L’incertezza è uno dei sentimenti più bizzarri da catalogare per noi essere umani. Dietro questa “sensazione” si nasconde un dualismo che spinge la nostra specie sia a mettere in dubbio ogni singola cosa, ma anche ad evolversi. Non è un mistero che l’ignoto tende a spaventarci. Alle volte proprio la sensazione sconfortante derivata dalla paura dell’ignoto ci impedisce di proseguire lungo certe strade. Tuttavia, risulta anche paradossale il fatto che gran parte delle scoperte che hanno portato la civiltà a progredire siano dovute alla voglia di conoscere cosa si cela proprio dietro l’incertezza. Ed esattamente come ogni principio umano che ci contraddistingue dalle creature non senzienti, anche questo, relegato alla paura dell’ignoto, può essere facilmente contestualizzato in qualsiasi ramo artistico, come, in questo caso, quello videoludico. Ghostwire Tokyo è un esempio lampante di come l’incertezza di una presentazione può nascondere un risultato finale strabiliante.

Siate sinceri! Se vi chiedessi cosa vi ricordate dell’iniziale presentazione della creatura dei Tango Gameworks, probabilmente la risposta più frequente sarebbe legata alle “buffe” uscite di Ikumi Nakamura (ovvero l’ex direttrice creativa del progetto), giusto? Infatti è abbastanza innegabile che Ghostwire Tokyo è sempre stato un progetto altamente avvolto dal mistero, con una presentazione al pubblico alquanto caotica, a tratti. Più il gioco compariva davanti agli occhi dei giocatori di tutto il mondo, più destava sospetti e dubbi: nessuno sembrava capire esattamente dove il progetto volesse andare.

Probabilmente, per questo specifico motivo molti hanno deciso di “allontanarsi” in silenzio dal progetto, o addirittura di non rischiare di “scottarsi” ancora una volta. D’altronde, non si può biasimare l’utente moderno, se ultimamente ha deciso di non correre più rischi. Viviamo dei tempi nei quali ogni singola casa sembra pensata più per il profitto ( il che, da un punto di vista commerciale, non è sbagliato) che per offrire un prodotto valido (oltre che giusto verso la clientela). Tutti vogliono reinventare la ruota, ma falliscono a tenere in mano martello e scalpello.

Ed è proprio qui che i Tango Gameworks riescono a splendere, pur non portando in auge chissà quale innovazione. Ghostwire Tokyo è un progetto che emana passione da ogni singolo poro e nella seguente recensione vi spiegheremo perché!

La vera tomba dei morti è il cuore dei vivi

Se seguite spesso quello che scrivo, sapete che sono un soggetto particolarmente attratto dai contesti pseudo-filosofici. Adoro viaggiare con la mente e, quando un’opera stimola con la sua semplicità il mio desiderio di “conoscenza”, inizio ad analizzare a fondo ogni singolo elemento di tale opera. Proprio per questo motivo è innegabile il fatto che Ghostwire Tokyo affronti delle tematiche profonde, ma nello stesso tempo molto semplici da capire. Proprio questa sua “imperfezione” nel voler essere perfetto rende la creatura dei Tango Gameworks altamente apprezzabile.

Ghostwire Tokyo ci metterà davanti a dei concetti abbastanza basilari che nella nostra vita abbiamo affrontato (o, purtroppo, affronteremo, prima o poi). La morte e la spiritualità saranno le due forze motrici che porteranno in spalle tutta la narrativa del gioco. Queste due tematiche, all’apparenza semplici, saranno in grado di risvegliare nel giocatore sentimenti profondi. Ci sono tante opere che cercano di spiegare la perdita e il dolore provocati dalla morte di una persona cara, ma quasi nessuna riesce a spiegarlo in maniera così diretta e senza tante pretese come lo fa Ghostwire Tokyo. Che sia chiaro, non siamo di fronte ad una narrativa dove ogni elemento è volutamente forzato per scatenare delle emozioni. Ma, ancora una volta, grazie alla semplicità il gioco ci metterà davanti a delle situazioni potenzialmente già provate sulla nostra pelle. Capiremo cosa vuol dire non accettare la perdita di una persona, cosa vuol dire soffrire e a cosa porta il dolore non accettato. Il tutto sarà di facile digestione…senza tante pretese e con una narrativa alquanto basilare, ma dannatamente funzionale!

Ghostwire Tokyo 1

Senza stare a spoilerarvi troppo della trama, vi basti sapere che in Ghostwire Tokyo vestiremo i panni di Akito. Questo ragazzo giapponese si troverà catapultato in una Shibuya dominata da Yokai e dovrà capire come mai l’intera popolazione è sparita e, in seguito, sostituita da Yokai. Come se non fosse abbastanza, il nostro Akito si ritroverà anche posseduto dallo spirito di un ex detective dal nome KK. Quest’ultimo sembra vagare ancora per la Terrà in cerca di un’apparente vendetta, ma per concretizzare i suoi piani ha bisogno di un corpo. Tuttavia, questi piani andranno sottosopra quando Akito sembrerà aver in mente altri obbiettivi. Una strana coincidenza però legherà i due “litiganti” in modo da portarli verso un obbiettivo comune: salvare le persone a loro care.

Come potete già capire da queste brevi righe di testo, la narrativa non è decisamente una delle più originali e brillanti, ma vi possiamo garantire che all’interno di questo semplice involucro si presenta una storia molto coinvolgente e che sicuramente vi lascerà qualche ricordo.

Un Ghostwire Tokyo che sa di Shaman King

Se c’è una costante che caratterizza l’intera struttura ossea di Ghostwire Tokyo, quella è la basilarità. Ancora una volta, vogliamo precisare che l’opera Tango Gameworks non osa e non vuole osare ad innovare; si limita soltanto a sfruttare delle caratteristiche viste una moltitudine di volte lungo questi anni. Ma è proprio grazie a questa sua basilarità che l’opera coinvolge e diverte dall’inizio alla fine. Molte volte basta la semplicità di meccaniche ben consolidate a dar vita a un prodotto strutturalmente solido.

Ghostwire Tokyo, infatti, si presenta come un misto Action-Adventure con elementi Open World. A differenza dei vari esponenti del genere che nel corso del tempo hanno cercato di “cambiare le dottrine” rendendo il mondo di gioco un mistero per l’esploratore (senza iconcine varie), Ghostwire Tokyo preferisce una struttura tradizionale “Ubisoftiana”: appena aprirete la mappa di gioco vi troverete sommersi dalle solite icone che ormai “infestano” gli open world. Ma ci sono due piccole differenze che contraddistinguono in maniera netta Ghostwire da un qualsiasi Far Cry o Assassin’s Creed.

Il primo elemento è rappresentato dalle atmosfere generali del gioco. La cura per i dettagli dietro ogni singolo elemento ambientale, dalle strutture ai nemici è a dir poco maniacale. Ogni minuto passato dentro Ghostwire Tokyo vi farà respirare la tipica aria nipponica, dalle cose più complesse, come la simbologia degli Yokai, alle influenze metropolitane dell’opera, dove persino le leggende metropolitane hanno un ruolo ben preciso. Ci sono poi tipicità giapponesi come combini, Gatcha-Pon e animali tipici (Shiba Inu, gatti e procioni), che rendono l’opera piuttosto coinvolgente dall’inizio alla fine. Proprio questa diversificazione delle atmosfere rende interessante non solo la main quest, ma anche le classiche missioni secondarie.

Ghostwire Tokyo 4

Il secondo elemento che solidifica l’opera è il fatto che ogni elemento collezionabile ha uno scopo ben preciso che porterà il giocatore a progredire e a salire di livello. Andare a trovare un elemento nascosto non sarà solo una “fetch quest” fine a se stessa, ma, potenzialmente, quell’elemento servirà come moneta di scambio per ottenere risorse (costumi, cibi specifici e, perché no, esperienza per salire di livello). Questa caratteristica, infatti, rende tutti i vari obbiettivi secondari divertenti da svolgere, oltre che avvincenti.

Dove però il gioco purtroppo in parte fallisce è nel suo combat system. Purtroppo, questo ibrido tra azione e sparatutto in prima persona funziona, ma con qualche limite. Nemmeno i boss, che dovrebbero essere caratterizzati da combattimenti dinamici, riescono a non essere monotoni. Non fraintendeteci, il combat system fa il suo dovere e la varietà di nemici è più che buona. Tuttavia la dinamica degli scontri sarà praticamente identica sempre. Se nelle prime ore di gioco il tutto può andare bene, alla lunga questo sistema annoia. Questo viene anche caratterizzato dal fatto che “l’armamentario” a nostra disposizione non è estremamente vasto o diversificato: tutte le armi hanno un pattern e attacchi abbastanza similari tra loro. Questo non porterà mai il giocatore a sperimentare più di tanto, in quanto basta quasi sempre spammare l’arma più forte. Inoltre, a difficoltà normale il gioco vi riempirà di risorse, per cui non ci sarà nemmeno il pericolo di rimanere senza munizioni per le vostre armi. Purtroppo, questi elementi ci mettono davanti ad un combat system estremamente basilare.

L’ultima pecca che teniamo a precisare riguarda certi obbiettivi secondari: se generalmente la struttura delle missioni è molto buona, va anche detto che certi obbiettivi sono eccessivamente forzati. Se siete platinatori seriali, sappiate che per svolgere certe attività vi ci vorrà un casino di ore, in quanto un certo obbiettivo (che non vogliamo spoilerarvi) è inutilmente diluito. Tuttavia, la longevità dell’opera ci è sembrata comunque ottima, offrendo una campagna di circa 12 ore, che andranno a triplicarsi se deciderete di svolgere tutte le altre attività secondarie. Nel complesso, quindi, siamo di fronte a un’opera semplice, che però svolge quasi ottimamente il proprio compito.

Tecnicamente parlando

Ghostwire Tokyo è il primo prodotto che offre una buona varietà di scelta per una console (quando si va a parlare del comparto tecnico, ovviamente). Il gioco offre ben 5 modalità grafiche che daranno priorità sia alla qualità che al framerate. Durante le nostre ore di gioco abbiamo sfruttato principalmente la modalità Prestazioni ad Alta Qualità (V-Sync attivo), dove abbiamo dato priorità al framerate (quasi sempre vicino ai 60 fps, ma con qualche calo in certe situazioni), senza però sacrificare troppo la qualità grafica (tra Ray Tracing e dettaglio delle texture). Suggeriamo di sfruttare questa modalità, in quanto sembra il compromesso migliore. Giocare un’opera simile a meno di 60 fps non è consigliabile, così come non è consigliabile a giocare senza V-Sync attivo, in quanto il tearing è eccessivo.

Ghostwire Tokyo 2

Per quanto riguarda il Dualsense, il dispositivo PS5 è stato sfruttato in maniera perfetta, con un feedback aptico impiegato in maniera magistrale. Ogni singolo elemento, dai griletti adattivi al touch pad, viene sfruttato a dovere, rendendo l’esperienza di gioco molto coinvolgente. Non nascondiamo che tra le varie opere AAA third party, Ghostwire Tokyo è potenzialmente il prodotto che sfrutta al meglio il Dualsense Sony.

Il comparto audio non è decisamente da dimenticare, con un doppiaggio in italiano molto ben curato e una soundtrack che ricrea alla perfezione tutte le atmosfere della città nipponica. Non aspettatevi un capolavoro strutturale sotto il punto di vista audio, ma nemmeno un’esperienza mediocre.

In conclusione

Ghostwire Tokyo 3

Ghostwire Tokyo non è un’opera perfetta. Il suo non volere osare lo porta, all’apparenza, a sembrare un’opera mediocre. Tuttavia, in questo involucro giace un diamante più che brillante. Senza tante pretese e senza voler cambiare il corso della storia con promesse vuote, l’opera dei Tango Gameworks è una lettera d’amore verso la cultura nipponica e verso chi vuole un prodotto semplice e divertente. L’unico suo sbaglio è posizionarsi in un periodo fin troppo pieno di titoli simili, magari con una nomea più di rilievo. Ma se siete amanti del genere, il nostro consiglio è di non lasciar passare in sordina questo prodotto.

PRO CONTRO
– atmosfere fenomenali e level design molto curato – Combat System troppo basilare
– Storia semplice, ma coinvolgente
– Un ottimo esponente per il genere
– Certe missioni secondarie estremamente diluite
– Non innova minimamente
Conclusione
Ghostwire Tokyo
8
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Ghostwire Tokyo è il classico prodotto che non vuole reinventare la ruota. Si affida ancora a delle meccaniche estremamente sfruttate (sopratutto dagli Open World) e ad un gameplay ormai trito e ritrito in questi ultimi 10 anni. Tuttavia, l'opera dei Tango Gameworks riesce ad essere coinvolgente e molto portata al divertimento. Le sue atmosfere, la storia dietro e la moltitudine di curiosità che si celano dietro ogni angolo di Shibuya rendono Ghostwire Tokyo uno degli open world piu' divertenti di questi ultimi anni (addirittura piu' di certi "titani" dell'industria). La creatura di Shinji Mikami dimostra che non bisogna sempre essere perfetti per risultare fenomenali.ghostwire-tokyo-la-recensione