Durante il PlayStation Experience 2016, quando i primi frame apparvero a video non riconoscemmo affatto quello che poi si sarebbe rivelato come The Last of Us Part II. Non eravamo pronti non solo a immaginarlo, ma perfino a pensare che Naughty Dog stessa cercasse di superarsi ancora una volta. E dire che l’aveva appena fatto: mesi prima era uscito Uncharted 4, quindi nessuno si poteva aspettare miracoli. Eppure ecco quel trailer: passano più di venti interminabili secondi prima che si veda qualcosa che riconduca a quel mondo. Il resto è noto: Ellie con la chitarra, il tatuaggio, Joel che entra e quello sguardo di Ellie in chiusura.

The Last of Us Part II - Recensione - PlayStation 4
Il primo trailer mostrato alla PlayStation Experience del 2016.

Molte erano le domande dopo quel breve filmato, la maggior parte delle quali banali, perché non avevano chiaro un concetto: Naughty Dog non produce sequel tanto per farli, lo fa solo se riesce a migliorare se stessa: basta fare un confronto tra il primo Uncharted e il secondo. Un modo di interpretare gli open world che ha portato lo studio di proprietà di Sony a realizzare quattro capitoli (senza considerare L’Abisso D’oro su Vita e l’espansione stand-alone Uncharted: l’Eredità Perduta), per poi fermarsi quando non c’era più niente da dire. Con The Last of Us Part II, le cose assumono un’altra dimensione. Lo si capisce da un altro filmato, e questa volta non è solo un trailer, ma c’è anche del gameplay: si tratta del video mostrato durante l’E3 2018. Ci venne il dubbio che quelle sequenze fossero scriptate, ma soprattutto che stessimo assistendo alla nascita di un gioco next gen. I dubbi nascevano dalla quantità e qualità delle animazioni di Ellie, e non solo. E quel giocato faceva già intendere che per i nemici non sarebbe stata una barzelletta affrontarla. Prima di addentrarci nel mondo di Ellie, rassicuriamo chi ci legge: nessuno spoiler verrà inserito in questa recensione.

La vita troverà il modo

Qual è il prezzo delle bugie? Non che le confondiamo con la verità. Il vero pericolo è che abbiamo ascoltato tante di quelle bugie da non riconoscere più la verità. Cosa fare allora? Non resta che abbandonare anche solo l’idea della verità e accontentarci delle storie. In queste storie non importa chi siano gli eroi. Per chi non la riconoscesse, questa è una citazione della premiatissima serie TV Chernobyl, ma il medesimo concetto può essere applicato tranquillamente anche alla saga di The Last of Us, ed è uno di questi punti a rendere la narrazione di questo titolo molto al di sopra della media. A un certo punto, non saremo più in grado di distinguere chi ha ragione e chi ha torto, chi sono i cattivi e chi sono gli eroi.

È uno scenario che conosciamo fin troppo bene quello che ci ritroviamo di fronte, un contesto dove la vita si è fermata per lasciare il posto a una lotta per sopravvivere alla pandemia. È un mondo che, come abbiamo detto, possiamo esplorare in lungo e in largo, soffermandoci a vedere un’auto arrugginita ma con i vetri ancora intatti, o magari entrando in un palazzo e trovare gli uffici con computer e stampanti al loro posto, come se la vita si fosse solo presa una pausa in attesa di tornare. Per assurdo, il più estremo esempio di un ritorno alla normalità lo abbiamo visto nello State of Play: la scena con PS Vita pur avendo un epilogo tragico mostra una parvenza di vita normale. Un esempio decisamente più tranquillo è rappresentato dalla chitarra che suona la stessa Ellie.

Nessuna bugia può fermare la vita. Una bugia potrebbe alimentare una strage, causare la morte di persone che, se conoscessero la verità, forse farebbero scelte diverse. Eppure anche quando le bugie son talmente tante da confondere chi le ascolta, la vita trova sempre il modo, una scorciatoia per trionfare, magari scegliendo vie che non sono convenzionali, ma trova comunque un modo, e bisogna difenderla a tutti i costi.

Gameplay

Com’è questo sequel o seconda parte che dir si voglia? Che ricordiate o meno il capitolo precedente, vi risulterà immediatamente chiara la differenza abbastanza importante tra il primo e il secondo episodio e non per il motivo che potreste immaginare: non c’entra nulla la console su cui è stato sviluppato il primo piuttosto che il secondo. Nell’ultima avventura di Ellie le cose sia da un punto di vista di gameplay sia da un punto di vista della narrazione costringono il giocatore a star sempre allerta (se poi si gioca con cuffie da gaming, a volte il jumpscare potrebbe cogliervi di sorpresa). Per come vengono narrati i fatti si può rimanere o totalmente indifferenti oppure ci si dovrà giocoforza immedesimare, e questo è un punto di forza. Ve lo diciamo senza girarci troppo intorno: sarà molto difficile per qualunque altro studio superare l’intensità della narrazione dei fatti di The Last of Us 2. Capiterà che a volte vi troverete in situazioni limite nelle quali vi sembrerà surreale quello che state facendo, ma questo è il bello di quest’opera.

The Last of Us Part II
Calma apparente

Se poi vogliamo parlare di differenze nude e crude, bisogna illustrare uno degli assi nella manica di Naughty Dog: il Motion Matching. Si tratta di una tecnologia in grado di gestire centinaia di animazioni ricreate dalla stessa software house. Oltre a gestirle, le riadatta in tempo reale. Per fare un esempio: se finirete schiena a terra e dovrete ricaricare la vostra arma, osservate bene quante animazioni appariranno contemporaneamente per compiere questa azione (di contro però c’è da sottolineare con la matita rossa che riporre nello zaino una molotov accesa non è proprio il massimo da vedere). Non è solo Ellie a beneficiare di questa tecnologia, ma chiunque, compreso chi vi attacca: che si tratti di un essere umano o di un infetto, il nemico sarà ugualmente dotato di molteplici animazioni sempre in tempo reale. Naturalmente tutto quello che di buono c’era nel primo capitolo è presente e migliorato nel secondo: si passa dal banco di lavoro per il crafting a tutte quelle meccaniche collaudate in The Last of Us, con un’ulteriore aggiunta. Come la saga di Uncharted insegna, a Naughty Dog piace inserire piccoli enigmi di facile risoluzione. Ora, finché si parla Nathan Drake son più facili da inserire conoscendo lo scenario e inquadrando il personaggio, ma differente invece è collocare tutto ciò in un ambiente come quello di The Last of Us 2, correndo il rischio di distrarre troppo il giocatore e di abbassare troppo il ritmo della narrazione. Cosa che però non accadde affatto.

Ellie l’esploratrice

Come abbiamo detto nell’introduzione, abbiamo davanti a noi un’opera che rappresenta una sfida per lo studio. La cosa che notiamo subito appena c’immergiamo nel mondo di The Last of Us Part II è una caratteristica che il primo capitolo non aveva così marcata: parliamo di un ambiente largamente esplorabile e che vi farà sicuramente venire voglia di scattare molte foto (ovviamente c’è la modalità apposita). Attenzione, però, perché non è un titolo open world alla GTA questo, ma da Naughty Dog ci si aspetterebbero ambienti simili ad Uncharted 4, quanto a esplorazione, ma non è così: laddove il quarto capitolo della saga di Nathan Drake mostrava qualche crepa, qui gli ambienti son curati in maniera maniacale e c’è abbastanza libertà d’azione, anche se non tutto è oro quello luccica. Trattandosi di un titolo di grossa portata, è nostro dovere guardare anche il pelo nell’uovo e, ahi noi, i cavalli e gli alberi (anche le texture) non son il meglio su piazza. Tornando agli ambienti, colpiscono sia l’ottima gestione delle luci sia la varietà degli ambienti, sempre dettagliati. Seattle, poi, è riprodotta talmente bene che non si può resistere dal mettersi a esplorarla palmo a palmo. Anche la fisica è molto credibile soprattutto sui cadaveri, che siano umani o infetti. Non importa se passeremo molto tempo a esplorare perché ne varrà decisamente la pena. Vi diciamo solo di prestare attenzione: perlustrare è un invito a nozze per i nostri cari “amici” runners, clickers e compagnia bella. Anzi, fate molta attenzione a non sprecare munizioni: ci son anche i cari bloaters e tanto altro!

The Last of Us Part II - Recensione - PlayStation 4

La ricognizione, inoltre, è il modo migliore per fare esaltare non solo il comparto grafico, ma soprattutto quello audio. Vale la pena spendere due parole sul sonoro: è qualcosa che è veramente sopra la media, ma per goderne appieno consigliamo l’uso di cuffie da gaming. Ci è capitato di riuscire a sentire pioggia, onde mescolate a un dialogo, e anche muovendoci nessuno dei suoni scompariva completamente,  continuando invece a essere perfettamente distinguibili. L’audio entra in gioco anche nella vegetazione e soprattutto nelle armi. Ogni arma ha un suo suono, ma non è questo a stupirci, quanto le urla differenti a seconda di dove colpiamo il nemico. Per quanto riguarda il parlato, sia che ascoltiate Gea Riva/Lorenzo Scattorin o Ashley Johnson/Troy Baker il risultato non deluderà mai. Sia il cast originale che i doppiatori italiani offrono prestazioni in grado di coinvolgerci ed emozionarci senza mai mostrarsi sottotono. Ad accompagnarci durante il gioco c’è poi la colonna sonora di Gustavo Santaolalla, in grado di mescolare diverse sonorità a seconda della situazione. 

Non nell’erba alta!

È stato mostrato nell’ultimo State of Play dedicato a The Last of Us Part II, e si era già visto qualcosa su Uncharted 4: parliamo della vegetazione e di come sia “un’arma” da utilizzare a nostro vantaggio. Il concetto è semplice: se diversi anni fa ci si nascondeva sfruttando esclusivamente pareti o auto abbandonate, Naughty Dog ha iniziato a pensare di sfruttare l’erba alta nell’ultimo capitolo della saga di Nathan Drake: Nate poteva sfruttarla per nascondersi, ma la meccanica non era sfruttata appieno, anche perché è il gioco stesso a prestarsi poco allo stealth. È come se chiedessimo a un Assassin’s Creed di rinunciare alle lame celate per far posto alle esplosioni: non funzionerebbe. Quello che invece è stato inserito in The Last of Us Part II è una versione decisamente migliorata e più funzionale della vegetazione: Ellie può letteralmente scomparire tra il verde così da cogliere di sorpresa quasi tutti i nemici.

The Last of Us Part II - Recensione - PlayStation 4
Ellie può trarre vantaggio dalla vegetazione, scomparendo dalla vista dei nemici.

E proprio quel “quasi” rappresenta il passo in più, lo step successivo raggiunto da Naughty Dog. Il paradosso è che per raggiungere questo livello ci sia bisogno del cane, che è in grado di stanare Ellie quando è nascosta. Ovviamente sparare da qualsivoglia punto rivelerà la vostra posizione anche se vi troverete sdraiati nell’erba alta, e qui sarete voi a scegliere: rimarrete lì oppure cercherete di confondere le idee a chi cerca di farvi la pelle? C’è poi tutto un’altro modo di sfruttare l’erba: anziché uccidere di sorpresa, prendere in ostaggio un nemico e trascinarlo con la pistola puntata alla tempia: usandolo come ostaggio guadagnerete un po’ di tempo, come è stato mostrato nello State of Play.

Non ci son belle statuine

Già abbiamo detto che ritroveremo delle vecchie conoscenze che certamente non stenderanno un tappeto rosso sotto i vostri piedi al vostro arrivo, anzi! Piuttosto, sta a voi cercare di usare un po’ di strategia: non vi stiamo dicendo di prendere a bottigliate i bloaters, ma di valutare di volta in volta quale approccio usare, anche perché se dopo qualche ora avrete nuovamente familiarizzato con l’IA che gestisce gli infetti, dovrete prestare un po’ più di attenzione a quella che gestisce i nemici umani. Come avete visto dai trailer non saranno immobili, quindi starà a voi studiare qual è la tattica migliore da adottare per uscire vincenti da uno scontro. Se poi vi sembra tutto troppo facile, non c’è problema: il menù consente di impostare anche la passività dei nemici.

Un pugno nello stomaco

Si è molto dibattuto su Ellie, dei suoi occhi pieni di rabbia emersi fin dal primo trailer visto nel 2016 e di tutta quella violenza mostrata nei successivi. Facciamo per un attimo finta di non aver mai giocato questo sequel: cosa può portare una ragazzina immune a una pandemia a essere così violenta? È capace di controllarla senza mettere a repentaglio chi le sta vicino? Oppure è talmente fuori controllo che commette errori talmente grandi da mettere a rischio chiunque le stia attorno? A queste domande la risposta è una: quel pugno diretto nello stomaco. Vedere quella ragazzina che ogni tanto ci “disturbava” nei momenti più complicati di The Last of Us con un fischio o con una barzelletta diventare così violenta nei gesti, nelle movenze, ma soprattutto nelle espressioni facciali, spiazza. C’è però anche l’altra faccia della medaglia: di fronte a protagoniste femminili stereotipate nei videogiochi, Ellie è una grande e bella eccezione. Si prende lei la scena, prende tutte le decisioni che altre protagoniste non prenderebbero mai. Se ha paura di qualcosa, non ci pensa troppo e l’affronta anche con il rischio di perdere tutto. Ecco il secondo pugno nello stomaco: diretto a chi mette una donna protagonista a metà. Il terzo pugno nello stomaco è diretto a tutti quelli che hanno tentato e tentano ancora di rovinare quest’opera blaterando storie senza né capo né coda, senza nemmeno aver finito il gioco una volta. Troppe scelte scomode secondo questi leoni da tastiera. Poveri loro. Gli è andata non male, peggio, perché il titolo è probabilmente destinato a diventare uno dei migliori giochi per PlayStation 4.

Amore e odio

Per tutta la durata della storia, c’è un continuo alternarsi di amore e odio. L’amore assume varie forme durante l’avventura e non sempre è ricambiato dai soggetti interessati. C’è l’amore tra Ellie e Dina, c’è quel rapporto tra Joel e Ellie che conosciamo dal primo episodio e ce ne sono altri meno definiti, ma che assumeranno ugualmente una certa importanza. Tutti questi rapporti dovranno confrontarsi con l’odio, un sentimento che si diffonderà come le spore di un fungo. E per questo “fungo” non ci sono cure, e soprattutto non ci sono immuni. 

Quel dettaglio chiamato pandemia

A un certo punto ci siamo chiesti anche noi se fosse il caso di pubblicare un titolo simile di fronte alla pandemia reale che ha investito il globo. Abbiamo accolto con favore la decisione di Sony e Naugthy Dog di posticipare l’uscita del titolo, perché prima di qualsiasi forma d’intrattenimento o divertimento viene la salute. La pandemia da Covid non è terminata nel pianeta, ma in Europa si sta ripartendo. Paradossalmente, questo titolo manda diversi messaggi positivi anche in tal senso. Ovviamente non ci riferiamo alla violenza di Ellie che va contestualizzata, ma a tutt’altro. Prendere spunto da Jackson dove la gente ha ricominciato a vivere: una sorta di fase 2 di quella pandemia.

The Last of Us Part II

Ci sono passaggi nei quali il messaggio è circa la presenza di un nuovo inizio è molto evidente, altri momenti in cui sembra di percorrere un corridoio fitto dove da una parte troviamo il Coronavirus e dall’altra il fungo di The Last of Us, ma noi ne usciamo sempre vivi. Ecco perché troviamo che proprio questo gioco faccia più bene che male, pandemia o meno. Vedere quei computer abbandonati negli uffici, quelle auto arrugginite con i vetri intatti può solo aumentare l’empatia con i personaggi, ma non porta all’emulazione, poiché ci sono differenze decisamente marcate tra le due pandemie. Non solo: se fra dieci anni uno studio decidesse di sviluppare un videogioco sul Coronavirus rischierebbe tanto. Per quanto drammatica sia questa situazione, il settore dell’intrattenimento ha bisogno di prendersi delle libertà artistiche nel raccontare anche le più grandi tragedie. Chernobyl ne è un esempio. Vedremo cosa farà HBO con The Last of Us.

Infine non bisogna dimenticare quella voce che viene ascoltata quando fa comodo: quella dell’OMS. Se attacca i videogiochi è la Bibbia, quando consiglia i videogiochi, la notizia neanche viene riportata, oppure viene fatto in ritardo. Questo gioco come il primo episodio ruota attorno allo stesso tema: va evidenziato come l’ultima fatica di Naugthy Dog abbia la capacità di fungere da confort zone. Riesce ad intrattenere sia che decidiamo di esplorare o di rushare e mentre lo facciamo rischiamo di ignorare completamente che ancora oggi nei nostri telegiornali ci sono i bollettini con i malati e le vittime da Covid.

Giocabile da tutti

Questa è la parte più bella da scrivere di questo pezzo: The Last of Us Part II non ha avuto vita facile, tra polemiche ridicole, spoiler e attacchi agli sviluppatori come abbiamo già detto. C’è però un punto che auspichiamo ci trovi tutti d’accordo: Naughty Dog ha reso il titolo giocabile da chiunque, perché è completamente accessibile.

The Last of Us Part II
The Last of Us™ Part II, menu Accessibilità.

Abbiamo provato la maggior parte delle opzioni di accessibilità e veramente il messaggio d’integrazione è molto potente. Pensate a quante persone grazie a quei comandi possono giocare l’opera, cosa che sarebbe stata impossibile senza quelle opzioni. Anche Uncharted 4 aveva qualcosa di simile, ma per quest’occasione lo studio situato in California è andato veramente oltre: oltre alla mira automatica ci sono più di sessanta opzioni di accessibilità, fra cui comandi per chi ha disabilità motorie, uditive e visive (ipovedenti). Una cosa così bella non può non essere rimarcata. Ci auguriamo che almeno anche le altre esclusive Sony seguano la strada indicata da Naughty Dog. Questo titolo manda tanti messaggi, e quello dell’accessibilità è uno dei più belli.

The Last of Us™ Parte II, Accessibilità anche nel combattimento.

In conclusione

Mentre la chitarra suona e leggiamo quei nomi ormai familiari nei crediti finali, le sensazioni sono molteplici: abbiamo giocato un’opera che ha qualche sbavatura, ma che ci lascia tante sensazioni diverse allo stesso tempo. Siamo rimasti da una parte svuotati e dall’altra con un tarlo in testa che continua a perseguitarci da quando abbiamo finito il gioco. Come il primo episodio, questo sarà probabilmente il canto del cigno di PlayStation 4 che sfrutta appieno sia la normale che la Pro. La perfezione assoluta non la raggiunge per qualche incertezza tecnica di troppo e perché forse il videogioco perfetto non esiste.

PRO CONTRO
  • Narrazione coinvolgente e sopra la media
  • Maggiori opzioni di esplorazione rispetto al primo capitolo
  • Enorme quantità di animazioni in real time
  • Comparto audio notevole
  • Ambienti più rifiniti rispetto al primo capitolo
  • Tecnicamente non perfetto