“C’è un lieto fine, necessariamente lieto o lietamente necessario. Non riesco a capirmi del tutto quando mi chiedo l’uno o l’altro, ma sono contenta, soddisfatta, piena di un intenso frammento di bellezza e umanità”

Citazione tratta da Manuel Vázquez Montalbán.

È ormai risaputo che i videogiochi non sono semplici passatempi interattivi; come ho già spiegato nel mio articolo precedente, questo mondo così particolare e apparentemente frivolo può cambiarci la vita e a volte renderci perfino migliori. Ogni storia viene assimilata come linfa vitale, in un meccanismo prettamente personale e introspettivo: d’un tratto la nostra anima si fonde con quella di quel rude guerriero con barba e capelli bianchi, oppure con un androide stanco di vivere in un clima pregno di ingiustizia e soprusi.

Gli sviluppatori ci pongono di fronte a trame prestabilite, decise da loro e su cui non abbiamo sempre libera scelta: nel caso dei giochi a scelta multipla possiamo dire di star vivendo, in un certo senso, la nostra storia, frutto delle nostre decisioni, seppur guidate da percorsi non programmati da noi. Molte volte, tuttavia, come pedine siamo destinati a vivere storie interattive su cui non possiamo imporci: alcune riescono bene, trasmettendo sensazioni meravigliose, produttive, gratificanti; altre, invece, alimentano un profondo senso di insoddisfazione, delusione, ingiustizia.

Il modo in cui il giocatore empatizza con i personaggi incontrati si plasma in un labirinto emotivo che ci prepara inesorabilmente al finale; una larga fetta di videogiocatori preferisce il lieto fine a prescindere dalla trama, alcuni invece preferiscono una conclusione che sia semplicemente consona e coerente allo sviluppo narrativo.

Perché desiderare il lieto fine

Diverse possono essere le motivazioni, ma stavolta cercherò di trattare l’aspetto psicologico in modo molto leggero e fruibile.

Se potessi rivolgere questa domanda a me stessa, avrei diverse risposte ben chiare.

“Perché desideri il lieto fine?”.

Perché il protagonista, dopo ciò che ha vissuto, lo merita. Ciò che ho vissuto io, da videogiocatrice, in un’altalena straziante di emozioni, merita di vedere la mia esperienza concludersi in modo gratificante, come un dolce plauso da parte degli sviluppatori. Tutto ciò, ovviamente, dipende dal contenuto ludico. Il lieto fine non si basa prettamente su un “e vissero felici e contenti” dai contenuti disneyani, bensì può riallacciarsi anche a scelte vendicative portate a buon termine o, perché no, percorsi di profonda redenzione che siano coerenti con l’intreccio narrativo. Il nostro cuore, lo strato del sentire personale, ha bisogno di finali positivi che in un certo senso possano rivelarsi terapeutici: il fulcro psicologico consta nel cambiare il finale agendo sui punti critici della storia. Si tratta di un insegnamento di vita secondo cui vengono mostrate le difficoltà e i punti deboli del protagonista, portando il giocatore a empatizzare con lui e assimilare le sue sofferenze in modo realistico, per poi vivere un lieto fine che faccia capire quanto possa essere possibile trovare la luce in fondo al tunnel.

Una sorta di “vivo la sofferenza con te, ma ne usciremo insieme e insieme vinceremo”.

Alcuni giochi, tuttavia, sono incentrati prettamente sul dolore, il bisogno di vendetta, scelte totalmente sbagliate e poco sane, per poi sfociare in un finale decisamente incoerente e poco produttivo, dato il trascorso precedente. Queste sensazioni non sarebbero affatto salutari per il giocatore, che in questo modo si sente confuso e disorientato, domandandosi: “dopo tutto ciò che ho fatto, perché la storia finisce così? Ne è valsa la pena?

Lieto fine nei videogiochi
NieR: Automata

Quando cambiare strada

Onestamente, non si può rispondere in modo categorico: ogni storia è personale, viscerale, ingiudicabile; il nostro essere umani ci porta a vivere ogni gioco in modo totalmente unico e soggettivo. Dal mio punto di vista, penso che un gioco possa terminare perfino con la morte di un personaggio, fin quando si rispetti la coerenza narrativa che ci ha accompagnati per tutto il tragitto. Le scene devono essere incastrate come tasselli preziosi senza cui la storia non andrebbe avanti: pensare di inserire scene puramente casuali e concepite in modo superficiale o, peggio ancora, eccedere con tematiche prettamente politiche con l’unico scopo di far empatizzare con esse il giocatore, è una delle cose più aberranti mai esistite. Personalmente, quindi, sono favorevole sia al lieto fine che alle conclusioni drammatiche, fin quando si rispetti una certa coerenza. Credo che ogni giocatore meriterebbe, tuttavia, di scegliere il proprio finale, che si tratti anche solo dell’unica opportunità di scelta dopo un’intera esperienza di gioco su cui non abbiamo libero arbitrio.

Credo sia un ottimo modo per unirsi al giocatore, coinvolgendolo davvero, facendo capire quanto sia importante la sua esperienza senza forzarla (questo tipo di discorso non ha nulla a che vedere con film o libri, ma sarebbe davvero interessante poter apportare modifiche interattive anche in quel settore).

Ho giocato titoli così interessanti e gratificanti da non sentire la necessità di sceglierne il finale, sentendomi soddisfatta del percorso videoludico ed emozionale: in altri giochi, tuttavia, ho percepito la profonda necessità di prenderne le redini, e il non poterlo fare ha portato a una sorta di insoddisfazione, rabbia e impotenza. Ciò non vuole essere una critica o un insulto verso gli sviluppatori, bensì una riflessione nei confronti del percorso formativo. Talvolta la necessità di avere il controllo su tutto, per sentirsi più sicuri, si riflette anche in questo ambito: probabilmente non saremmo pronti a vivere scelte non fatte da noi, con la conseguente paura di sentirci vulnerabili e fragili. Alcuni titoli puntano su questo, sviscerando la nostra anima e mettendone a nudo i punti deboli, svegliandoci da un loop di comfort zone che potrebbe rivelarsi deleterio.

Lieto fine nei videogiochi
Horizon Zero Dawn

Perché scegliere, perché non farlo

Poter avere libera scelta, seppur attraverso decisioni prestabilite da selezionare, è una possibilità impareggiabile e privilegiata: nulla di tutto ciò è possibile nel mondo cinematografico o letterario, se escludiamo opere come i classici librogame o l’episodio di Black Mirror intitolato Bandersnatch. Nel settore videoludico, tuttavia, noi giocatori siamo tutt’altro che semplici spettatori, bensì lo stesso fulcro centrale del protagonista. Una chiacchierata molto produttiva con una persona a me cara mi ha fatto capire, tuttavia, una cosa a cui non avevo mai pensato: se hai la libertà di scelta, opti per la soluzione più semplice; un po’ come quando puoi scegliere se fuggire o intervenire. Qui entra in gioco la dinamica di cui ho parlato nell’articolo precedente, basata sul giudizio morale personale o impersonale: si impiega meno tempo nell’instaurare un giudizio impersonale, non vedendoci in prima persona e non sentendoci gli artefici delle possibili conseguenze. Nel caso del giudizio personale, quindi di una scelta fatta da parte nostra, le conseguenze del gioco e della sua storia sarebbero totalmente nelle nostre mani, il che rischierebbe di rovinare l’esperienza videoludica a causa di una scelta pensata in modo errato. Alcuni giochi, soprattutto quelli a scelta multipla, permettono di ricaricare il checkpoint e provare altri finali, in modo da evitare qualsiasi tipo di insoddisfazione o frustrazione: sappiamo benissimo che, però, non è la stessa cosa. Posso confermarlo io, che ho concluso la storia di Detroit: Become Human nel modo peggiore possibile: nonostante abbia ottenuto il trofeo di platino e percorso ogni singola alternativa, la prima run è quella che centra inesorabilmente il cuore e ti fa provare sensi di colpa.

Ciò di cui sto parlando, tuttavia, è estremamente personale e soggettivo. Siamo esseri umani con mille sfumature diverse, uniche, preziose: per questo motivo ho chiesto ad alcune persone la loro opinione, senza volermi limitare a una mera oggettività che, onestamente, non potrà mai esistere.

Alcuni di loro hanno espresso la loro opinione sul lieto fine, elaborando la risposta in modo davvero interessante.

Parto dal presupposto che un gioco non debba avere per forza un lieto fine: un finale deve stupire, deve far venire voglia di giocare subito il seguito. Io penserei prima a realizzare un “gran finale” e poi sceglierei se lieto o il contrario. I finali sono molto criticati, cadere nel banale è molto facile, ma prima di criticare dovremmo metterci anche nei panni degli sviluppatori”.
Andrea – T4kash1

Sceglierei una storia senza lieto fine. Il dolore, secondo me, lascia più sensazioni rispetto a un happy ending facilmente dimenticabile. Se una storia finisce male ti resta più impressa ed è difficile dimenticarla, nel caso contrario ti lascia un bel ricordo ma, con il tempo, se ti facessero una domanda su quella storia, la ricorderesti in modo sopito rispetto a quella negativa”.
Paolo – PaoXIII

Credo che ormai tutti ci aspettiamo un lieto fine, che sia più o meno sofferto nel percorso della storia e, diciamocela tutta sono tutti prevalentemente uguali: vince sempre il bene (o il protagonista) grazie alla forza dell’amicizia o qualcosa di simile. Un finale triste/cattivo, o semplicemente non un happy ending, ha molte più possibilità che non sono ancora state esplorate: vedere qualcosa che non ci aspettiamo è stupefacente, ci immerge nella storia, con il cuore che batte a mille perché non riusciamo a crederci. Un finale simile ci segna, ci distrugge dentro e, forse, soffriamo proprio perché volevamo un lieto fine. È proprio questo il bello di storie simili: non tutto finisce bene, ci sono tante altre storie da raccontare, oltre a determinati happy ending che vediamo sempre. Credo sia giunto il momento di esplorare terre diverse, dolorose, che ancora non conosciamo e che possono darci tanto”.
Domenico – AtanEko

Dipende dai casi. Alcuni finali “felici” sono scontati, altri soddisfacenti; viceversa, alcuni giochi finiscono male e sono consoni, altri finiscono semplicemente in modo negativo, senza lasciare nulla”.
Alexandra – Tbesc

In cuor mio, lo so, sono stati proprio i finali strazianti ed emozionanti a cicatrizzare ogni esperienza dentro me. La meravigliosa luce accecante della vittoria dopo una lunga ed estenuante lotta, tuttavia, sarà uno degli insegnamenti che più reputo necessari nella mia vita.

Lieto fine nei videogiochi
Arcadia Bay – Life is Strange

Cosa pensate, voi, del lieto fine? Cosa scegliereste e perché? Fatecelo sapere con un commento!