A seguito del dilagante successo del genere Battle Royale, molti titoli si sono accodati alla scia, alcuni anche quasi totalmente estranei alla faccenda ma si sa: tutti vogliono salire sul carro dei vincitori.
La formula è più o meno sempre la stessa: tanti giocatori, uno solo ne uscirà vivo.
Tuttavia alcuni giochi si sono distinti per aver dato una loro interpretazione al genere e tra questi passa stranamente, quasi sottotraccia, il lavoro dei ragazzi di Techland, che con Dying Light: Bad Blood hanno voluto mostrare la loro versione dei fatti su questo fenomeno del momento.

Con un secondo mastodontico capitolo nel pieno della produzione, la software house polacca ha voluto lanciare questo spin-off della serie, esclusivamente per questa modalità e disponibile in Early Access su PC, dove ha provato a fare qualcosa di diverso, prendendosi non pochi rischi.

Nonostante l’offerta sul mercato sia ampia infatti, questa personale interpretazione di Techland punta fortissimo su sull’appeal che esercita quel mondo cadaverico e apocalittico che rappresenta la saga di Dying Light, capace di attirare oltre 14.5 milioni di giocatori, e per questo Dying Light: Bad Blood potrebbe ritagliarsi una buona fetta di pubblico.

Ma bando alle ciance e andiamo a vedere nel dettaglio cosa questo spin-off porta in dote, gettandoci tra maree di zombie e altri giocatori assetati di sangue.

Quando il Battle Royale diventa Brutal Royale

Nella loro personale visione del tutto, i ragazzi di Techland con Dying Light: Bad Blood hanno voluto addirittura definire un nuovo genere: il Brutal Royale.

Dying Light: Bad Blood
Tutto è concesso il Dying Light: Bad Blood

Ma cos’è un Brutal Royale di preciso? Per gli sviluppatori il termine sta a indicare un mix di PvE e PvP, tutto a tema rigorosamente Dying Light, quindi con tanto sangue e soprattutto tanti zombie.

La presenza di quest’ultimi era scontata vista la saga, ma che fossero anche utili e ben inseriti nella formula era tutt’altro che certo.

L’impiego degli zombie infatti va a costituire la parte PvE di questa nuova formula coniata da Techland, andando a rivestire un ruolo chiave nell’ecosistema del titolo: il loro compito sarà quello di difendere dei cumuli infetti sparsi per la città di Hassan che ci farà da mappa.

Questi cumuli nello specifico, una volta iniziata la partita, diventeranno tappe quasi forzate per i giocatori, poiché l’obiettivo è estrarne campioni di sangue per aumentare di livello ottenendo di conseguenza svariati benefici, tra cui un aumento delle proprie statistiche come Forza, Resistenza e Agilità, oltre a curarci completamente.

Ma attenzione, i vantaggi su Dying Light: Bad Blood si acquistano con il ferro e non con l’oro, quindi per vantaggi più sostanziosi si dovrà dare la caccia ai cumuli più importanti, e come potete ben immaginare la guardia dei nostri simpatici morti viventi sarà maggiore in questi punti.

Sono presenti tutte le tipologie di non morti visti finora nella saga di Dying Light, nessuno escluso, quindi per gli amanti della serie sarà come ritrovarsi a casa, o quasi insomma.

Un difetto purtroppo però va riscontrato ed è il fatto che gli alveari sono fissi sulla mappa, rendendo la vita facile ai giocatori più esperti che riconoscono i più vantaggiosi, penalizzando al tempo stesso chi si inserirà in corso d’opera nella competizione.

Come potrete immaginare, questa parte PvE non è finalizzata a sé stessa, poiché i vantaggi che acquisiremo ci serviranno anche per svettare anche tra gli altri 11 giocatori (12 compresi noi), ma non saranno l’unico aspetto di cui tenere conto, poiché la formula base è comunque quella di un Battle Royale, quindi dovremo anche girare alla ricerca di armi e equipaggiamento.

Piccola nota: le armi sono potenziabili grazie ad upgrade raccoglibili in giro per la mappa e queste migliorie andranno ad aggiungere interessanti qualità alle nostre armi, come la capacità di gelare e rallentare il nemico, o fulminarlo e stordirlo, quindi non trascurate il vostro arsenale.

Una buona strategia tra PvE e preparazione al PvP quindi sarà fondamentale per poter affrontare al meglio il late-game, costringendo quindi il giocatore a bilanciare e ponderare ogni sua scelta, senza pendere troppo né da uno né dall’altro piatto della bilancia.

Per fuggire infatti sarà necessario raccogliere un determinato ammontare di campioni di sangue; ciò sbloccherà il punto di estrazione dove ci verranno a trarre in salvo.
Il primo che ci riesce vince la partita.

Dying Light: Bad Blood
L’elicottero sarà la nostra unica ancora di salvezza

Tuttavia la strada verso la vittoria non poteva essere così facile in un Brutal Royale.

Una volta pronti alla fuga, infatti, verremo marchiati e resi noti a tutti i giocatori rimasti sulla mappa, che sapranno la nostra posizione fino a che non riusciremo a fuggire, o non verremo malamente massacrati.

I mezzi su Dying Light: Bad Blood sono molteplici e non vertono esclusivamente sulle convenzionali armi, con la possibilità di sfruttare a proprio vantaggio gli elementi ambientali per creare trappole pensate ad hoc per non farci mai sentire al sicuro.

Il tutto è condito da un pensato uso della meccanica del parkour, sempre come si confà alla saga di Dying Light, che svincola il giocatore dai classici movimenti, permettendo un gameplay totale, con la possibilità di aggrapparsi su qualsiasi sporgenza sia a vista e a tiro di salto.
Si può quindi esplorare la mappa per capirne pregi e difetti, pianificare i movimenti di conseguenza e scegliere per il percorso migliore verso la vittoria.

Da notare che la stamina si consuma solamente durante i combattimenti, non ostruendo in nessun modo il giocatore durante gli spostamenti, ma soprattutto durante la corsa a perdifiato verso l’elicottero, visto che la nostra morte potrebbe significare la vittoria di qualcun’altro, dato che i campioni raccolti si possono rubare dalle vittime come il resto degli oggetti.

Un Comabat System sanguinoso

Veniamo ora alla parte veramente brutal di questo titolo, il Combat System.

Se in qualsiasi altro Battle Royale vi siete abituati a scontri tattici, con fucili e armi dalla lunga distanza beh, con Dying Blood dovrete rivisitare il vostro stile.

La parola chiave del Combat System di questo Brutal Royale è frenesia.

Saranno infatti frenesia e tensione quelle che ci accompagneranno durante tutto l’arco della partita e se la seconda dipende dal normale svolgersi di un partita Battle Royale, la prima è totalmente legata ai sanguinosi e concitati scontri con gli zombie e gli altri giocatori.

La peculiarità di questo titolo infatti è l’estrema rarità con cui si reperiscono le armi da fuoco, spostando quasi del tutto l’ago della bilancia verso combattimenti all’arma bianca, per di più anche improvvisate, tipo attrezzi da lavoro e simili.

Dying Light: Bad Blood
I combattimenti saranno ravvicinati, molto ravvicinati

I combattimenti saranno quindi praticamente quasi tutti ravvicinati, con tanto di sceniche conseguenze per i giocatori, con arti amputati, schizzi di sangue ovunque e tanta sana frenesia berserk.

Tuttavia questa potrebbe essere un’arma a doppio taglio, vista l’estrema freddezza che richiede per non finire nel botton smashing, ma è così che gli sviluppatori hanno voluto impostare questa sfida, e anche i difetti di cui risente questo aspetto possono essere tollerati, ma se non siete giocatori da carneficina, allora questo aspetto potrebbe tentarvi nel desistere nel dare una possibilità a questo titolo.

Come abbiamo detto in precedenza, la stamina è affare esclusivo dei combattimenti, ma il suo consumo per colpo è forse un pelo eccessivo, costringendo il giocatore a colpi mirati.
A bilanciare questo aspetto vi è un Time To Kill relativamente alto, che però purtroppo non varia eccessivamente con il potenziamento delle armi.

Ovviamente un minimo di differenza si sente, ma non è mai soverchiante, rendendo si più equilibrati i combattimenti, ma rendendo forse non fondamentale il looting di questi potenziamenti.

Tecnicamente parlando

Dying Light: bad Blood mostra una solidità tecnica notevole: nessun bug clamoroso spezzaossa e il matchmaking non mostra falle, tutto quello che serve per garantire un’esperienza multiplayer divertente e coinvolgente.

L’unica richiesta è una linea stabile, poiché l’uscita dalla lobby non è rara se la vostra connessione soffre di problemi.

Salvo questo, sotto l’aspetto visivo certamente il gioco non è un esempio di massima espressione grafica, ma non era nemmeno pensabile un livello grafico così estremo, vista soprattutto la vasta e realistica fisica presente nel gioco, che supporta in modo egregio la libertà di movimento citata precedentemente.

Visto il ritmo e la frenesia di questo Brutal Royale, una fisica così ben curata è forse la miglior scelta dei ragazzi di Techland, che sacrificano l’aspetto grafico per questo, ma con il senno di poi è una scelta che fa tutti felici, per evitare spiacevoli inconvenienti in gioco.

Nonostante un livello di dettaglio non estremo, l’ambientazione comunque trasmette benissimo un non so che di inquietudine: una città completamente nel caos, nessuna anima viva (letteralmente) per le sue strade e un leggero vento che muove appena le fronde delle piante, il tutto nella piena consapevolezza che ci sono zombie e giocatori che non vogliono altro che la nostra pelle.

Nel complessivo dunque Dying Light: Bad Blood offre un’esperienza solida e di carattere, con un buon mix decisamente divertente.
I ragazzi di Techland, pur con il rischio di venire schiacciati da colossi di questo settore ormai saturo, hanno fornito una revisione caratteristica del genere Battle Royale, creandone una sottospecie di nicchia ma decisamente attraente per gli amanti delle ambientazioni zombie.
Ritmi alti che non precludono però la necessità di strategia e ragionamento in ogni situazione, insomma un’esperienza a 360 gradi diversa dal solito mischione di 100 giocatori.

Se non avete mai provato un Battle Royale questo titolo potrebbe essere un inizio abbastanza tosto ma parecchio coinvolgente, se invece siete avvezzi al genere può essere una piacevole variante alla solita monotonia.