Tra i tie-in legati all’animazione giapponese, proliferati a partire dall’epoca dei 128 bit grazie all’evoluzione tecnica delle console, in molti devono sicuramente qualcosa al genere dei maho shojo, genere animato nato a fine anni ‘60 e reso popolare da manga e anime come Sailor Moon negli anni ‘90, nel quale le protagoniste sono avvenenti ragazze dotate di poteri magici, spesso e volentieri provenienti da un’altra dimensione o un altro pianeta. Blue Reflection, pubblicato originariamente nel 2017 su PlayStation 4 e PlayStation Vita, era uno fra i videogiochi usciti negli ultimi anni che più puntavano a strizzare l’occhiolino al suddetto genere e ai suoi appassionati, ma aveva diversi punti deboli in ambito ruolistico (molti titoli ispirati ai maho shojo o con elementi del genere, infatti, sono confluiti tra i JRPG o le visual novel). Il suo sequel, denominato Blue Reflection: Second Light, punta proprio a cercare di migliorare gli aspetti che non andavano nel primo capitolo, mantenendo al contempo un’atmosfera, una storia e una direzione generale decisamente peculiari rispetto ad altri titoli sviluppati e prodotti da Gust e Koei Tecmo, come la serie di videogiochi di ruolo alla giapponese Atelier.

Il risultato, quattro anni dopo, può dirsi certamente migliore del predecessore, nonché capace di soddisfare i fan più appassionati, eppure non ancora del tutto a fuoco in determinati aspetti, che spesso in un videogioco del genere sono anche determinanti per capire il livello qualitativo che si aspira a raggiungere.

Potere del cristallo di lun… ah, no

Blue Reflection: Second Light segue le vicende di un gruppo di giovani studentesse, che, dopo aver perso la memoria, sono finite in una misteriosa scuola completamente deserta e circondata su tutti i fronti da un enorme oceano blu, senza alcun indizio, almeno inizialmente, per poter capire come siano finite lì. Le ragazze, dopo un iniziale smarrimento, decidono di impegnarsi a cercare di capire come siano potute capitare in quel posto e chi ce le abbia trasportate, soprattutto dopo aver scoperto di potersi addentrare in un luogo misterioso, chiamato Faraway, tramite un tunnel/portale nelle vicinanze della scuola.

L’avventura, divisa in capitoli, non ha certamente fra le sue principali qualità una brillante conduzione narrativa, anche se la premessa è tutto sommato interessante: le ragazze, infatti, devono cooperare per eliminare una pericolosa piaga che rischia di provocare l’estinzione dell’intero genere umano nel mondo reale, diventando nel frattempo amiche e intrecciando rapporti sempre più stretti fra loro. La storia vera e propria, però, nonostante le buone idee messe in campo, finisce per essere lenta e verbosa, oltre che raccontata in maniera poco furba, tramite dialoghi spesso troppo lunghi e scene contestuali talvolta ripetute in modo esasperante.

Le ragazze protagoniste incarnano perfettamente – in maniera quasi “scolastica” nel loro seguire un binario prestabilito – vari stereotipi, dai quali non si discostano mai, e si comportano sempre come il loro aspetto suggerisce che facciano. La storia, man mano, tende a sviluppare il rapporto fra di loro, e lo fa, come vedremo poi, in maniera piuttosto semplice e lineare, tramite le richieste, vere e proprie missioni secondarie assegnate alla protagonista, Ao, dalle sue compagne (quest’ultima, in realtà, non “emerge” più di tanto al di sopra delle altre, e si limita ad agire unicamente come personaggio utilizzabile nel contesto di un cast corale). Il problema più evidente dell’avanzamento è legato proprio alle fetch quest di raccolta materiali che spezzettano la trama principale e che è importante completare per poter avere più Punti Talento per sbloccare le varie abilità delle protagoniste (anche se la gran parte si completano in maniera abbastanza agevole).

Difetto, questo, tutto sommato comune a diversi altri videogiochi simili, dunque se siete appassionati saprete già a cosa andrete incontro e riuscirete tranquillamente a passarci sopra, sfruttando anzi i momenti apparentemente più tediosi per esplorare più a fondo tutto ciò che il gioco ha da offrire. Ogni tanto fa bene dirlo, anche perché un titolo del genere non può piacere a tutti, né vuole farlo. Tutto sommato, specie per un genere così di nicchia, il grinding va messo più o meno in conto quasi ogni volta.

Un JRPG molto classico

Mentre proseguono nell’avventura, le protagoniste devono sostanzialmente reclutare nuove alleate (il gruppetto iniziale diventerà poi piuttosto numeroso) e recuperare via via i ricordi di ognuna, il che, man mano, sblocca dei flashback che narrano in maniera via via più chiara una storia che inizialmente appare volutamente nebulosa. Nel complesso, dal punto di vista dell’esplorazione e del combattimento, Blue Reflection: Second Light propone un’esperienza molto tradizionale, con vari dungeon “paralleli”, che, se completati, consentono una vera e propria progressione. Poc’anzi, parlando della storia, abbiamo menzionato il Faraway, appellativo col quale le ragazze chiamano inizialmente la zona a cui scoprono di poter accedere nelle vicinanze della scuola. Il vero “cuore” ludico del gioco, però, non si dipana solo lì, come sembra inizialmente.

Per avanzare nei capitoli, infatti, bisogna completare da cima a fondo (ossia dal punto A al punto B, con variazioni quasi nulle) diverse mappe, dette Heartscape, vere e proprie manifestazioni tangibili delle emozioni delle ragazze e corrispondenti più o meno (per concetto) ai palazzi di Persona 5: mini dungeon affrontabili uno dopo l’altro e legati ognuno a un arco narrativo della storia, punteggiati da varie mostruosità che le protagoniste devono sconfiggere per allargare il gruppo e ricostruire, pezzo dopo pezzo, le loro memorie.

Le ambientazioni delle Heartscape sono abbastanza variegate: si passa dalla foresta, alle spiagge blu, ad ambientazioni cittadine, a zone montuose, per poi ritornare al tradizionale setting scolastico, anche se in alcuni casi tendono a rimanere un po’ anonime e appaiono come i tipici scenari che abbiamo già visto e rivisto in decine di manga e anime. Ogni zona è strutturata in maniera molto semplice, con mostri dai design spesso stravaganti (nulla di nuovo, insomma), collezionabili e oggetti raccoglibili di varie tipologie utili anche per il crafting, il tutto costruito con un level design poco elaborato anche per gli standard dei JRPG più basilari. L’unica variazione sul tema, che cambia un po’ gli spostamenti nello scenario, è rappresentata da alcune sezioni stealth, piuttosto rudimentali, in cui dovrete muovervi furtivamente per passare oltre il cono visivo di determinati nemici.

Quando si passa al combattimento, bisogna ammettere che qualcosina è stato fatto per rendere Second Light un po’ più piacevole da giocare rispetto al predecessore, soprattutto in termini di fluidità e godibilità dei combattimenti, che, in generale, sono un bel po’ più frenetici e veloci. La struttura è quella di un JRPG a turni con la classica barra ATB dei Final Fantasy, che scandisce il riempimento delle abilità mediante l’acquisizione di punti etere, e permette di usare mosse di vari tipi. A differenza dell’originale Blue Reflection, la barra presenta ora una suddivisione in cinque segmenti, che consentono di accumulare cinque attacchi consecutivi: ciò significa che le combo tra le protagoniste hanno a disposizione vari stack di potenza, che, una volta riempiti tutti, possono scatenare combinazioni assolutamente devastanti. Il party è sempre formato da al massimo tre studentesse, più una quarta che fornisce supporto, con la possibilità di usare oggetti, buff e debuff passivi, ed è gestibile tramite la pressione di un tasto aggiuntivo (X o quadrato sui pad), differente dai grilletti, che permettono di cambiare tra le tre combattenti principali.

Nel blu, dipinto di blu…

Caratteristica chiave del sistema (che dà anche il titolo alla serie) è la cosiddetta modalità reflector, uno stato temporaneo in cui le ragazze possono entrare, svestendo i panni di studentesse vere e proprie supereroine, dopo aver messo a segno una catena di diversi colpi e aver portato al livello 3 la gauge bar di ognuna. In questa modalità è possibile eseguire mosse di potenza molto maggiore e infliggere più danni ai nemici, a volte anche eliminandoli in un solo colpo, senza per questo avere a disposizione particolari meccaniche aggiuntive.

Gli sviluppatori, poi (e questo è un altro grosso cambiamento rispetto all’originale Blue Reflection), hanno del tutto eliminato i Punti Crescita, che permettevano di agire manualmente sulle statistiche a costo di spendere un bel po’ di tempo negli hangouts con le varie compagne. L’unica cosa lasciata nelle nostre mani sono le abilità attive e passive, mentre il semplice livellamento delle statistiche è ora completamente automatico: cambiamento, questo, decisamente azzeccato e che abbiamo apprezzato, che permette di snellire non poco l’intera struttura del gioco e rende le 25-30 ore necessarie ad arrivare ai titoli di coda molto meno tediose.

A livello di meccaniche, il sistema di Blue Reflection: Second Light è molto simile al predecessore, e implementa buona parte degli elementi dei classici action RPG a turni: alcune mosse, per esempio, danno la possibilità di ritardare gli attacchi nemici, ricacciandoli indietro sulla barra dei turni, altre rendono più facile stordirli e poterli dunque bersagliare di colpi, altre ancora facilitano l’inanellamento delle combo o fungono da “scudo” contro gli attacchi caricati dei boss, che, se vanno a segno, possono spezzare le nostre sequenze di attacchi. Durante i combattimenti, infatti, è fondamentale cercare di prolungare il più possibile le combo, in modo da infliggere più danni e avere un vantaggio tattico rispetto al nemico. Far sì che questo accada, però, è abbastanza semplice, e in generale Blue Reflection: Second Light non arriva mai a un livello di complessità esagerato.

Tutti gli scontri, senza eccezioni, sono piuttosto facilotti a difficoltà standard, tanto che il gioco vi mette a disposizione anche una “auto mode” (già attivata di default), in cui dovrete controllare direttamente solo una delle tre ragazze, mentre le altre due agiranno automaticamente scegliendo le abilità più adatte alla situazione. Per risolvere il problema della difficoltà, subito dopo il lancio gli sviluppatori hanno introdotto un livello di difficoltà più elevato di tutti gli altri. Selezionandolo, in effetti, l’esperienza cambia un bel po’: non si ha più la sensazione di giocare in maniera “automatizzata”, ma bisogna saper gestire meglio le abilità, scandendole in maniera molto più precisa per avere ragione dei nemici.

Una consistente parte di Second Light si svolge al di fuori dei combattimenti e delle zone di esplorazione, tanto che a volte passerete intere decine di minuti senza combattere e vi sembrerà quasi che il gioco si sia trasformato in una sorta di visual novel più interattiva del solito. Nel corso dell’avventura, infatti, le protagoniste avranno modo di “vivere” e abbellire la scuola in vari modi, anche grazie al sistema di crafting, utile a creare oggetti per intrecciare rapporti con le compagne e trasformare completamente il campus. Come dicevamo in uno dei primi paragrafi, le vostre amiche vi assegneranno varie richieste nel corso dell’avventura: completarle serve sia a ottenere punti talento per sbloccare le abilità presenti in vari rami (ogni compagna ha ovviamente un suo ruolo, dalla guaritrice, alla maga, alla cecchina dalla distanza e così via), sia a costruire varie strutture che permettono di ottenere buff attivi e passivi in combattimento.

Per esempio, costruire un giardino all’esterno fornirà un bonus all’attacco, mentre creare una zona caffè permetterà di aumentare gli HP. Per fare una cosa simile in maniera temporanea, comunque, è disponibile anche un sistema di cucina, il quale consente anche di creare oggetti consumabili coi materiali raccolti (come il tamagoyaki, che permette di recuperare HP). Proseguendo nel gioco avrete a disposizione strutture via via più potenti, e dovrete smantellare le vecchie in caso di necessità; una cosa simile avviene con le ricette, dato che presto o tardi smetterete di utilizzare quelle ottenute nei primi capitoli. Nel complesso, il sistema di gestione della scuola è ben fatto: andando avanti avrete la sensazione di avere il controllo totale sull’hub centrale del gioco, senza aspetti trattati in modo sommario o lasciati troppo al caso.

Alti visivi, bassi tecnici

Blue Reflection: Second Light poggia sullo stesso motore grafico del predecessore, degli Atelier, di Fairy Tail e di praticamente tutti gli altri videogiochi recenti di Gust, motore che nel corso degli ultimi anni non ha subito grosse modifiche. Si tratta, come al solito, di un impianto visivo adatto a quel che il gioco deve mettere in scena, ma che comincia a sentire il peso degli anni, soprattutto visti i progressi tecnologici compiuti dai videogiochi negli ultimi dieci anni. Per quanto funzionale, insomma, l’engine inizia ad accusare il peso degli anni, e, oltre agli ovvi lati positivi, favoriti dal tratto “stilizzato”, comincia ad avere criticità sempre più marcate.

Tra i lati positivi rientrano la discreta ottimizzazione, che dipende chiaramente dalla leggerezza e dalla poca complessità del motore, e la resa visiva di certe ambientazioni, che poggiano su accostamenti cromatici azzeccati, senza nemmeno menzionare il design dei personaggi e delle loro controparti Reflector, davvero ispirato. Tra gli elementi che invece non ci sono piaciuti, invece, dobbiamo menzionare la relativa povertà di dettagli di alcune zone, effettivamente davvero spoglie, e il fastidiosissimo effetto “sfocato” applicato all’immagine oltre i due metri di distanza dal protagonista, ingiustificabile anche provando a spiegarlo come scelta narrativa legata al mondo onirico nel quale le ragazze si trovano.

Da apprezzare il fatto che il gioco abbia praticamente zero caricamenti, anche su PC (noi l’abbiamo installato su un SSD M.2 di terza generazione): cambiando zona nella scuola tramite viaggio rapido, infatti, il paesaggio ci si materializza davanti, senza stacchi su schermo nero, e anche il passaggio tra i dungeon e l’hub centrale è quasi istantaneo. Buoni anche l’accompagnamento musicale (la colonna sonora è composta da Asano Ayato, già autore delle musiche di molti Atelier) e il doppiaggio in giapponese, che sottolinea ed enfatizza bene le diverse personalità delle ragazze. Nella sua versione europea, infine, Blue Reflection: Second Light è giocabile esclusivamente in inglese, e non è previsto un adattamento italiano.

 

PRO CONTRO
  • Design dei personaggi e di alcune ambientazioni molto ispirato
  • Combat system veloce e godibile, anche se poco profondo
  • Buon sistema di crafting e housing nella scuola
  • L’idea di fondo è intrigante…
  • Tecnicamente sente fin troppo il peso degli anni, come molti altri videogiochi di Gust
  • Strutturalmente è così così, e se non apprezzate il genere potreste annoiarvi facilmente
  • … ma la trama non viene sviluppata benissimo
Conclusione
Blue Reflection: Second Light
7
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Nato nello scorso millennio con una console fra le mani e rimasto confinato per molti anni nel mondo distopico della Los Angeles del 2019, ne è infine venuto fuori per divulgare al mondo intero le sue più grandi passioni: il videogioco in tutte le sue forme, il cinema (quello vero) e Dylan Dog.