Al netto delle vette ormai sfiorate da videogiochi e tecnologia e considerando la velocità incrementale con la quale queste sono state raggiunte, ci si chiede sempre più spesso quali siano i limiti all’innovazione e, soprattutto, quali siano le condizioni per cui questo rinnovamento abbia ancora modo di manifestarsi. A dissolvere ogni dubbio, quasi come fosse un gioco, ci ha pensato in questi giorni Arkane Studios, casa di sviluppo di origine francese (e orgogliosa autrice di Prey e Dishonored) che, grazie al consueto supporto di Bethesda Softworks, ha appena ampliato il suo già distinto repertorio rilasciando Deathloop: un action game in prima persona di carattere sparatutto che travalica le più comuni proprietà di questo genere contaminandolo con la sostanza tipica delle avventure e completandone significativamente l’esperienza.

L’opera ultima di Arkane, infatti, in un contesto in cui risulta sempre più difficile dimostrare di essere in grado di differenziarsi dai concorrenti proponendo elementi distintivi e che non ricalchino qualcosa di già visto in precedenza, riesce con scioltezza ad escogitare qualcosa di nuovo senza però inventare nulla, intercettando e stemperando la giusta combinazione di ingredienti al fine di riprodurre un concept vincente, efficace e perfettamente aderente allo stile proprio della software house di Lione.

Un giorno da leoni

Nel tentativo di descrivere la logica e gli avvenimenti proposti da Deathloop, conviene partire da una breve premessa: il cuore di questa particolare esperienza si determina all’interno dei confini del loop temporale di un solo giorno. A questo proposito, è bene ricordare come, nell’ambito dei videogiochi, la ripetizione delle stesse azioni sia un modello intrinseco e parte integrante del concetto di “game over”. Ricominciare una partita dall’ultimo checkpoint raggiunto, insomma, non è una situazione sconosciuta alla maggior parte dei videogiocatori.

Quello che fa Deathloop, in modo brillante e indovinato, è semplicemente normalizzare questa realtà rendendola il fondamento di tutta l’esperienza e scavalcando la frustrazione della sconfitta, speziandola con un sapore quasi ironico e invitando l’interlocutore a lottare contro la noia piegando il mezzo ludico sotto al peso del libero arbitrio.

Ci troviamo quindi a Blackreef, isola divisa in quattro località – Updaam, il Complesso, Fristad Rock e la Baia di Karl – sulla quale si è abbattuta una calamità che ha improvvisamente stravolto lo scorrere del tempo attirando l’attenzione di alcuni sedicenti “Visionari” interessati a studiarne le cause e gli effetti nel tentativo di manipolare la storicamente tanto agognata eternità. È sulle spiagge di questo paradiso distopico, dopo quella che ha tutto l’aspetto di una pesante sbronza, che faremo per la prima volta la conoscenza di Colt Vahn, lo sprezzante e impetuoso protagonista privato della memoria e perseguitato da avvertimenti sepolti nella mente che lo inducono a perseguire un unico obiettivo: condizionare il loop per eliminare in un solo giorno gli otto Visionari e spezzare definitivamente il ciclo. Un arduo compito per un solo uomo in preda ad amnesia, reso ancora più difficile dall’ostinazione di Julianna Blake, intenzionata con ogni mezzo ad impedire a Colt di realizzare il suo scopo.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”

Proseguire oltre nell’illustrare la trama potrebbe risultare compromettente per l’esperienza di gioco, infatti, in Deathloop un ruolo cruciale è attribuito alla conoscenza. Come anticipato in apertura a questa recensione, l’elaborato di Arkane Studios fa proprie caratteristiche tipiche delle avventure e degli immersive sim, tra le quali spicca sensibilmente la componente investigativa. Raccogliere dati, analizzare note, registrazioni e messaggi e collegare tra loro le informazioni raccolte tra un loop e l’altro è l’unica possibilità di successo e questa continua indagine sarà supportata da una sezione del menù appositamente dedicata all’antologia degli indizi e delle scoperte.

Per questo motivo non stiamo parlando di un titolo per tutti e sono gli stessi autori a lanciare questa provocazione, seminando Blackreef di frecciatine – splendida, tra i tanti messaggi presenti sullo sfondo, la stoccata “nessuno legge più nulla” – come a stimolare il giocatore ad approfondire il sofisticato intreccio narrativo abilmente intessuto dagli sviluppatori. Anche i dialoghi telematici tra Colt e Julianna possono contenere utili spunti per la prosecuzione della nostra avventura; ogni angolo di quest’isola senza tempo cela preziose indicazioni che contribuiscono a districare il mistero e, parallelamente, ad approfondire le personalità e mentalità che hanno reso possibile il prodigio.

Per chiudere il cerchio, è fondamentale tenere a mente che ogni loop – e di conseguenza ogni giorno – si divide in quattro momenti specifici: mattina, mezzogiorno, pomeriggio e sera. Ognuna delle quattro aree menzionate in precedenza sarà quindi visitabile, a piacimento, in questi quattro periodi della giornata e durante ciascuno di essi si potrà accedere a diverse opportunità e sfide secondarie: una porta chiusa al mattino si apre nel pomeriggio, un avamposto sorvegliato di notte resterà incustodito durante il giorno. Lo scopo, in ogni caso, sarà quello di riuscire a individuare e interpretare le variabili all’interno del sistema metodicamente controllato di Blackreef, per riuscire ad eliminare più Visionari contemporaneamente e concludere il loop senza alcun sopravvissuto.

Un Gunplay strategico

Deathloop è un videogioco d’azione piuttosto ordinario che, nonostante sia travestito da sparatutto in prima persona, non punta tutto su arsenali stratosferici e fuochi d’artificio. Malgrado questa linearità, sarà comunque possibile affrontare il gioco sviluppando strategie adatte allo stile e alle abitudini di tutti. Gli approcci alla partita possono infatti essere molteplici e la struttura stratificata dei loop, unita alla ripetizione e al progressivo apprendimento, conducono il giocatore ad una naturale sperimentazione che renderà l’esperienza di gioco sempre motivante e unica.

Le classiche armi offensive da first person shooter non saranno le uniche risorse a nostra disposizione. Oltre ad un interessante set di tre differenti granate che contribuiranno ulteriormente a personalizzare il proprio modus operandi, sconfiggere i Visionari almeno una volta ci consentirà di recuperare preziose tavolette che conferiranno poteri speciali familiari a quelli che hanno contribuito a definire la bellissima personalità della saga di Dishonored (traslazione, invisibilità e altro ancora). Inoltre, nel corso di ogni run sarà possibile collezionare svariate piastrine che permetteranno di amplificare abilità e attributi o di migliorare armi e tavolette.

Oltre a tutto, all’inizio di ogni loop, subito dopo il nostro risveglio sulla spiaggia, avremo modo di raccogliere l’Hakamajig: un ordigno di fondamentale importanza realizzato per hackerare dispositivi elettronici – torrette, rilevatori e così via – e facilitare la nostra fuga in conclusione ad ogni spedizione. Coerentemente con i principi teorici del loop, infatti, è importante tenere presente che alla fine di ogni giornata perderemo tutto l’equipaggiamento ottenuto nel corso di ciascun ciclo. Fortunatamente, a smentire ogni relazione tra Deathloop e i più classici roguelite, proseguendo nella storia riusciremo ad accedere ad un particolare processo di infusione che, tramite il consumo di residui, ci consentirà di vincolare armi, tavolette e piastrine alla nostra dotazione.

Il giorno della marmotta

Volendo muovere qualche critica all’ultimo progetto di Arkane Studios, si potrebbe sicuramente puntare il dito sia contro un doppio finale un po’ incerto e forse un po’ troppo aperto, sia sulla superficialità dell’intelligenza artificiale di Eternalisti e Visionari, spesso impreparati al nostro arrivo e poco reattivi nel segnalare la nostra posizione. Se da un lato quest’ultima condizione potrebbe essere imputata ad una disattenzione della software house francese, dall’altro lato è importante evidenziare come tale espediente risulti estremamente funzionale alla psicologia di tutto il gioco.

Non è di certo estraneo, nelle produzioni di Arkane, riuscire a cogliere delle citazioni amorevoli al frutto dell’immaginazione dello stratosferico Ken Levine, scrittore del capolavoro senza tempo Bioshock. Ed è proprio in quest’ultimo titolo che possiamo ritrovare la chiave di lettura della passività del computer di Deathloop: la routine degli abitanti di Blackreef è infatti eco di quella dei ricombinanti di Andrew Ryan, fantasmi di sogni utopici, figli del disordine e inebriati da un egocentrismo isterico e incrollabile.

Come non ci si può aspettare reattività da parte di un ubriaco (o decine di essi), allo stesso modo bisogna entrare nella mentalità del loop e ricordare che gli Eternalisti sono gli unici attori di questo esilarante spettacolo a perdere la memoria ad ogni ciclo, risultando delle pedine senza volto impegnate in un’eterna fuga dalla realtà. Al contrario, i Visionari, capitalizzando giorno per giorno conoscenza, alimentano una ridondante asimmetria informativa che non può che portarli alla follia, alla costernazione, al terrore ossessivo di lasciare indizi sulle proprie debolezze che potrebbero porre fine al loro predominio. Così, un loop dopo l’altro, l’isola Blackreff si trasforma silenziosamente da paradiso di libertà e beatitudine a prigione inquieta e affamata di insicurezza.

Multiplayer e conclusioni

In chiusura, vorremmo dedicare qualche riga ad un paio di considerazioni sulla modalità multiplayer. Deathloop permette infatti sia di spezzare il loop nei panni di Colt sia di proteggerlo controllando Julianna e invadendo la partita di un altro giocatore quando quest’ultimo si trovi in un’area nella quale è presente un Visionario. Questa particolare modalità player-vs-player – accessibile unicamente dopo aver concluso la campagna di Colt – è disattivabile in qualsiasi momento dalle impostazioni per chiunque preferisse proseguire indisturbato nella “modalità storia”. In questo caso, però, come già evidenziato nei paragrafi precedenti, Julianna sarà controllata dal computer e il livello di sfida sarà notevolmente ridotto.

Deathloop è disponibile su PC e in anteprima temporanea su Playstation 5 e si presenta come un’opera stratificata e flessibile che merita sicuramente di essere gustata in tutto il suo splendore retro-futuristico. Il level design ispirato ed eclettico, coordinato con una direzione sonora a regola d’arte (il doppiaggio in italiano è eccellente) e rafforzato dall’elasticità dei vari momenti della giornata, sembra prendere vita ad ogni nostra visita, distogliendo l’attenzione del giocatore dal proprio obiettivo e invitando quest’ultimo ad esplorare ogni antro e segreto dell’isola.

Abbiamo provato il titolo su PC e goduto di un’ottima performance che, al di là di qualche bug inevitabile, non ha presentato difficoltà. L’unico requisito richiesto – oltre ai minimi di hardware specificati – è stato l’aggiornamento obbligatorio dei driver della scheda grafica (nel nostro caso, la versione 471.96 dei driver Nvidia per la serie RTX).

E voi, avete scelto da che parte schierarvi?

PROCONTRO
– Meccanica di gioco flessibile e innovativa
– Libertà nella progressione
– Atmosfera retro-futuristica splendida
– Ottimo doppiaggio in italiano
– IA dei nemici debole
– Doppio finale incerto
– Il multiplayer è solo accessorio