Dopo che Sony e Microsoft hanno annunciato PlayStation 5 e Xbox Series X, il web ha iniziato a essere invaso dalla consueta e proverbiale console war.

In tanti hanno iniziato a spiegare, a noi comuni mortali, quale fra le due console sarà la migliore, la più potente, quale avrà esclusive al lancio e quale no, in un turbinare ai miei occhi surreale di elucubrazioni più o meno senza capo né coda da parte di chi si ritiene un vero esperto.

Il problema di fondo è, tanto per cambiare, la presunzione (del tutto soggettiva, per altro) che anima chi parla sovente a sproposito e ancor più sovente di argomenti di cui non conosce più o meno nulla; presunzione, questa, che fa ritenere a taluni soggetti che la loro opinione, per motivi del tutto oscuri, sia più autorevole di quella di chiunque altro. A tal proposito, potete dare un’occhiata anche a questo mio articolo.

A questa va aggiunto anche il desiderio di dimostrare di essere i massimi esperti di un particolare argomento, che in una parola si può definire semplicemente come superbia.

In questo articolo, è mio interesse proporvi una breve disanima delle ragioni per cui le console war sono sola robetta priva di significato e valore.

Got me a big old dick and I like to have fun

Console war

Partiamo dal presupposto principale che anima le console war: il voler dimostrare che la propria opinione abbia più valore di quella di coloro che la pensano in modo differente.

Tale presunzione è spesso (per non dire sempre) del tutto infondata, ma il punto forse non è nemmeno tanto questo. Sul serio, non ha alcun valore il fatto che una console o un PC sia più potente e performante rispetto agli altri.

Pensate ad esempio ai retrogamer: dubito che a loro possa interessare una grafica in 4K, ad esempio. Dunque, sono da condannare, insultare, compatire? Ovviamente no.

In breve, possono essere diverse le ragioni che spingono gli utenti a preferire una piattaforma di gioco a un’altra e, trattandosi di motivazioni soggettive, non possono essere confutate in maniera oggettiva.

Per esempio, io sono una utente Sony da circa dodici anni semplicemente perché mi piacciono le esclusive Sony: chi sono io per giudicare gli utenti di altre piattaforme? E chi siete voi per arrogarvi tale diritto? La risposta, a entrambe le domande, è la stessa: nessuno.

Il paradosso della tolleranza

Console war

Il conflitto nasce dall’intolleranza, dalla malsopportazione del diverso e da una presunta superiorità rispetto ad esso.

Nel 1945 Karl Popper illustrò il cosiddetto “Paradosso della Tolleranza” secondo il quale, per dirlo in parole povere, in una società tollerante è necessario non tollerare gli intolleranti, pena lo smantellamento della stessa da parte di questi ultimi.

Ora, se dovessimo bandire tutti gli intolleranti dalle discussioni in ambito videoludico probabilmente rimarremmo a parlare pacificante in dieci, per cui diciamo pure che la cosa è difficilmente attuabile.

Certamente vivremmo tutti più felici se ognuno giocasse a quello che gli pare sulla piattaforma che gli pare, ma sembra una utopia davvero irrealizzabile.

Le micro (o macro) fratture che si creano sulla base di assiomi di base errati sono unicamente disaggreganti, il che sembrerebbe paradossale per un medium che invece tende(rebbe) a unire le persone con la stessa passione: magari quelli che sostengono che PlayStation sia meglio di Xbox e insultano questi giocatori sono gli stessi che si sono commossi per il messaggio di unione di Death Stranding

In questi casi, è evidente una enorme lacuna da parte di questi giocatori: la mancanza di assimilazione di un determinato concetto come un insegnamento che va ben oltre il medium stesso e che, di conseguenza, può essere applicato alla vita reale.

Le opere di finzione che vogliono spingere chi le fruisce a riflettere su determinati problemi o argomenti non si limitano a voler mettere in luce queste tematiche unicamente come parte integrante della loro narrazione, ma vogliono spingere gli utenti a fare propri dei messaggi dai quali dovrebbero trarre insegnamenti utili anche nella loro vita reale.

Tutto questo per dire semplicemente che siamo tutti sulla stessa barca: siamo giocatori? Allora giochiamo.