Shadow Of The ColossusShadow Of The Colossus è sicuramente il titolo più coraggioso, maggiormente sperimentale e sicuramente più celebrato di Fumito Ueda.
Il fatto che questi pretenziosi aggettivi possano essere usati ancora oggi per descrivere il remake uscito di recente, lascia comprendere appieno la scossa imponente che il titolo ebbe sul mercato dodici anni fa. Inaspettatamente rivelato allo scorso E3 2017, durante la conferenza di Sony, il restilyng della fiaba di Ueda è diventato immediatamente fonte sia di hype che di preoccupazioni da parte dei fan. Le sapienti mani del team di Bluepoint Games, già all’opera sulla remastered uscita per Playstation 3 nel 2011, saranno riuscite a rendere giustizia alla tragica storia di Wander rimanendo fedeli all’iconografia e alle atmosfere dell’opera originale? Noi possiamo solo anticiparvi che siamo al cospetto del miglior remake attualmente in commercio seppur con qualche sbavatura decisamente evidente.

Una Fiaba Senza Tempo

Prima di proseguire con l’analisi di Shadow Of The Colossus, riteniamo necessario spendere due parole per far comprendere meglio, anche a chi si avvicinerà al titolo per la prima volta, chi sia Fumito Ueda.
Potremmo definirlo un uomo dall’animo poetico, romantico, un idealista pronto a combattere per le sue idee, un nostalgico, un sentimentalista, un bambino… ma ciò che lo ha reso un icona nel panorama videoludico è la capacità di narrare le emozioni attraverso le sue opere. Possiede la capacità di utilizzare il videogioco come strumento per smuovere la sensibilità dell’utente, lasciandogli delle sensazioni agrodolci e la totale libertà di rispondere personalmente ai quesiti rimasti senza risposta che costellano le sue narrazioni.
La storia di Shadow Of The Colossus non è ovviamente da meno e, nella sua apparente semplicità iniziale, si apre ad una profondità emotiva che ancora oggi risulta inattaccata dallo scorrere del tempo, come solo le migliori fiabe riescono a fare.
Il giovane Wander, in sella al suo fidato Argo, si dirige nelle terre abbandonate per chiedere al potente Dormin di riportare in vita la sua amata, tragicamente perita per il fato avverso. La celestiale entità acconsente a soddisfare la richiesta del giovane ma solo se egli sconfiggerà i sedici colossi che popolano quella landa dimenticata da Dio e dagli uomini. Se il giovane porterà a termine l’incarico, il potente Dormin esaudirà il suo desiderio ma il prezzo da pagare sarà alto e Wander ne è consapevole.
Con questo semplicissimo incipit narrativo, si apre uno dei giochi più sperimentali ed emozionali degli ultimi anni, capace di offrire una struttura inedita per il settore e ancora oggi capace di spaccare in due i videogiocatori che decideranno di lasciarsi trasportare all’interno della fiaba di Fumito Ueda.

Shadow Of The Colossus

Leggendo al contrario il nome di Dormin si può scoprire un evidente rimando alla mitologia biblica. Nimrod, infatti, fu il re babilonese che ordinò di costruire la celebre torre di Babele e che, per questo blasfemo gesto, fu smembrato in sedici parti e sparso agli angoli del regno.

La struttura di Shadow of The Colossus è in realtà molto semplice. Partendo dal tempio di Dormin dovrete innalzare al cielo la vostra spada e redirigere il raggio di luce in direzione del prossimo colosso da affrontare. Una volta trovata la vostra destinazione , dovrete cavalcare nella decadente solitudine delle lande abbandonate fino a trovare il vostro imponente avversario, sconfiggerlo e passare all’avversario successivo.
Descritta così sembra la più lineare e basilare delle tecniche di narrazione se non fosse che ogni Colosso presente nel gioco è da considerarsi come un livello a sé stante, come una sorta di sapiente mix fra un monumentale puzzle in movimento e una boss-fight divisa in più fasi. Per essere abbattuto, ogni Colosso deve essere studiato attentamente. Si dovrà compiere uno studio dei suoi punti deboli e dell’ambiente circostante in una summa di elementi molto semplici ma contemporaneamente ben diversificati fra loro.
L’intero move-set di Warden è volutamente pesante e legnoso per trasmettere il senso di fatica e far trasparire l’inferiorità del giovane eroe rispetto all’imponenza degli avversari che via via si porranno sul suo cammino.
Si tratta di un gioco con una struttura ancora oggi unica nel suo genere, facilmente confondibile con un susseguirsi costante di boss fight ma che in realtà si dimostra essere coerente con una progressione, seppur lineare, costante e tradizionale.
La capacità del mondo di gioco, inoltre, di ingannare con la sua vastità appare ancora oggi a tratti surreale. All’interno delle lande abbandonate sarete solo voi, il vostro fedele destriero e la fauna locale. Non ci sono altri personaggi, nemici o missioni secondarie ben definite. Seppur a farvi da compagnia saranno solo un’immensa solitudine, i rumori della natura e la fauna locale, la voglia di esplorare le varie zone del mondo di gioco, alla ricerca di un sacrario o di uno degli oltre 200 collezionabili (sotto forma di lucertole dalla coda argentea, frutti, monete e i già menzionati sacrari), rimane comunque una costante e non sarà un caso se vi troverete per svariate decine di minuti a girovagare fra sabbia, geyser, nebbia e foreste per il solo piacere di scoprire quella terra incontaminata accompagnati dalle soavi melodie di Kô Ôtani.
Ôtani si rivela essere un compositore in grado di creare una delle colonne sonore più evocative e ispirate della storia dei videogiochi.
Shadow Of The Colossus, in buona sostanza, è questo: un viaggio fatto di contrasti, sofferenza, epicità e momenti soavemente delicati; un titolo che a distanza di dodici anni rimane di difficile comprensione ma di indubbia qualità; un titolo unico nel suo genere, che si può solamente amare o odiare senza mezzi termini ma che se affrontato con la giusta forma mentis lascerà una cicatrice indelebile nella mente e nel cuore dei giocatori.

Shadow Of The Colossus
Nel periodo d’oro di Playstation 2 non era il solo Kratos ad affrontare nemici abnormi.

Shadow Of The Colossus oggi

La vera domanda da porsi ora è la seguente: a seguito di una remastered arrivata, assieme a ICO, su Playstation 3 nel 2011, ha avuto senso intraprendere l’ardua strada del remake, affidata nuovamente da Sony ai texani Bluepoint Games? La veste grafica rinnovata e le minuziose migliorie apportate hanno davvero donato un valore aggiunto al celebre titolo di Fumito Ueda? La risposta, in realtà, è più difficile di quanto si possa pensare e costellata di luci e ombre evidenti e non trascurabili.
Chi ebbe il piacere di giocare la versione originale in quell’oramai lontano 2006, sicuramente ricorderà che i veri nemici che andavano affrontati in Shadow Of The Colossus erano la telecamera completamente ingestibile, il frame rate a dir poco instabile e un sistema di controllo complesso e non sempre preciso.
Per quanto riguarda il primo punto vi anticipiamo già che siamo rimasti ancorati al passato, con una camera di difficile gestione e, a tratti, dotata di vita propria. In più di un occasione vi troverete nella frustrante sensazione di non riuscire a compiere una data azione o non poter mirare ad un punto preciso proprio a causa di scossoni totalmente imprevedibili, e privi di senso, della visuale. Tale fenomeno supponiamo sia dato dalla trasposizione 1:1 dell’intero scheletro originale del gioco ma sinceramente è uno dei punti che ancora oggi, a distanza di 11 anni, inficiano la godibilità completa del titolo. Purtroppo è un elemento che potrebbe far storcere il naso a parecchi giocatori di nuova generazione. Discorso diametralmente opposto è quello da fare in merito al frame-rate che, finalmente, rimane ancorato a 30fps sia su Playstation 4 Standard che sulla versione PRO. Per i possessori della versione più performante della console Sony, inoltre, è presente una modalità “Performance” che, diminuendo gli elementi grafici presenti a schermo, permette di elevare a 60fps, quasi completamente stabili, il frame-rate del gioco.

Shadow Of The Colossus

Il sistema di controllo di Wander, infine, è uno degli elementi maggiormente rivisti in questo remake. Pur rimanendo legnoso e pesante, come volutamente creato da Ueda, la totalità dei comandi di gioco è stata rimappata e proposta in quattro schemi. Si tratta di diversi schemi di comandi prestabiliti, atti a voler rendere il più accessibile possibile il titolo.
Pur apprezzando parecchie delle scelte fatte da Bluepoint Games per svecchiare i controlli del gioco, alcune azioni, specialmente quelle legate al move-set del nostro destriero Argo, sembrano ancorate ad un passato composto di inutili complicazioni che potevano, e a parer nostro dovevano, essere curate maggiormente. Rimane, inoltre, l’onnipresente sensazione di frustrazione nel non riuscire ad eseguire azioni semplici e basilari a causa di una gestione terribile della camera che, purtroppo, rimane cucita a doppio filo all’intero sistema di controllo di Shadow Of The Colossus.
Presa coscienza di questi difetti come è possibile, come abbiamo anticipato in apertura, affermare deliberatamente che ci troviamo di fronte al miglior remake attualmente in commercio? La risposta è da trovarsi nell’enorme rispetto e delicatezza con cui la software house texana si è approcciata a questo restyle completo del titolo. Con una metodologia similare alla recente Crash Bandicoot N’Sane Trilogy, Bluepoint Games ha trasposto l’intero scheletro del gioco ricreando da zero tutti gli asset grafici, snellendo sapientemente un Hud originariamente troppo invadente e arricchendo l’esperienza di gioco con alcune piccole “chicche” dedicate alle oniriche opere di Fumito Ueda (nella fattispecie in alcuni collezionabili “misteriosi” dedicati ad’ ICO e a qualche Easter Egg ispirato al più recente The Last Guardian).
Pur perdendo parte dell’atmosfera onirica della controparte originale, tutto in Shadow Of The Colossus è rimasto invariato a favore di un aspetto maggiormente realistico e di un restyle più infantile e definito degli eterei protagonisti della tragica fiaba. Ciò è dovuto a un ottimo mix di limitazioni tecniche dell’epoca e una palette cromatica diventa iconica nel corso degli anni.
Si tratta di un pezzo di storia del videogioco, con tutti i suoi pregi e difetti qui riproposti nella loro forma visivamente migliore, cristallizzato fra le sponde del tempo in attesa di incantare chi gli donerà, nuovamente o per la prima volta, la fiducia richiesta.

Shadow Of The Colossus
Anche se parte dell’atmosfera originale è andata persa… l’impatto visivo, dato dalle ambientazioni, è incredibile.
PRO CONTRO
  • I nuovi asset grafici sono incredibilmente dettagliati e magistralmente curati…
  • Un remake impeccabile rispettoso delle peculiarità del titolo originale.
  • Una trama capace di incantare ogni tipologia di giocatore.
  • La colonna sonora è un valore aggiunto rimasto immutato nel tempo.
  • … ma tendono a far perdere parte dell’atmosfera originale.
  • Telecamera ingestibile oggi così come 12 anni fa.
  • Alcuni comandi risultano ancora oggi macchinosi e frustranti.
Conclusione
Voto
8.5
Articolo precedenteGTA Online – Karin 190z disponibile
Prossimo articoloHalo World Championship 2018 – Orlando Open Recap
Come dice spesso ai suoi colleghi, nella sua famiglia è entrato prima un Atari 2700 di lui. Cresciuto sulle ginocchia di una madre innamorata di Pitfall, i videogiochi sono sempre stati una costante nella sua vita. Amante della cultura Pop degli anni 80 e 90 se dovesse auto-descriversi, probabilmente citerebbe un'amica definendosi: "nerd before it was cool".