Man of MedanI primi anni ’90 furono caratterizzati da eventi particolari, soprattutto per la sfera videoludica, solleticando quel senso di piacere che avrebbe modificato la concezione delle care avventure grafiche. I primi passi furono percorsi attraverso nuove tecnologie e con gli home computer che si evolvevano velocemente, non passò molto tempo affinché l’uomo potesse entrare all’interno di un prodotto d’intrattenimento. Con gli anni, le tecniche si sono affinate, le avventure grafiche si sono adattate a ciò che lo spettatore vuole osservare e le software house hanno accontentato i fruitori più accaniti. Supermassive Games, reduce dall’esclusiva per la console Sony quale Until Dawn, ha proseguito per la sua strada in modo da poter spaventare il videogiocatore con nuove esperienze a tema horror. Sfruttando la già rodata impostazione per le sue opere precedenti, questa volta l’azienda inglese espande il target, offrendo Man of Medan alle altre piattaforme, in modo che tutti possano apprezzarne l’idea e perché no, anche rievocare i tempi ormai passati.

Man of Medan
Pronti a iniziare l’avventura?

Le nuove verità

La manciata di pixel, alla quale eravamo abituati fin da piccoli, cominciava a diventare troppo obsoleta. I modelli erano divenuti troppo simili tra loro e, a parte qualche caso isolato di innovazione, il genere mirato all’avventura compì un ulteriore balzo verso il futuro. Grazie anche ai nuovi supporti digitali che consentivano di memorizzare dimensioni più considerevoli, alcune avventure grafiche cominciarono a fondersi con attori in carne e ossa. Sono ormai lontani i tempi del punta e clicca, dove gli interpreti si muovevano su sfondo digitale e interagivano con oggetti a schermo, tutto coadiuvato da un comparto narrativo degno di un prodotto cinematografico; dimenticare Phantasmagoria o Gabriel Knight: The Beast Within risulterà impossibile.

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La calma del Curatore è quasi invidiabile…

Con lo stesso principio, Supermassive Games ha rilanciato con prepotenza l’ausilio di attori su un background digitale. Il susseguirsi di lustri ha favorito l’introduzione di un hardware capace di mostrare dettagli molto più realistici. In questo modo, non c’è stato bisogno di interpretazione reale basata su protagonisti, bensì grazie alla tecnica basata sul performance capture, si è voluto ricreare digitalmente il modello di una star del cinema così da modellarlo nell’intero mondo di gioco. Abbiamo intravisto su Until Dawn come il susseguirsi dell’avventura fosse direttamente proporzionale con la tipologia di gioco. Le  vecchie meccaniche sono state soppiantate dalle nuove periferiche e il destino dei personaggi posto nelle mani del videogiocatore, supremo regista che modellerà la sceneggiatura a seconda del proprio desiderio.

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Anche i quadri ci mostreranno situazioni inquietanti…

Squadra che vince non si cambia. Supermassive Games non si limita soltanto ad un cambio di piattaforma ed engine grafico (quest’ultimo inevitabile), ma si appresta a lanciare, in collaborazione con Bandai Namco Entertainment, la prima antologia horror mai realizzata; un progetto così ambizioso che sancirà la nascita di otto episodi, slegati apparentemente nella narrazione, ma che seguiranno un unico filo conduttore: The Dark Pictures Anthology.

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L’antologia sarà composta da otto episodi totali, ciascuno con un proprio arco narrativo.

Segui l’istinto

Quando un personaggio enigmatico, con una certa flemma, si palesa per introdurci la mole di mistero che ci investirà, sicuramente l’interesse e la curiosità strisceranno lungo la schiena fino a farci drizzare le orecchie. L’uomo resterà calmo, nonostante non possa osservare il nostro sbigottimento, ma è ben consapevole di essersi rivelato dopo un preludio non proprio allegorico. La clessidra muta lo scorrere temporale, fino a giungere al largo delle coste cinesi. Una nave militare, simile ad una corazzata monocalibro, si appresta a caricare a bordo delle casse non proprio identificabili, mentre l’equipaggio è intento a spendere gli ultimi giorni di congedo all’insegna di alcol e divertimenti locali.

Man of Medan
Dicono che l’oscurità nasconda dei segreti…

Con la mente affogata da bevande alcoliche, due commilitoni vengono puniti esemplarmente dall’ufficiale superiore non appena rientrati sulla nave e pronti a salpare. Il risveglio, oltre ad essere brusco, porterà i due poveri malcapitati a scoprire cosa stia capitando sulla nave, intenta a girovagare per mare con una rotta imprecisata. Dando la colpa alla sbornia, i militari entreranno subito in preda al panico, osservando le ombre allungarsi, suoni gutturali provenire dagli antri oscuri della cambusa e presenze strisciare nella penombra. Con un ultimo grido di terrore, il fragore delle onde si infrange contro la carlinga, pregustando il sapore del mistero.

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Non ce la ricordavamo così lugubre la nave.

Un equipaggio trucidato, un carico enigmatico e una nave scomparsa saranno i primi termini che riecheggeranno tra le parole del Curatore, dove anche il più flebile termine avrà la sua importante collocazione. Faremo così la conoscenza di quattro ragazzi intenti a trascorrere una giornata in mare aperto a caccia di tesori sommersi. Con loro ci sarà il capitano della Duke of Milan, piccola imbarcazione che provvederà alla gita tra le onde, grazie al quale il piccolo gruppo di sommozzatori potrà ottenere l’agognato bottino. Il mare presenta sempre degli imprevisti e ben presto la compagine si ritroverà a risolvere il mistero della bara galleggiante intravista nel preludio, non senza particolari conseguenze. Le loro scelte cambieranno il proprio destino, funesto o radioso, precipitando in un vortice di follia dal quale uscirne vivi sarà un’impresa, più dei famigerati tesori sommersi. La legge del mare è spietata e restare uniti dovrebbe essere l’unica prerogativa…

Una bara galleggiante nasconde sempre delle insidie…

Le navi fantasma non esistono!

Per questo primo capitolo di The Dark Pictures Anthology, Supermassive Games si rifà ai grandi classici del genere horror. L’ambientazione ricorda molto Ghost Ship, con i corridoi claustrofobici di quella che un tempo era considerata una nave amena. Giocando con le ombre e imbastendo un luogo lugubre, trasandato e pieno di pericoli, Man of Medan risulta essere una gioia per occhi quanto un dolore per il cuore.

Pronti per la gita in barca?

I cliché tipici del genere cinematografico (soprattutto per quanto concerne il teen horror) vengono esaltati, lasciando interdetto più volte l’ignaro spettatore. La formula principale è chiara: imbastire una storia che ruota attorno ad un gruppo di adolescenti per far provare loro l’essenza del terrore. L’ambientazione è facile da ricercare e una volta trovata, bisognerà aggiungere l’equazione secondo la quale basterebbe mettere insieme delle persone in una stanza e queste troveranno un pretesto per uccidersi a vicenda, secondo la semantica della paranoia. Tutto funziona talmente bene da essere quasi perfetto, un B-movie confezionato per il mero intrattenimento, ma con il passare dei momenti qualcosa inizia a stridere.

I due fratelli finalmente salgono a bordo con un carico speciale!

L’impostazione di base resta la medesima di Until Dawn e qui Supermassive Games è abile a sfruttare tutto il know-how acquisito dal suddetto universo, se prendiamo in esame anche i titoli per PSVR come The Inpatient e Until Dawn: Rush of Blood. L’interazione con l’ambiente è limitata al solo movimento, raccolta degli oggetti e direzione delle scelte effettuate, oltre ovviamente alle prove di abilità identificate nei QTE (eventi decisionali a tempo). Non vi sono enigmi o puzzle ambientali da risolvere, ci si limita solo ad osservare e reagire di conseguenza. Tutto ciò che viene in seguito è la naturale evoluzione dell’opzione di fato desiderata. Il cosiddetto effetto farfalla in Man of Medan è poco percepibile, trattandosi appunto di una serie di diramazioni di trama che sfociano in più risvolti. Seduti comodamente sul divano, non resta che indossare le cuffie, alzare il volume al massimo (visto che non è consigliato disturbare in piena notte con urla e grida, anche reali) e godersi l’avventura con un defibrillatore accanto.

Scelte oculate modificheranno lo svolgimento della trama.

Era una nave tanto carina… senza equipaggio e senza benzina…

Come spesso accade, nell’ambito horror c’è sempre qualcosa che crea scompiglio e situazioni grottesche si alternano ad alterchi al limite del ridicolo. Man of Medan non fa eccezione dal punto di vista narrativo, riproponendo le stesse sventure e disavventure propinate da tempo immemore. Complice anche la struttura del gameplay, la trama tende a offrire all’improvvisato regista una serie di situazioni da risolvere, tutte affrontate dal singolo personaggio in gioco o al massimo da una piccolissima compagine. Vi saranno pretesti e circostanze strane che faranno rivivere situazioni già viste e l’incombenza di un Dead Birds è dietro l’angolo, spiando e sogghignando.

Sembrerebbe una bella vacanza…

Alcuni spunti narrativi risultano interessanti, naufragando poi nel concetto di paura. Riuscire a far provare una sensazione di disagio è divenuta ardua e Man of Medan si aggrappa all’unica alternativa possibile: jumpscare. L’audio ambientale è superbo, con suoni e urla agghiaccianti da provocare una piccola reazione (da ricordare che la localizzazione dei dialoghi è totalmente in italiano). A parte un paio di rare occasioni, tutti i momenti sono facilmente intuibili e prevedibili, ma nel complesso inseriti in maniera contestualizzata. Piccoli infarti a parte, questa prima ambientazione risulta molto accattivante ed esteticamente appagante.

Occhio ai famigerati jumpscare, possono causare tachicardia…

Purtroppo se il comparto narrativo stride con le solite situazioni, il background dei personaggi getta ulteriore benzina sul fuoco. Quasi tutti i componenti del gruppo risultano stereotipati e, oltre a mostrare la stessa interfaccia di relazione con altri membri già vista su Until Dawn (ivi comprese le premonizioni suggerite dai vecchi Totem, qui sostituite da quadri), sembrano prendere decisioni che nulla hanno a che vedere con la situazione, eludendo le vere interazioni tra loro circa le informazioni ottenute nei vari ambienti tramite documenti e/o indizi.

L’investigazione sarà parte integrante dell’avventura. Non bisognerà dare nulla per scontato.

Restando insieme sopravviveremo!

Il fattore rigiocabilità, per un titolo incentrato sull’investigazione ed esplorazione, è quasi sempre il tallone d’Achille, ma su Man of Medan ogni singola scelta avrà le sue conseguenze su tutto l’arco narrativo. Per questo motivo non sarà sufficiente portare a termine l’avventura una sola volta, ma la miriade di risvolti incentiverà il giocatore a tentare altri approcci e altre strade, oltre ovviamente al fallimento o riuscita dovuti agli eventi temporali. Proprio seguendo questo criterio, il titolo ha il pregio di essere contenuto sulla durata, completando l’esperienza in quasi 5 ore. Le cose però cambiano ancora quando si decide di intraprendere il viaggio in barca con amici e parenti, impugnando lo stesso controller.

Serata al cinema con cinque amici per decidere il destino della ciurma!

Man of Medan è incentrato soprattutto nella modalità giocatore singolo, ma consente fino ad un massimo di cinque giocatori di usufruire della Serata al Cinema. Ogni giocatore interpreterà un personaggio agendo sulla rispettiva linea comportamentale. Il gioco stesso indicherà quale profilo dovrà continuare l’avventura. Questa caratteristica lo rende molto più vicino ai boardgame, capace di intrattenere più videogiocatori. L’idea di base risulta molto interessante e ad un primo approccio anche appagante, peccato che, secondo alcuni (con opinioni del tutto soggettive), le sessioni risultino troppo lunghe, facendo a volte annoiare qualche concorrente che attende per svariati minuti il proprio turno di gioco. Oltre a questa innovazione, vi è anche l’introduzione online della Storia Condivisa, dove in compagnia di un amico, connesso in rete, si può completare un’intera sessione impersonando alcuni dei personaggi. Le situazioni si svolgeranno in parallelo e se si è amanti del mistero, senza l’utilizzo di chat vocale nessuno saprà il comportamento dell’altro giocatore, fino al ricongiungimento in gruppo. Tale caratteristica consente di mescolare le carte e giocare la stessa partita con situazioni differenti in base alle scelte effettuate anche dall’altro giocatore. A dire il vero, il sistema adottato esula da quanto integrato nel Buddy Pass di altri titoli a stampo cooperativo online (A Way Out o Wolfenstein: Youngblood), per questo motivo la funzione sarà riservata solo a chi ha acquistato una copia del gioco.

Il Curatore può offrirci qualche informazione aggiuntiva se glielo chiediamo…

Finché la barca va…

Inevitabilmente Supermassive Games ha abbandonato l’uso del Decima Engine in favore di Unreal Engine 4, in virtù della pubblicazione su altre piattaforme. Anche il cambio delle periferiche ha modificato leggermente alcune meccaniche rispetto ad Until Dawn, dove con il DualShock era possibile sfruttare l’accelerometro in alcune fasi di gioco, mentre su Man of Medan sarà sufficiente la semplice pressione dei tasti (nelle medesime situazioni). La gestione causa ed effetto si è riversata anche sul cambio del motore grafico, dove Man of Medan è incappato in una ottimizzazione non proprio perfetta. Nelle fasi più concitate, su una Xbox One X, abbiamo notato notevoli cali di frame rate e micro freeze, senza un motivo apparente. Dopotutto stiamo parlando di un genere contestualizzato al binario narrativo. Anche i modelli, soprattutto quelli iniziali risultano meno dettagliati rispetto ai protagonisti principali.

Per ovviare a qualche defezione grafica, con vistosi rallentamenti nel caricamento delle texture, la regia corre ai ripari tentando di nascondere le imperfezioni. Primi piani e strette inquadrature limitano la defezione dell’immersione, dove tutta l’ambientazione rischia di capitolare a causa di difetti tecnici. Per fortuna Supermassive Games è corsa ai ripari pubblicando una patch correttiva che limita in qualche modo i piccoli difetti, risolvibili comunque senza troppi problemi. Al netto di queste lacune, Man of Medan è la naturale evoluzione delle vecchie avventure grafiche e come primo episodio dell’universo The Dark Pictures punta tutto sull’ambientazione e angoscia nello strisciare in spazi bui e angusti. L’operazione riesce a metà, anche per la poca originalità nella trama e per la troppa superficialità nel caratterizzare i personaggi, nonostante abbiano le fattezze di attori famosi (tra serie televisive e prodotti cinematografici), uno tra tutti Shawn Ashmore (già reduce da Quantum Break).

Il lavoro di motion capture eseguito sugli attori risulta molto efficace.

Indubbiamente la possibilità di poter avviare l’esperienza in compagnia di amici, sia in rete che nella stessa stanza, è risultata divertente e stimolante e, complice un costo molto contenuto, non ci resta che attendere il prossimo capitolo intitolato Little Hope.

PRO CONTRO
  • Ambientazione terrificante e ispirata
  • Diramazioni di trama e finali multipli
  • Buona gestione dell’audio ambientale
  • Soddisfacente rigiocabilità
  • Interessante sistema per la modalità cooperativa
  • Comparto narrativo poco incisivo
  • Ritmo blando e mai veramente concitato
  • Scrittura dei personaggi stereotipata
  • Presenza di problemi tecnici
  • Mancanza del sistema Buddy Pass per l’esperienza online
Conclusione
The Dark Pictures: Man of Medan
7.8
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Programmatore, analista software e scrittore, appassionato del mondo videoludico e cinematografico fin dalla tenera età. Iniziando con un Vic-20 ho cavalcato tutta l'evoluzione fino alla next-gen, riuscendo a mettere a disposizione tutta l'esperienza al servizio dei 17K.