Quando ci si accinge a redarre dei testi che si desidera siano letti dal maggior numero possibile di persone, dovrebbe essere buona norma scriverli in maniera che la fruizione degli stessi non sia troppo complessa, onde evitare di rendere i propri pensieri e la loro espressione mediante il mezzo scritto troppo arzigogolati e, dunque, complessi da seguire, ma esistono individui bizzarri come la sottoscritta che rivendicano a voce alta il pieno diritto a scrivere i propri testi utilizzando anche termini desueti come “desueti” e strutture sintattico-grammaticali un po’ più complesse per esprimere non soltanto ciò che pensano, ma anche, e forse soprattutto, nel modo che ritengono più opportuno, poiché, se è vero che è nostro preciso compito, in quanto redattori che si rivolgono a un pubblico di appassionati come noi, fornire informazioni quanto più corrette e accurate possibile agli utenti per i quali scriviamo, è altresì vero che, almeno a mio modestissimo avviso, non c’è assolutamente nulla di male nel rifiutarsi categoricamente di omologarsi a uno stile di scrittura che rischia di appiattire i testi prodotti da chiunque, il che, a sua volta, potrebbe dunque rendere molto difficile riconoscere la mano di un autore rispetto a quella di un altro, e questo si riflette non soltanto nella volontà, ad esempio, di non comporre periodi dalla strutturazione molto semplice, brevi e più o meno privi di frasi dipendenti, ma anche in una scelta lessicale un po’ più ricercata, anche se questo significa vedere evidenziata la parola “altresì” come se questa fosse errata da un correttore automatico che semplicemente ed evidentemente non è caratterizzato da un vocabolario molto ben fornito, poiché è anche attraverso l’utilizzo di parole e costrutti che si collocano, in maniera più o meno netta e marcata, al di fuori degli schemi più comunemente accettati e adottati che ci possiamo sentire davvero liberi di esprimere le nostre idee nel nostro stile, senza vincoli di sorta, anche se il prezzo da pagare potrebbe essere quello di sentirsi dire più o meno da chiunque che dovremmo cambiare, che dovremmo omologarci alla massa, che non dovremmo difendere a spada tratta il nostro individualismo, la nostra personalità unica e irripetibile e il nostro diritto di scrivere quello che vogliamo nel modo in cui vogliamo, naturalmente, però, e questo è sempre opportuno ricordarlo, ponendoci sempre come limite invalicabile il divieto più assoluto di scendere ai livelli bassi e beceri dell’insulto, e rassegnarci, infine, all’idea che siamo destinati a restare ingabbiati in schemi che limitano la nostra libertà di espressione, e aggiungo, inoltre, che è a mio avviso più che chiaro che ognuno di noi dovrebbe essere libero di scegliere la propria strada, in un modo o nell’altro, senza temere il giudizio di nessuno, senza farsene intimorire, senza sovrapporre la visione che gli altri possono avere di noi a quella che invece è la nostra percezione di noi stessi e delle nostre abilità nella redazione dei testi che amiamo produrre, senza sentirci in colpa se pensiamo, agiamo e scriviamo fregandocene delle convenzioni più comunemente a diffusamente accettate, perché se il prezzo che dovrei pagare per raggiungere il “successo” deve essere rinunciare ai miei principi, alle mie idee, alla mia personalità, alla mia cifra stilistica che fa di me quella che sono, allora preferisco di gran lunga restare relegata per sempre nell’anonimato, per quanto mi renda conto che questo possa essere un discorso piuttosto poco comune, a maggior ragione se fatto da qualcuno che, come me, scrive in rete per riviste specializzate in determinati settori dell’intrattenimento e che, dunque, dovrebbe in realtà perseguire come scopo e fine ultimo del proprio operato proprio la notorietà, ovvero l’esatto opposto dell’anonimato, ma questa non è certo la prima volta che manifesto su queste pagine la mia personale visione del mondo della stampa, e se volete averne una ulteriore riprova e farvene una idea un po’ più ampia, allora potete anche dare un’occhiata a questo mio articolo, perché sarò anche una outsider, pure se, per quel che mi riguarda, potrei anche essere l’unica persona al mondo a pensarla in un certo modo, il che è anche un po’ la paura espressa dall’immenso Trent Reznor nel brano dei suoi Nine Inch Nails, che amo citare spesso, dal titolo “I Do Not Want This“, presente all’interno dell’album datato 1994 “The Downward Spiral“, ma perlomeno sono una persona coerente, anche per via del fatto che ho scelto, in una sorta di meta-testo, di redigere un editoriale in cui rivendico il mio diritto, e quello di chiunque altro, come me, desideri farlo, di scrivere utilizzando periodi lunghi, contorti e complessi, nonostante ciò mi venga rimproverato dai tempi del liceo, attraverso la costruzione di un unico periodo del tutto privo di segni di interpunzione forti, tranne naturalmente il punto atto a concluderlo in maniera definitiva, ovvero questo.

Apologia
Questo articolo ha mandato in tilt perfino Linguo, il robot grammaticale creato da Lisa Simpson.