Dopo l’articolo di annuncio ecco che finalmente trattiamo il titolo di questa rubrica: The Land of Pain. Un gioco creato da una persona sola, Alessandro Guzzo, con solo un piccolo aiuto nelle traduzioni. Il titolo appartiene al genere horror “corri e nasconditi“, tipo Outlast, e ha come  ambientazione un’ enorme foresta. Questo tipo di gioco ha due strade da percorrere: il successo o il fallimento. Sfortunatamente un titolo del genere può solo appassionare o annoiare e una via di mezzo è raro che ci sia.
Adesso spegnete le luci e mettete le cuffie, e poi riaccendete le luci che se no vi fanno male agli occhi, perché la recensione di questo horror sta per iniziare.

Da inizio abbastanza calmo…

Il gioco parte in maniera molto tranquilla con il nostro protagonista che sta affrontando una passeggiata nel bosco con il compito di raggiungere la piccola casa dove passava le giornate assieme al padre. Durante il cammino il protagonista parla delle esperienze fatte con il suo vecchio, indicando letteralmente a quali luoghi corrispondono alcune azioni fatte in passato. Questa bella ventina di minuti a scoprire i ricordi del protagonista rende la situazione molto piacevole e leggera e il tutto è ammorbidito grazie a un a rada ambientazione floreale. Arrivati alla casetta ci dovremmo occupare di un paio di faccende e prepararci per la notte; all’improvviso ci ritroveremo in un ambiente totalmente differente, cambiando drasticamente la situazione e gettandoci in uno stato di confusione.

… ma poi tutto diventa inquietante.

Il nostro compito sarà scappare da questo dannato posto, da un dio che, chi conosce un minimo degli scritti di Lovecraft, subito potremo riconoscere. Tra sacrifici, uccisioni e luoghi tetri ci dovremo affidare al nostro senso dell’orientamento e alla nostra tenacia, per garantirci la sopravvivenza. In mezzo al nostro cammino troveremo delle note dove a grandi linee troveremo spiagata la storia dietro a The Land of Pain e talvolta ci saranno utili per avanzare nel gioco. Più avanti nella storia le domande: “Dove siamo?“, “Cosa è successo?“, “Chi sono loro e questo dio?“, “Cosa sta avvenendo in questo luogo?” troveranno una risposta, ma sfortunatamente molte altre no. Non vorremo scendere in dettaglio onde evitare spoiler, ma ci avrebbe fatto piacere che nella trama ci fossero stati maggiori approfondimenti così da rendere la storia il più completa possibile, tuttavia un senso lo abbiamo trovato. Ci ha affascinato il modo in cui lo sviluppatore ha creato una storia e un mondo partendo da un personaggio fittizio e ha reso il tutto con un certo mordente.

Il gioco sfrutta molto l’ansia del “vedo non vedo”, mettendoci addosso tanta pressione psicologica tra ambiente circostante e script messi in maniera spaventosamente geniale, lasciandoci molto spesso l’impressione che qualcosa possa accadere o che ci sia qualcuno perennemente appostato ad osservarci. Ciò definisce un grande tratto horror al titolo senza abusare dei famigerati jump scare che, a dire la verità, non saranno molto presenti all’interno del titolo come ci si potrebbe aspettare da un gioco dell’orrore moderno. Nonostante tutto, il gioco impone una grande pressione psicologica, paragonabile anche, se non in egual modo, a un titolo come Amnesia. Tuttavia, possiede la pecca di avere il nemico inseguitore come la cosa meno spaventosa del gioco e quando su schermo inizieranno ad apparire delle frequenze e una visuale sfocate dovremmo solo adottare “la tecnica segreta della fuga” e sperare che dopo qualche metro questi sia scomparso così da non disturbarci.

Un comparto tecnico inquietantemente sublime

Spesso ci capitano diversi giochi dove il comparto tecnico è vacillante, come il passato Black Mirror, dove si trovano glitch grafici di ogni sorta e texture applicate male ma non è il caso di The land of pain. Alessandro Guzzo è riuscito in maniera egregia a realizzare un ottimo comparto grafico con texture bene applicate ai poligoni, giochi di luce molto curati e ombre ben dettagliate. Inoltre ha sfruttato bene il Cryengine 3, con la sua fisica e i suoi effetti visivi.
Un’altra lancia da spezzare a favore di questo gioco va per il comparto audio gestito fin nei piccoli dettagli. In un gioco di questo genere la gestione dell’audio è a dir poco fondamentale, perché di solito è proprio quella che inculca l’ansia al giocatore. Dai rumori dei passi a quelli degli script tutto è sempre adatto e perfetto.
Ogni cosa positiva però ha sempre un risvolto negativo: l’ottimizzazione. Tasto dolente per molti giochi, e sfortunatamente anche questo, ne afflitto. Infatti se non si dispone di una buonissima macchina da gioco sarà veramente difficile giocare sfruttando il massimo effetto visivo e, anche disponendo di tali mezzi, il computer tenderà a scaldarsi molto. Provando con i settaggi al minimo, abbiamo potuto constatare che solo al dettaglio medio si può incorrere in problemi di riscaldamento.

In conclusione

Di solito alla fine si conclude con una cosa bella, ma stavolta c’è una cosa brutta, ma dato che siamo bravi prima diciamo la cosa brutta: il gioco dura 4 ore. The Land of Pain ha una durata molto breve, forse anche troppo. Come accennato all’inizio, ci sono domande a cui non verrà data risposta. Rispondere a tali domande poteva donare una longevità maggiore ma, nonostante tutto, questo titolo merita attenzione dato che il suo prezzo equivale a €6, che spesso scende a €3/4 grazie agli sconti.
Quindi se avete qualche soldino che vi avanza nel portafogli Steam o nella carta, supportate Alessandro Guzzo, un nuovo volto dei developer games tutto italiano. Il gioco, ad ogni modo, riesce ad emozionare e dona più coinvolgimento di un film pur avendo lo stesso prezzo di una pellicola al cinema.

PRO CONTRO
  • Storia ben ispirata
  • Un ottimo comparto horror psicologico
  • Grafica e audio ben realizzati
  • Prezzo veramente irrisorio
  • Nella storia ci saranno domande
    a cui non avremo risposta
  • Un nemico che non fa paura
  • Il Cry Engine è esigente.
  • Durata troppo breve