Il debutto su Steam di The Suicide of Rachel Foster segna la conclusione di un percorso, iniziato diversi anni fa, che, dall’altra parte della barricata, mi ha sempre visto in prima linea per seguirne lo sviluppo e dargli occhiate approfondite nel corso dei vari appuntamenti di settore in giro per l’Italia.
Da appassionato dei romanzi di Stephen King, il thriller di montagna di One-O-One Games e Daedalic Entertainment mi ha stregato fin dal primo momento, per la sua narrativa incalzante e magnetica, ma soprattutto per le tecniche, spiccatamente kubrickiane, che il videogioco usa per trasporre la sua storia su schermo.

Poco importa se gli sviluppatori sono italiani, e no, in questo caso non serve nemmeno tirare fuori chissà quali giustificazioni legate al ridotto budget a disposizione per perdonargli qualche ovvia mancanza produttiva, come talvolta certe frange di critica un po’ troppo compiacente fanno con gli studi di ridotte dimensioni. Al contrario, The Suicide of Rachel Foster sa camminare benissimo sulle sue gambe e punta a raccontare una storia dal ritmo incalzante e non banale, facendolo con originalità nei tempi e nei modi, senza mai annoiare.

L’atmosfera c’è, la neve fuori anche…

C’era una volta un hotel tra le montagne innevate…

Montana, 1993. Nicole Wilson, figlia dell’astrofisico amatore Leonard McGrath, torna dopo molti anni all’hotel di famiglia, sulle prime propaggini delle Rocky Mountains americane tra Helena e Missoula, intenzionata a venderlo e a separarsi una volta per tutte dall’eredità lasciatale dal padre e da un terribile passato.
Leonard aveva infatti intrapreso una relazione adulterina e sconveniente con la sedicenne Rachel Foster, figlia di un reverendo, innescando una serie di eventi che avrebbero portato all’apparente suicidio di quest’ultima e alla nascita di fitti misteri attorno alla vicenda, mai completamente chiariti. Nicole, inizialmente intenzionata a rimanere nell’albergo il tempo necessario per un sopralluogo propedeutico alla vendita, si ritrova – anche vista la tormenta di neve che la blocca sul posto – coinvolta in un’indagine volta a scoprire la verità e a mettere a tacere una volta per tutte ogni possibile diceria sulla macabra tragedia di un decennio prima.

La risposta, come scoprirà presto (e noi con lei), è tutt’altro che scontata: dall’incipit, la storia – di cui, ovviamente, non vi diremo null’altro – si dipana nell’arco di una decina di giorni, gestiti con “pause” e schermate nere che scandiscono e separano i principali momenti topici della trama.
Lo stratagemma della suddivisione in giorni/capitoli non è l’unico tecnicismo ad essere palesemente mutuato dalla macchina da presa: The Suicide of Rachel Foster mostra, nel suo complesso, una conduzione del racconto spiccatamente cinematografica, sia nel contesto generale che nel particolare, come quando, in determinati frangenti, vengono inquadrate le sole mani di Nicole (che non si vede mai in volto) mentre compie alcune azioni significative. Si tratta di una tecnica che maschera nella maniera migliore possibile il ridotto budget a disposizione per realizzare il gioco, trasformando quella che, di fatto, sarebbe una limitazione in una vera e propria scelta autoriale.

A far risaltare l’avventura rispetto al marasma di cosiddetti “walking simulator” che popolano Steam sono proprio i numerosissimi tocchi di stile che ne punteggiano le circa tre ore di durata, i quali non si fermano ad accorgimenti tecnici spesse volte davvero brillanti e perfino inusuali per il medium di riferimento – come quello summenzionato – ma interessano anche la storia in sé e per sé: quest’ultima, dall’inizio alla fine, è pensata attorno a efficaci giochi di climax e anticlimax che non stancano praticamente mai e spingono ad arrivare ai titoli di coda tutto d’un fiato.

Spaventosamente irreale nella sua realtà

Neanche a dirlo, il primo e principale tassello nella costruzione di un’atmosfera pressoché perfetta è l’albergo stesso, vuoto e solitario, arredato in uno stile antico e al contempo minimalista. Difficile trovare un’ambientazione più azzeccata, peraltro volutamente più grande della vicenda che racconta e ricca di zone in cui la storia non vi porterà mai, che potreste esplorare per il solo gusto di farlo. Ogni stanza, ogni corridoio, ogni androne e ogni cantuccio restituiscono un senso di costante inquietudine, che si insinua nella trama grazie soprattutto a una superba narrativa ambientale, in maniera non dissimile dalla perfetta rappresentazione dell’Overlook Hotel di Kubrick (la principale ispirazione è ovviamente quella), senza però raggiungere gli stessi livelli di esoterismo paranormale della lenta discesa nella follia di Jack Torrance.

Questi corridoi mi ricordano qualcosa. Ma cosa?

The Suicide of Rachel Foster rimane quasi sempre ancorato alla realtà e si limita a scavare nella psicologia dei personaggi, pur senza disdegnare qualche momento che trasforma la generale inquietudine in vera e propria tensione, come il racconto, narrato tramite una videocassetta, della passata visita di una troupe televisiva alla ricerca del presunto “fantasma” di Rachel (momento in cui, peraltro, il gioco si dà anche al citazionismo nei confronti di una “certa” stanza).
Aiuta parecchio, in determinati momenti, anche il comparto sonoro binaurale, che, unito a musiche non troppo invasive ma efficaci e inserite al momento giusto, riesce nella non facile impresa di far “parlare” l’assordante silenzio del vecchio edificio: nel complesso è un elemento che può davvero fare la differenza, donando ulteriore carattere a un’atmosfera già di per sé carica di fascino. Il consiglio, per questo motivo, è quello di mettersi a giocare con un impianto audio multidirezionale o con un paio di cuffie di buona qualità, elementi imprescindibili per godersi appieno l’esperienza.

Pur partendo letteralmente in quarta, il racconto perde tuttavia un po’ della sua verve nella parte finale, piagata da un colpo di scena fin troppo scontato; nella parte centrale, poi, si registra qualche sequenza gestita in maniera non ottimale, con “tempi” un po’ dilatati, specie nei dialoghi, talvolta fin troppo prolissi (anche se, è bene sottolinearlo, la gran parte delle volte sarete naturalmente spinti ad ascoltarli, con una certa empatia verso i personaggi e per pura volontà di approfondimento).
Le fasi più prettamente “ludiche”, in cui dedicarsi a un qualche tipo di interazione che non sia soltanto contemplativa, sono poche – ma questo è più un pregio che un difetto – e anche gli strumenti che Nicole può utilizzare, fra cui una Polaroid e una torcia a carica manuale per farsi luce e un microfono parabolico, sono legati a doppio filo ad alcune sequenze significative ed esauriscono presto le loro funzioni.

Non è comunque qui, del resto, che risiedono i maggiori pregi dell’avventura, che al contrario fa di tutto – e in gran parte ci riesce – per nascondere eventuali problemi e concentrarsi su quel che invece funziona. Nel complesso la missione può dirsi compiuta: The Suicide of Rachel Foster è una piccola gemma, un titolo che ha effettivamente qualcosa da dire e sa come dirlo, specie a chi va letteralmente in brodo di giuggiole quando si parla di letteratura horror e thriller ed è alla costante ricerca di un videogioco in grado di trasporre degnamente le stesse sensazioni sui tasti di un joypad o di un mouse e una tastiera.

PRO CONTRO
  • Ambientazione riuscitissima e con ispirazioni importanti
  • Gestione della narrativa convincente, con diversi tocchi di classe e un ritmo ben studiato
  • Audio binaurale ben implementato e ottime musiche
  • Durata commisurata al prezzo
  • Qualche buco di sceneggiatura e dialoghi talvolta prolissi
  • Finale un po’ deludente e sbrigativo
  • Le sezioni “ludiche” sono poca cosa

Conclusione
The Suicide of Rachel Foster
8.3
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Nato nello scorso millennio con una console fra le mani e rimasto confinato per molti anni nel mondo distopico della Los Angeles del 2019, ne è infine venuto fuori per divulgare al mondo intero le sue più grandi passioni: il videogioco in tutte le sue forme, il cinema (quello vero) e Dylan Dog.