Questo titolo non rappresenta affatto il preludio di un film western con protagonista Clint Eastwood nel ruolo dello straniero o Kevin Costner di uno sceriffo di Dodge City. Nonostante entrambi abbiano vestito i panni di uno straniero e di uno sceriffo scrivendo pagine sul western, noi conosciamo parte di questo genere grazie ai film di Sergio Leone, come “Per un pugno di dollari” e “C’era una volta il West“, e ai nostrani Bud Spencer e Terence Hill. A onor del vero, una menzione d’onore importante spetta anche alle avventure di Tex Willer, per cui nutro affetto e tanta gratitudine fin da bambino.

Negli ultimi anni, Quentin Tarantino ha proposto gli ottimi “Django” e “The Hateful Eight“, capaci di innovare questo genere grazie a una visione realistica e verosimile di quello che è stato il West in ogni sua sfaccettatura.
In “Django” è posto il divario tra nord e sud, quando gli schiavi venivano trattati come bestie nelle piantagioni di ricchi proprietari terrieri o utilizzati come Mandingo, lottatori al soldo dei loro padroni.
The Hateful Eight” ha una visione differente in cui personaggi ordinari si ritrovano in una baita a causa di una tormenta di neve, nutrendo sospetti e pregiudizi su chiunque vi sia all’interno. Inutile fare spoiler, ma entrambe le vicende finiscono in un bagno di sangue. Nessuno stallo alla messicana o accordo, ma un distacco prepotente dal pregiudizio verosimile di quello che era il West fino al tema della schiavitù, che scatenò una guerra negli Stati Uniti, frammentando l’intero Paese.

Ben prima che uscisse Red Dead Redemption, ci sono stati altri videogiochi western ad aver lasciato un segno indelebile nei cuori dei videogiocatori.
Penso a Gun, all’epoca uscito per PlayStation 2 e Xbox 360 e sviluppato da Neversoft in cui si vestono i panni di Colton White, un cacciatore che vive nelle Montagne Rocciose, ma che si ritroverà a vendicare il padre, Ned White. A fare da cornice alla vendetta di Cole sarà un mondo aperto, vivo e ricco di attività da svolgere e di alcuni rimandi a film del passato come “Lo Straniero senza Nome”.
Questo collegamento mi sovviene soprattutto quando Colton, subito dopo essere sfuggito alla morte mentre era su un battello a vapore attaccato da alcuni veterani della guerra di secessione americana, entra per la prima volta a Dodge City senza niente e con soltanto il cuore colmo di rabbia, intenzionato a vendicarsi di chi lo ha privato del mondo che conosceva fino a quel momento.

Tornando alla serie targata Rockstar Games, nel 2004 venne pubblicato Red Dead Revolver, un rimando profondo agli spaghetti western. Una storia che parte dall’oro e finisce nel sangue, ma su cui si baserà parte dell’intera struttura di Red Dead Redemption e dei suoi DLC, che, sorpresa vera del 2010, diventa gioco dell’anno per l’innovazione dell’intera proposta narrativa come uno spaccato intenso della fine del selvaggio West e l’inizio di un’epoca civilizzata, la quale però si affaccia sulla Prima Guerra Mondiale, considerata all’epoca come “La guerra che avrebbe messo fine a tutte le guerre”. Come sappiamo, non mise freno a nessun’altra guerra.

Quando venne annunciato Red Dead Redemption 2, in un’immagine su Twitter che fece sussultare i fan del primo capitolo, nessuno immaginava cosa Rockstar Games avesse realmente in serbo per noi; parlava di un’opera magistrale e curata, scritta e accompagnata da un’imponente colonna sonora capace di ricordare le composizioni di Ennio Morricone.
Si è confermato tale, se non qualcosa in più, dalle copie vendute, dall’accoglienza di pubblico e critica, dalla sua narrazione matura e cruda ambientata in quattro Stati fittizi che ricordano il Montana e, in parte, i fiumi e i laghi della Louisiana.

Arthur Morgan è un personaggio complesso, mosso all’inizio da certe convinzioni personali e, alla fine della sua storia, consapevole di altre, più private e personali, capaci di spingerlo a trovare in se stesso la risposta giusta dopo una notizia che lo stravolgerà fino a condurlo a mettere in discussione la sua intera esistenza.
All’inizio del gioco è un uomo che agisce in base a ciò che gli viene chiesto. La sua redenzione è silenziosa, la tiene per sé, non la spiega, né sceglie di parlarne apertamente. Osserva il lento mutare del tempo, mentre qualcuno a cui era legato trova altro laddove un tempo non c’erano che ceneri. In ogni istante passato a pensare a ciò che la vita gli ha dato, riflette in seguito su quello che potrebbe fare per gli altri senza che nessuno lo sappia, trovandosi poi a mutare il suo carattere, unico elemento da cui si noterà in parte la sua redenzione.

A tal proposito, sarà spinto persino a legare parte di se stesso a ciò che non è riuscito a tenere stretto a causa di un sacrificio che pensava valido, a una consapevolezza che poi si sgretolerà una volta che non potrà più afferrarla e stringerla a sé.
Arthur Morgan vive in un mondo che abbandonerà il suo lato selvaggio per includersi in una civiltà che non riuscirà a capire appieno perché lo costringerà a seguire delle regole che trova insulse, ben lontane da chi è davvero, dal mondo che conosce. Non è altro che un figlio di un mondo di mezzo che respira l’aria insalubre di uno spaccato di realtà che sopraggiunge e lo sferza come se fosse una frusta. Nel suo processo, può scegliere se essere un lupo o un cervo, ed è una meccanica legata a parte dell’intera esperienza in Red Dead Redemption 2.


Il rapporto che Rockstar Games ha espresso per proporre la natura, finalizzata a una direzione artistica di alto spessore e a un’illuminazione che rispecchia in maniera totale il quadro completo dell’esperienza, si evince non appena ci troviamo a muovere Arthur per la prima volta: non è fine a se stesso né circonda in nessun modo la sagoma di Arthur, ma è il mondo di gioco che lo segue ed è vivo grazie a se stesso. Questa ancestrale melodia si evince dal gracchiare dei corvi all’ululato di un lupo, alla pioggia che batte su un terreno fangoso e intricato, a un aspetto intimo che, in un modo o nell’altro, agisce attraverso una comunicazione indiretta manifestata tramite la perfezione dell’impatto grafico. Una comunicazione che si palesa non appena ci accorgiamo di dettagli ininfluenti, ma comunque importanti, ai fini dell’esperienza stessa.


In tal senso, Red Dead Redemption 2 non è soltanto libertà totale e cavalcate nelle praterie, ma un’espressione ricercata della vita che sottolinea la grandezza stessa del titolo attraverso una peculiare analisi storica di quello che si viveva ai tempi del vecchio West. Ancora prima della caccia, di cui esaminerò gli aspetti più profondi, il resto passa dalla cura del cavallo, nostro compagno di viaggio.
Nonostante se ne sia espressamente parlato in altri articoli a riguardo sulle pagine di 17KGroup, nulla è più fondamentale della cura riposta nei suoi riguardi: possiamo chiamarlo come vogliamo non appena entriamo in una stalla, pulirlo e prestare attenzione anche alla sua alimentazione.
Ovvio, al freddo i suoi testicoli si irrigidiscono come i nervi delle zampe e del dorso, nitrisce non appena avverte un pericolo, si percuote nervosamente e disarciona Arthur quando vede davanti a sé un pericolo che non è in grado di superare. In questo aspetto la cura è riposta in un dettaglio unico e originale, delineato dalla componente di realismo che in Red Dead Redemption 2 fortifica l’espressione massima dell’intera esperienza in un preciso condensato di emozioni, che si collegano all’intensità di un survival diversificato, ma che si estende all’uomo e poi al proprio cavallo.

Recentemente ho intrapreso diverse spedizioni a nord di Ambarino con Bessy, la mia ungherese Mezzosangue. Ho cacciato wapiti, cervi, qualche animale leggendario e mi sono dedicato a scendere nei dettagli per capire cosa significasse cacciare nel vecchio West con fucili adattati per mantenere le pelli perfette.

Mi sono lasciato alle spalle più carogne di cervo che di persone, nonostante due incontri improvvisi per cui sono stato costretto a tirare fuori la Volcanic dalla fondina; un colpo alla testa ciascuno, ma non c’era alcun testimone, a parte i fiocchi di neve. Proseguendo per la mia strada, decido di aprire la mappa: so che nei paraggi c’è un bisonte bianco, un animale leggendario la cui pelle mi frutterà un bel po’ di dollari. Decido di cacciarlo, ma ormai è sera e non è mai consigliabile cacciare con l’oscurità per evitare di essere incalzati dai lupi. Se non consideriamo gli orsi, poi, è da folli anche solo pensare di uscirne ancora sulle proprie gambe. Nonostante le scorte possano rigenerare salute ed energia, è meglio non strafare. Non per Ambarino, al freddo e con una visuale ostruita dai fiocchi di neve.
Preparo l’accampamento, la tenda e il sacco a pelo (pare una scampagnata a caso nei boschi di Champdepraz, in Valle d’Aosta). Tiro fuori delle parti di selvaggina e ne infilzo una col coltello per avvicinarla al fuoco e aggiungo un po’ di menta, utile per riempire la barra del Dead Eye invece che utilizzare del caffè macinato. Altre le arrostisco e le conservo, una la mangio prima di dormire fino al mattino. Una volta sveglio, attorno a me nulla è cambiato rispetto alla sera prima. I fiocchi di neve ostruiscono la vista e una leggera tormenta sembra imminente, ma non posso esitare: il bisonte bianco mi attende. Stavolta bevo il caffè macinato, poi prendo da Bessy il mio Springfield a canna rigata. Non un Varmint o un Lancaster, uno adatto per scoiattoli, marmotte o lepri, mentre l’altro è adatto per le persone. Uno Springfield può abbattere un bisonte con un colpo singolo ben assestato alla testa, ma non so quanti ne serviranno con un bisonte dal pelo bianco.
Seguo dunque le tracce che trovo sul terreno: degli escrementi adagiati sul manto nevoso, poi delle orme evidenti che portano a un rametto. In seguito, mi avvio verso il residuo di peli adagiato su un lago ghiacciato. Mi assicuro che sia abbastanza solido, poi lo attraverso.

All’improvviso mi abbasso, rapido come un puma del Wisconsin. Il bisonte è davanti a me. Si muove lento. La visuale non è pulita. Carico l’arma, poi appoggio il calcio del fucile sulla spalla. Posso colpirlo dritto in testa, il suo punto debole. Premo il grilletto, il colpo produce un eco assordante e, in una frazione di secondo, si abbatte sulla bestia prendendola in pieno.
Si accascia sul terreno, ma si rialza subito. Rapido, fugge via inoltrandosi in un boschetto. Lo rincorro mentre carico l’arma non perdendolo di vista. Scelgo dunque munizioni più rapide e letali mentre aspetto che si fermi. Mi nascondo dietro a un masso, lo osservo. Ora è tranquillo, come se niente fosse accaduto. Mi basta un altro colpo. Sono costretto a spostarmi a sinistra per non colpire erroneamente un pino rinsecchito dal freddo lì accanto. Sparo, lo colpisco sulla testa. Il bisonte si accascia nuovamente, ma non si rialza. Ce l’ho fatta.


Seppure si conosca la cura riservata ai dettagli dalla proposta di Red Dead Redemption 2, quanto circonda l’espressione della caccia non è fine a se stesso, ma si fonde enormemente con quello che il titolo propone nelle ore di gioco distaccate dalla trama principale: infatti, è qui che Red Dead Redemption 2 si palesa come il gioco western definitivo, oltre a presentare una narrazione hollywoodiana capace di ricordare le pellicole di Sergio Leone e Quentin Tarantino.

C’è ancora il West, ed è videogioco.