Diamo a cesare quel che è di cesare. Ubisoft, negli ultimi anni, è stata la software house che più di tutte ha cercato di proporre al mercato concept inediti, spesso legati a nuove IP, che nel bene o nel male sono riusciti a portare una ventata d’aria fresca in un settore dove da tempo vediamo solamente remastered e sequele di capitoli dello stesso franchise. Ennesimo esempio è For Honor, titolo unico nel suo genere sviluppato da Ubisoft Montreal che dopo le situazioni tattiche di Tom Clancy’s Rainbow Six Siege e le avventure dell’hacker Marcus Holloway di Watch Dogs 2, esplora il genere dell’action all’arma bianca nell’ambito della guerra totale tra Samurai, Cavalieri e Vichinghi. Il titolo fa sicuramente parte del filone recente inaugurato dalla divisione canadese, che dopo Siege torna con un altro videogame orientato quasi esclusivamente al multiplayer e al PvP. For Honor ha sicuramente molto in comune con il fratellone del franchise Tom Clancy, ed è la prova di come il team abbia imparato molto dal precedente lavoro pubblicato nel 2015. Con un’ambientazione completamente originale ed un gameplay davvero particolare, For Honor è il primo videogame tripla A a proporre questo concept fatto di affondi, parate e schivate, scudi spezzati, lame intrecciate, sangue e guerra. Soprattutto, guerra. Quest’esperimento sarà valso lo sforzo? Riuscirà For Honor ad essere il capostipite di una nuova generazione di action su console?

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Medioevo. Un cataclisma dalle origini sconosciute dilania la terra e deforma lo spaziotempo, distruggendo gran parte delle civiltà che dominavano il mondo. Tra i sopravvissuti al disastro, emergono dalle macerie tre grandi gruppi etnici, Samurai, Cavalieri e Vichinghi, che presto si trovano in conflitto per il controllo delle esigue risorse rimaste disponibili. La pace sembra un’opzione, ma presto viene dimenticata sotto il peso delle migliaia di vittime che il conflitto miete. Questo è il background di For Honor, sicuramente una trovata originale per portare delle civiltà così distanti tra loro sullo stesso campo di battaglia e darle in pasto ai giocatori, che dovranno affrontarsi all’ultimo sangue in feroci scontri tra due o più giocatori. Una volta personalizzato il proprio stemma e scelta la fazione d’appartenenza (è una scelta importante, vi spiegheremo in seguito perché), ci troviamo alle prese con un tutorial che ci illustra brevemente le fondamenta di un gameplay che fin dall’inizio ha saputo stregarci. Il gameplay di For Honor si basa su uno scontro uno verso uno, con la possibilità di attaccare l’avversario da tre direzioni, scegliendone una con la levetta destra prima di effettuarlo. Per poter respingere questo colpo, il difensore dovrà a sua volta selezionare la direzione del fendente in arrivo prima di essere ferito. Avremo a disposizione due tipi d’attacchi, leggeri e pesanti, rispettivamente assegnati a dorsale e a grilletto. Come c’è da aspettarsi, quelli leggeri saranno più veloci e difficili da parare, quelli pesanti più lenti ma infliggeranno maggiori danni. Da queste meccaniche di base si delinea un gameplay estremamente tecnico, dove tempismo, schivate, combo e abilità fanno la differenza tra vittoria e sconfitta. A metà tra un Souls ed un picchiaduro, ogni errore in For Honor si paga caro, come in una competizione olimpica di scherma. Non stupisce quindi che le modalità siano state elaborate per essere coerenti con la logica del duello, nonostante il numero di giocatori coinvolti.

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Potremo infatti prendere parte a diversi tipi di partite in base al numero di partecipanti: Duello, semplice uno contro uno al meglio dei cinque round, Mischia, dove il combattimento raddoppia in un 2vs2 all’ultimo sangue, Eliminazione, 4vs4 dove vincere equivale ad abbattere ogni membro della squadra avversaria, Schermaglia, un deathmatch a punti con squadre di quattro giocatori ed infine Dominio, dove otto giocatori si contendono tre obiettivi disposti sulla mappa con l’aiuto di un esercito di mob controllati dal computer. Le modalità sono tutte giocabili contro avversari umani o contro l’IA, si presentano molto variegate tra loro, ma alcune risultano più riuscite di altre. Se Duello e Mischia rappresentano alla perfezione le potenzialità e la bellezza del sistema di combattimento, nei match a otto giocatori abbiamo sperimentato diversa confusione e frustrazione a seguito di vere e proprie scazzottate tra gruppi di Eroi, dove il tatticismo del combattimento evapora trasformando For Honor in un Hack and Slash caciarone. Dominio, la modalità forse più pubblicizzata nelle sequenze pubblicate da Ubisoft pre-lancio, è sicuramente il tentativo di avvicinare For Honor alle dinamiche cinematografiche medioevali fatte di assedi spettacolari ed eserciti giganteschi, ma riesce soltanto a snaturare la natura stessa del gioco. A peggiorare il bilancio ci si mettono i server, che nelle partite 4vs4 sono un autentico disastro: in Eliminazione, Dominio e Schermaglia è estremamente raro arrivare a fine partita con gli stessi giocatori che l’hanno cominciata, e capita molto spesso di soffrire disconnessioni che comportano la perdita totale dei progressi compiuti durante il match. Questo fattore, in concomitanza con l’oggettiva bruttezza di due quinti delle modalità presenti, penalizza e di molto For Honor, che come titolo che fa del multiplayer la sua componente fondamentale, dovrebbe almeno saper proporre tante modalità interessanti e, soprattutto, funzionanti. Interessante è invece la Guerra delle Fazioni, modalità secondaria che porta lo scontro a livello globale tra tutti i giocatori di For Honor. Con la scelta della fazione appena dopo aver lanciato il gioco, potremo destinare a Samurai, Cavalieri e Vichinghi dei punti guadagnati alla fine di ogni partita giocata. Con questi punti, le fazioni conquistano o perdono territori su una mappa, e alla fine di ogni round della durata di alcune settimane, lo schieramento vincitore farà guadagnare ai propri membri numerose, prelibate ricompense. La Guerra delle Fazioni è riuscita a cementificare la community, con la nascita di diversi luoghi di raduno virtuali sui social dove i membri delle fazioni hanno fatto gruppo. Analogamente a quanto successo con Tom Clancy’s Rainbow Six Siege, ci aspettiamo che la community di For Honor cresca col passare dei mesi e riesca a tenere longevo il gioco, grazie anche ai contenuti gratuiti già promessi da Ubisoft. Non sarà perfetto, ma come titolo che pone il suo fondamento sul multiplayer, gli sviluppatori hanno tutto il tempo per migliorare, aggiornare ed arricchire For Honor. Ora, davvero, tocca a loro.

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Non facendone un disastro, For Honor riesce portarsi a casa diversi punti a favore. Il primo, inaspettato, è la cura con la quale il team di sviluppo ha realizzato l’intelligenza artificiale, difficile da ricordare così in forma in un titolo di questo tipo. Nella storia del videogioco gli esempi di IA scadenti si sprecano, con NPC affetti da glitch e bug che ne pregiudicano il comportamento. In For Honor, non solo i bot sono tecnicamente perfetti, ma spesso si comportano durante i match come veri e propri umani. Le scelte strategiche e le capacità di analisi di un bot durante un duello sono semplicemente sopraffine, col risultato che è spesso preferibile scontrarsi con avversari in carne ed ossa piuttosto che con il computer. In secondo luogo, un plauso va assolutamente mosso per la cura con cui sono stati realizzati gli Eroi. Gli Eroi, questo il nome dei personaggi giocabili, sono ben 12 ed ognuno di loro ha moveset e caratteristiche molto diverse tra loro, rendendo i combattimenti indecifrabili ed imprevedibili. Quattro per ogni fazione, gli Eroi si dividono a loro volta in quattro classi distinte, Avanguardia, Pesante, Assassino e Ibrido, con statistiche analoghe per gli appartenenti alla stessa categoria, ma con differenze sostanziali nel dettaglio. L’Assassino della fazione dei Samurai sarà vagamente simile in termini di caratteristiche a quelli degli altri schieramenti, ma ogni personaggio rimane unico e distinguibile in ogni particolare. La forte caratterizzazione degli Eroi è un aspetto fondamentale per l’economia del gioco, che sprona il giocatore a fidelizzarsi con un solo personaggio per farlo livellare sbloccando personalizzazioni sempre più rare. Non lo nascondiamo, For Honor è un titolo multiplayer oriented, e come tale riesce a farsi amare solo se riesce a proporre un sistema di progressione convincente. Montreal azzecca il colpo e presenta in For Honor sistemi di progressione e personalizzazione estremamente profondi, con 600 livelli da scalare partita dopo partita che sbloccano decine e decine di emblemi, accessori, colori, armi ed armature per il nostro Eroe. L’equipaggiamento inoltre andrà ad incidere sul nostro rendimento in battaglia nelle partite a otto giocatori, modificando numerose statistiche come danni, difesa, cooldown delle abilità e altre. Col passare dei livelli si otterranno equipaggiamenti sempre più potenti e spettacolari, cosa che rende la progressione molto piacevole, per quello che abbiamo potuto provare con mano. La possibilità di rendere il proprio Eroe unico e di potersene vantare con amici, colleghi, parenti di primo e secondo grado è forse l’unico elemento che tiene a galla For Honor, che altrimenti annoierebbe praticamente all’istante a causa del risicato numero di modalità proposte effettivamente interessanti.

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Accanto alle modalità multiplayer, Ubisoft ha scelto di inserire in For Honor una campagna single player, giocabile anche con un amico, che si occupi di allargare la trama e porre le basi narrative per la Guerra delle Fazioni, l’attuale stato di conflitto sul quale il comparto multigiocatore si fonda. Al netto di 18 missioni, 6 per ogni fazione, la campagna non brilla per intensità e scorre via abbastanza in fretta, in un crescendo finale che culmina nell’ultima missione, decisamente la più bella. Ma il vero punto di forza della main quest di For Honor sono sicuramente le ambientazioni, semplicemente sbalorditive: grazie al particolare setting, il team ha potuto fondere elementi storici con la propria immaginazione, e il risultato è davvero da mascella slogata. Enormi, gigantesche fortezze, colossali macchine d’assedio, steppe sventrate da crepacci da cui eruttano rovine di un vecchio passato, silenziose e spettrali foreste di bambù. Da un action davvero non ci si aspetterebbe una tale quantità di panorami mozzafiato, e ci inchiniamo di fronte alla capacità di Ubisoft Montreal di trasformare un’idea prima in artwork, poi in linee di codice così belle per gli occhi.

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For Honor non è sicuramente un capolavoro senza tempo, ma cerca di proporre la visione del proprio team con forza e non badando a compromessi. Il gameplay, al centro dell’esperienza offerta dal gioco, è tanto tecnico quanto divertente, e sarebbe capace di stregare anche un giocatore che vive soltanto di punta e clicca. Se le modalità multigiocatore incentrate sullo scontro testa a testa brillano e sono esempio di quanto nel 2017 sia ancora importante il puro, semplice gameplay, i match a otto giocatori risultano eccessivamente disordinati, sconclusionati e decisamente poco appaganti. Con due modalità su cinque praticamente fuori uso, For Honor comunque sa convincere grazie ad un ricchissimo sistema di progressione, che tiene incollato il giocatore al pad alla ricerca di pregiati pezzi di equipaggiamento e kit di personalizzazione. La campagna, che dal mero punto di vista contenutistico si limita ad essere un contorno insipido rispetto al comparto multigiocatore, va invece assolutamente giocata, anche solo per godersi le splendide atmosfere e gli scenari mozzafiato disegnati da Montreal. For Honor dovrà il suo successo o il suo fallimento al lavoro del team che dovrà essere fatto da qui a cinque mesi, un po’ come avvenuto con un altro titolo only multiplayer dello studio canadese, Rainbow Six Siege. Se i contenuti gratuiti promessi riusciranno a conquistare i giocatori con nuove modalità, nuovi Eroi e nuove personalizzazioni, For Honor avrà di fronte a se un radioso futuro. Viceversa, un post-lancio poco curato sarà inevitabilmente la rovina per questo titolo, che a questo punto sprofonderà nell’oblio senza che nessuno potrà mai ricordarlo.