi e Batterie sono in grado di sbloccare nuove feature che aiuteranno lo Slayer a fare a pezzi i demoni in maniera più efficente e brutale.

E sì, si collezionano anche dischi da ascoltare una volta tornati a casa.

Il progresso, quindi, è legato a filo doppio con lo spendere il proprio tempo e sospendere la caccia ai demoni senza, tuttavia, interrompere eccessivamente il ritmo del gioco. Investire, quindi, i propri Token delle Sentinelle nella ricerca di altri collezionabili è l’opzione più utile, in quanto lungimirante, che possiate intraprendere all’inizio del gioco. Anche se non tutti i potenziamenti ottenuti incidono con la stessa gravità sul gameplay, risultano comunque utili e degni di attenzione.

Altri collezionabili, invece, serviranno a facilitare la raccolta degli altri, ad esempio, permettendoci di “barare” ed essere più forti! Non preoccupatevi se perderete qualcosa per strada.

Proseguire nelle varie missioni sarà una progressione a sua volta. Attenzione, non solo è una progressione “nella trama” ma una vera e propria progressione per il personaggio e, nello specifico, per il suo arsenale. Oltre ai collezionabili sopra citati (che vanno scovati in giro per le mappe dei livelli), completando gli scontri si ottengono punti da spendere per migliorare le proprie armi, dotate di moduli da potenziare e, eventualmente, portare alla “maestria” in maniera identica a quanto accadeva nel precedente Doom. Tuttavia, e qui emerge la “vecchia scuola”, si possono ottenere punti per migliorare le armi anche tramite particolari eventi segreti. Alcuni di essi consistono in arene, i Cancelli Slayer, altri sono semplici eventi da completare entro lo scadere del tempo. È un espediente, quello del tempo, dal carattere molto nostalgico, che strizza l’occhio agli aficionados di lunga data non solo del brand ma dei videogiochi in generale. Tuttavia l’espediente del tempo limitato pare non sia mai stato eccessivamente popolare. Anzi, avremmo preferito sfide, magari, più ragionate e che non consumassero le risorse dello Slayer, che si ritrova ad avere sempre meno chances di completare gli eventi in questione ogni volta che fallisce.

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Nell’HUB, la Fortezza del Destino, è presente una camera dove verranno organizzati tutti i pupazzi da collezione che troverete.

Come se fosse un videogioco

Ma è nel level design che Doom Eternal tradisce in maniera indiscutibile il proprio spirito giocoso e vintage. Prendiamo un titolo che, ad esempio, ha allestito, all’incirca, la stessa ambientazione: Darksiders. La terra martoriata dall’apocalisse di Darksiders è un trionfo di level design da prendere d’esempio quando si vuole atturare uno scenario post-apocalittico. Pur con le dovute differenze, Doom Eternal, come anticipato, si fa dichiaratamente ludico e consapevole di essere videogioco. Se in Darksiders troviamo enigmi ambientali costruiti con pezzi dello scenario, lo sparatutto targato Id Software invece utilizza elementi standard, ben riconoscibili, piazzati appositamente per il giocatore, senza che ci sia un senso effettivo per cui essi si trovino lì.

Fiamme rotanti simili a quelle trovate nel Castello di Bowser, pertiche tutte identiche da cui si può prendere lo slancio, blocchi metallici con inciso sopra il pugno da spostare sono elementi che il giocatore identifica immediatamente e impara a cercare per risolvere i vari enigmi per scovare ogni collezionabile possibile o semplicemente proseguire nella missione.

Non è proprio il castello di Bowser. Giusto qualche morto impalato in più, per Feng-shui.

Scalata, scatto, doppio salto e pertiche sono responsabili, inoltre, di una costruzione dei livelli di più ampio respiro. Spezzando il ritmo con il gameplay-carneficina di Doom Eternal, tali elementi danno luogo a vere e proprie sezioni che sfociano nel platforming puro, che più di una volta ci hanno dato vertigini e fatto provare la sensazione del vuoto. Tali elementi influiscono anche nelle arene dove si fronteggiano i demoni, fornendo una molteplicità di approcci soddisfacente e garantendo la mobilità in perfetto stile FPS arena.

Pagine perdute in Doom Eternal

Giocando il reboot del 2016 mai ci saremmo aspettati un cambio di rotta della narrativa. Doom Eternal sembra voler spingere molto sulla costruzione di una trama, introducendo molte sequenze cinematiche, personaggi e dialoghi. Come se non bastasse, buona parte dei collezionabili è dedicata al riempimento del diario dello Slayer, ideato appositamente per veicolare quelle informazioni che la storia non riesce a raccontare. Tuttavia, il diario nasconde un vero e proprio mondo narrativo e, anche qui, il giocatore è invogliato a procurarsi ogni singolo oggetto per approfondire la conoscenza di ciò che sta diventando un vero e proprio Doom-verse. Tuttavia, vengono mostrati personaggi secondari di cui il giocatore non sa nulla e la sensazione di disorientamento e di essersi persi qualcosa è costante, specie quando le voci che spiegano chi siano quei personaggi sono frammentate in moltissimi pezzi.

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Il “personale diversamente mortale” ha invaso la terra. È tempo di farli sloggiare

La mancanza di avere sott’occhio il quadro completo durante l’arco della storia, sposta molto l’attenzione del giocatore sugli eventi e la storia, quando, invece, Doom ha come fulcro dell’esperienza proprio il momento in cui la storia rimane in silenzio. Il complotto dietro l’energia Argent, lo sterminio della razza umana e la diffusione della corruzione demoniaca dovrebbero restare un contorno contestuale che ci autorizza a fare a brandelli i demoni. In un mood generale dove il titolo non vuole prendersi sul serio, rimarcare il proprio appartenere alla vecchia scuola, fare casino e appendere chitarre e pupazzetti nella stanza personale dello Slayer, costruire una narrazione multimodale così frammentata non valorizza abbastanza il lavoro di scrittura dei creativi di Id Software. Anzi, lo penalizza.

Nonostante all’interno degli eventi di Doom Eternal siano presenti numerose chicche (specie per chi ha giocato i diversi precedenti titoli di Doom), la storia stride molto con le sessioni di gameplay puro, dato che cerca di sconfinare a più riprese. Doom Eternal ha voluto osare costruendosi una trama convoluta e piena di informazioni, contesti e rapporti ma avremmo preferito un approccio narrativo leggermente più asciutto e funzionale.

L’ingegneria di Id Software è la migliore al mondo

Senza esagerare, abbiamo trovato le performance di Doom Eternal più che stabili. Gli ambienti di gioco, ricchi di dettagli, non sono un ostacolo per un titolo che riesce a rimanere saldo a framerate elevati. Non un singolo stutter, sbavatura o incertezza nell’opera tecnica di Id Software, che ha curato minuziosamente un aspetto fondamentale del gioco che, se trascurato, poteva danneggiare l’esperienza con rallentamenti, scatti e problemi. Insomma, un gameplay frenetico e rapido come quello di Doom Eternal non poteva concedersi errori e, infatti, così è stato.

Doom Eternal
Notevoli anche gli scorci, che essi rappresentino macchine e demoni giganti trafitti a vicenda o pianeti martoriati dalle fiamme infernali

Dall’altro lato abbiamo un comparto artistico e di design che si fa ancora più esagerato e caricaturale del precedente. In particolar modo, troviamo disgustoso al punto giusto il Nido di Sangue principale, dove sembra di essere all’interno di un qualche strano e sovrannaturale organismo mostruoso. Qui l’inferno letteralmente “ha corpo” e diventa un ammasso di denti, carne, sangue e ossa. Addirittura, tornano alla memoria i ricordi del viaggio all’interno della Mente Suprema di Halo, dove si aveva la sensazione di trovarsi in un ibrido tra struttura architettonica e organismo.

PRO CONTRO
  • Gameplay adrenalinico e stimolante
  • Tecnicamente ineccepibile
  • Ottima gestione dei collezionabili e delle risorse
  • Narrativa frammentata e poco funzionale
  • Eventi a tempo concettosi