Gli anni ’80, si sa, sono stati un decennio parecchio denso a livello cinematografico. Hanno visto la luce molteplici film che al giorno d’oggi sono considerati dei veri e propri cult. Spesso poi alcuni di questi film cult si sono sopraelevati diventando delle vere e proprie pierte miliari della storia del cinema. Focalizziamo la nostra attenzione però nell’anno 1982, che insieme all’84, è forse l’anno più significativo a livello di film suddetti. Il mio stesso film preferito, ossia TRON, è del 1982 e proprio di quell’anno sono altri film passati alla storia del calibro di E.T. L’Extra-Terestre e del film di cui vi vorrei parlare oggi, ovvero Blade Runner. In occasione della pubblicazione del film in sala cinematografica dei cinema del circuito The Space a distanza oramai di ben 33 anni dall’uscita, vi propongo una recensione del film di Ridley Scott. SPOILER A SEGUIRE!

La prima volta che ho visto il film è stato più di 10 anni fa, ero piccolo e non ricordavo molto del film; sono dell’idea che molti film cult e pietre miliari debbano essere guardati solo quando si ha raggiunto la mentalità adatta, indifferentemente dai genitori che a 7 anni ti dicano “DEVI ASSOLUTAMENTE GUARDARLO! QUEL FILM E’ UN CAPOLAVORO!“. Prendiamo ad esempio 2001: Odissea Nello Spazio: la complessità di quel film impone che debba essere guardato con una mentalità matura, infatti sono molto contento di averlo guardato spontaneamente a 18 anni (non perché ci sia un motivo in particolare, ma ad un certo punto ho semplicemente deciso di guardarlo). Stessa cosa con Blade Runner. Non è un semplice film di fantascienza, non è un film d’azione. Questo film è molte cose ed è ricco di messaggi e letture intrinseci che non possono essere colte subito dalla prima visione o da una mente giovane. Complesso è persino attribuire un solo genere alla pellicola: è fantascienza? Si, ma è anche noir e cyberpunk e, come è giusto che sia per ricevere tali attribuzioni, ha tutte le caratteristiche dei suddetti generi. A partire dall’ambientazione: una Los Angeles distopica e futurista del 2019 che ha fatto la storia, chiaramente ispirata alla città del film Metropolis (1927) di Fritz Lang . Moltissimi infatti sono i film che riprendono e citano tale ambientazione riprendendone le caratteristiche: una città si futuristica, ma che mantiene un aspetto antico (iconica la struttura semi piramidale sede della Tyrell Corporation) e al tempo stesso sporco e in cui spesso e volentieri piove. Ci sono vetture volanti si, ma allo stesso tempo anche su 4 ruote, come se fossimo proiettati nei bassi fondi della città, in cui abita quella fetta di popolazione meno ricca e, se facciamo caso, anche il protagonisa Rick Deckard (interpretato da un Harrison Ford reduce da Star Wars) è un personaggio tipico di un film noir: è un investigatore/ispettore di polizia (la Blade Runner, per l’appunto) che si mischia nella folla di questi quartieri rozzi e malfamati, frequenta i locali ed è anche un uomo dedito all’alcolismo. Anche a livello di umanità è simile in tutto e per tutto al protagonista di un film noir, ovvero freddo e distaccato, ma non senza quella scintilla di bontà velata dall’aspetto esteriore. Ma della sua “umanità” parlerò più avanti.
Protagonista femminile invece è Rachael (interpretata da un’incantevole Sean Young), una donna inconsapevole di essere in realtà un replicante. Sin da subito tuttavia ci viene presentata come umana, ma il dubbio che non lo sia non tarda ad arrivare. Anche lei ha le caratteristiche di una femme fatale da film noir: distaccata si, ma comunque con una bellezza particolare e dalla difficile personalità. Viene scossa dalla scoperta di essere un Replicante, riferitole dallo stesso Deckard in un modo non molto gentile. Per essere stato uno dei suoi primi ruoli cinematografici ha fatto davvero un buon lavoro, sopratutto perchè il suo non era un personaggio facile da interpretare; è tuttavia riuscita benissimo a calarsi nella parte. Lei viene considerata speciale dal signor Tyrell (padrone della suddetta Tyrell Corporation) anche a questo dettaglio ci arriveremo più avanti.

Arriviamo ora ai “veri” protagonisti della pellicola: i replicanti. Questo film è tratto dal libro di Philip K. DickDo Androids Dream Of Electric Sheeps?” e come al solito, ci sono delle differenze dalla versione cartacea. Una di queste riguarda proprio i replicanti: anzitutto chiamati “Androidi” nell’opera ed esteriormente avevano dei dettagli robotici che consentivano la distinzione rispetto agli esseri umani. Nel film invece, questi dettagli estetici sono stati rimossi, sono delle creature organiche in tutto e per tutto costruite artificialmente per emulare gli esseri umani, perfetti d’aspetto e di fisico (per questo “Replicanti”) a discapito della durata della loro vita, ovvero quella di 4 anni dalla loro entrata in servizio. La narrazione d’apertura del film ci rende consci della storia dietro ai Replicanti, i quali sono stati banditi dalla Terra e con la Blade Runner a dar loro la caccia. Tuttavia 6 di questi replicanti (il film specifica proprio 3 maschi e 3 femmine) sono riusciti ad arrivare sul pianeta. Il loro scopo però è molto più umano di quanto si possa pensare. Essendo stati progettati per accrescere la propria coscenza con l’esperienza, loro vorrebbero una vita più duratura, l’istinto di sopravvivenza è un dettagli tanto umano quanto dei Replicanti. Solo che essendo stati cresciuti ed “educati” come degli esseri inferiori, il film ottiene un’ulteriore tematica che è quella della libertà dalla schiavità (non per altro, l’etimologia della parola “Robot” significa appunto “Servitore“).  “Cosa si prova a vivere nel terrore, piccolo umano?” chiede retoricamente infatti il replicante Roy Batty (interpretato da un magistrale Rutger Hauer) a Deckard, sottintendendo il passato dei replicanti come sottomessi dagli esseri umani. “Noi non possiamo sopravvivere, noi siamo stupidi!” sussurra sempre lo stesso Roy a Priss (Daryl Hannah, di una bellezza spiazzante in questo film), sottointendendo che i Replicanti sono stati cresciuti con l’ideale di essere meno intelligenti degli esseri umani poiché considerati proprio da questi ultimi come stupidi. Vivere la propria vita dopo anni di schiavitù, essere liberi. Ma non possono poichè sono prossimi alla loro morte. Con ogni mezzo, uccidendo chi gli si para davanti, cercano in tutti i modi possibili di ottenere una modifica della loro struttura e poter finalmente vivere davvero.
La delusione tuttavia non tarda ad arrivare, quando finalmente Roy e il suo creatore Tyrell si trovano faccia a faccia e quest’ultimo gli espone tutti i motivi e tentativi per cui è impossibile modificare la loro fisionomia. Qui arriviamo alla famosa scena in cui Roy uccide il suo creatore dopo averlo baciato in segno di ringraziamento per averlo creato, ma proprio perché l’ha creato in quel modo “imperfetto” lo uccide (quando vidi il film per la prima volta ero rimasto davvero traumatizzato da come lo uccide sfondandogli il cranio e schiacciandogli gli occhi)

La suspance tende a salire quando avviene l’inseguimento tra Deckard e Roy, una scena che per spiegarla occorrerebbe prendere come riferimento 2001: Odissea Nello Spazio. Lungo questa parte finale, vediamo Roy effettuare delle esclamazioni che potremmo quasi definire bambinesche (indimenticabile la conta “7..8.. và all’inferno, poliziotto!”) prima dell’ormai celeberrimo discorso finale pre-morte. Nel film di Stanley Kubrick quando David Bowman disattiva HAL 9000 (quindi in un certo senso lo conduce alla morte), la mente di quest’ultimo si degrada (“La mia mente se ne sta andando… lo sento”) fino ad uno stadio quasi di reset in cui arriva a cantare la filastrocca per bambini “Daisy, Daisy, give me your answer do” (in italiano trasposta con “Giro, giro tondo” per decisione dello stesso Kubrick poichè poteva essere una buona controparte idiomatica); perciò una cosa simile si può attribuire a Roy. La sceneggiatura originale prevedeva che Deckard avrebbe dovuto uccidere Roy, ma in questo modo non avremmo avuto una delle scene più memorabili della storia del cinema.

Il finale vero e proprio, invece, è da aggiungere alla lista dei finali più emblematici del cinema (insieme a quello di Inception e, personalmente, The Black Hole). Dopo che Roy è passato a miglior vita (hahahaha-no.) vediamo un personaggio ricorrente, Gaff, (che possiamo definirlo uno scagnozzo del capo di Deckard alla Blade Runner) nel film che lascia intendere a Deckard che Rachael non avrà molto da vivere. In più occasioni possiamo notare che lui durante la pellicola costruisce degli origami. Una volta tornato nel suo appartemento ed essersi accertato che Rachael è ancora viva, fuggono insieme ma fuori dalla porta Deckard trova un origami a forma di unicorno e grazie ad un sogno fatto a metà film da lui riguardo appunto un unicorno, scatta in noi il dubbio che anche Deckard sia un replicante. Nei replicanti vengono installati dei ricordi e sogni di altri soggetti umani per ausilio nella loro “crescita” e il sogno dell’unicorno potrebbe appartenere appunto a Gaff, installato poi nella mente di Deckard. Nonostante la conferma dello stesso Ridley Scott, ci sono delle tesi sia a favore sia a sfavore della questione ma tuttavia è bello rimanere col dubbio ed avere l’effetto “Trottola di Inception”.

Il film ha subito numerosi tagli e riedizioni (circa 7). Tuttavia le edizioni che si trovano più comunemente sono la Director’s Cut e la Final Cut. Un finale alternativo eliminato aggiunge un ulteriore dubbio su Rachael. Come già detto, Tyrell la definisce “speciale”. Nel finale alternativo, ambientato subito dopo il finale della Final Cut, Deckard e Rachael fuggono nella macchina di lui per evitare di essere presi dalla Blade Runner. Un dettaglio della Director’s Cut era rappresentato dalla voce narrante di Deckard. Nella scena eliminata, lui racconta che Tyrell considerava speciale Rachael perchè lei non ha una data di termine. Tutto ciò amplifica ulteriormente i dubbi. Potrebbe Raechel essere un modello ancora più nuovo rispetto a Roy, Priss e agli altri? E se Deckard è un replicante, quanto ha ancora da vivere?

Blade Runner è un film che ha fatto storia, senz’ombra di dubbio. Ed è uno di quei film che ancora  distanza di 33 anni ha ancora qualcosa da dire. Un capolavoro è proprio questo: un film che anche se passano decenni dalla sua uscita fa ancora parlare di sé.