L’etichetta di qualunque tipo sia, fa male. In un periodo come questo, dove il diverso viene usato per creare paura che genera consenso politico, bisognerebbe evitare che l’esser dei videogiocatori o la stessa passione per i videogiochi diventino etichetta.

Nella mia esperienza, ho passato varie fasi della mia vita in compagnia dei videogiochi e ogni volta mi hanno dato qualcosa in più. Esattamente come accade nella vita di tutti i giorni.

Senza andare a disturbare un Tirannosauro Rex, posso iniziare a raccontare il primo gioco che ha rivoluzionato un po’ il modo di pensare ai videogiochi: Half Life. Alt. No. Non sto annunciando Half Life 3. Sto parlando del primo Half Life, regalatomi da mio zio.

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Me lo sono giocato tutto in inglese, su Pc e non solo una volta. Ho installato tutte le mod possibili ed immaginabili che, ovviamente, erano in inglese.

Chissà perché quando i media attaccano i videogiochi non considerano mai la loro capacità di farti apprendere una seconda lingua? Forse perché oggi son quasi tutti localizzati? È su quel quasi… che l’ignoranza di alcuni, vive.

Half Life ha avuto un sequel altrettanto rivoluzionario, per poi intraprendere un percorso ad episodi (tutti giocati in inglese), ma mentre attendevo l’uscita di Half Life 2: Episode 2, accadde qualcosa.

Compare in rete una notizia che mi lascia perplesso: circolano dei video su un videogioco in sviluppo sui Ghostbusters. Risata amara. Non riescono a fare il terzo film e ci provano con il gioco? Incredulo, ho ripreso tranquillamente Half Life.

Un anno dopo però una foto mi fa tornare bambino. In quella foto c’è un auto malconcia in officina. Il primo incontro con lei è avvenuto per caso: volevo guardare la TV dopo aver fatto i compiti, ma non sapevo usare il telecomando del televisore in salotto e son finito sulle reti Mediaset invece delle emittenti che trasmettevano altri cartoni animati. Quello fu il primo incontro con la Ecto-1 di The Real Ghostbusters. Successivamente ho visto il film con i miei genitori in televisione.

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Restauro Ecto-1 foto by J. Ryan

Cosa ci faceva l’auto del film in officina? Su un blog americano trovai la risposta: quello che credevo impossibile stava diventando realtà: Sony Pictures Consumer Product aveva deciso di restaurare l’auto originale del film, per promuovere un videogioco con tutto il cast. Era fine 2007.

Ho smesso di giocare a qualsiasi cosa fino a quando non è uscito.

Quando finalmente iniziai a giocarci, senza rendermene conto, stavo più attento al doppiaggio che al gameplay. Non stavo giocando con Peter, Ray, Egon e Winston, ma con Michele Gammino, Sergio Di Giulio, Mario Cordova e Massimo Foschi: i doppiatori.

Forse alla sesta o alla settima run, ho iniziato ad interessarmi del gameplay e della grafica. Non era che l’inizio, perché dopo più di un anno c’è stata la possibilità di incontrare tutti i doppiatori dei film, cartoni animati e videogioco partecipando ad un raduno tenutosi a Villa Borghese (Roma).

Quelle voci che mi avevano accompagnato fin da bambino avevano così un volto.

In un’occasione del genere, con la presenza di artisti di quel calibro, sarebbe stato molto difficile sostenere il teorema chi gioca ai videogiochi non esce di casa, non conosce gente reale ma solo virtuale e altri luoghi comuni.

Giù le mani dagli eSports!

C’è però una certa trasmissione che sui videogiochi, diffonde servizi dal 1997. 

Le Iene all’epoca mandarono in onda il primo servizio dedicato ai giovani che frequentavano le sale giochi… giochi d’azzardo? No no, i cabinati anni 90. Ora, racconta anche casi estremi di dipendenza da videogioco (che purtroppo ci sono), ma guai a parlare di arte, di cultura e di tutto quello che grazie ai videogiochi si può apprendere (come ho elencato nel mio caso).

Potevano perdere l’occasione di buttare in caciara gli eSports?

Il servizio va in onda il 29 ottobre ed è montato ad a arte; c’è veramente poco d’informativo in ciò che viene mostrato. Se si fa un servizio sugli eSports, ci si aspetta che si parli degli atleti, dei team delle loro vittorie o di quanto e come si allenino. Questo è soltanto accennato. Perché la maggior parte del servizio si concentra sui guadagni e ogni volta che la Iena ottiene risposta, ribatte con un “per giocare alla PlayStation?”, oppure pone domande del tipo: “Chi è il tuo Mino Raiola?

Tra tutti i procuratori, viene preso ad esempio solo quello che ci guadagna di più per ogni spostamento/rinnovo dei propri assistiti (Raiola).

L’oggetto del servizio son gli eSports? Allora perché ad un certo punto la Iena inizia a far domande a youtubers e streamers? Ancora una volta gli interessa sapere quanto guadagnano. Ovviamente sbaglia completamente il calcolo. C’è anche un passaggio abbastanza imbarazzante: quando la Iena nel raccontare la presenza di Cicciogamer89, lo qualifica come “capo dei capi”.

Non c’è bisogno che io aggiunga altro.

Per dimostrare che le Iene non erano interessate a mostrare cosa siano effettivamente gli eSports, basta ripetere lo stesso modus operandi con il programma più inutile del pianeta: Grande Fratello.

Se io mi recassi a Mediaset, annunciando di voler riportare Controcampo e poi iniziassi a chiedere chi è il Mino Raiola del Grande Fratello? Se fermassi per strada un ragazzino e gli chiedessi se è più fan di C. Ronaldo/Totti o di un finalista di qualunque reality? Cosa spingeva in passato le persone a pagare, sia per vedere, sia per votare gente che non faceva nulla chiusa dentro una casa ripresa dalle telecamere? Quanto guadagnava a serata un concorrete? 

Ci sono due punti però che mettono in correlazione reality e videogiochi. 

Il primo è l’interesse: ad un calo dello stesso verso i reality corrisponde un aumento verso i videogiochi. Il secondo punto, forse è più inquietante. C’è un detto che recita “bene o male, l’importante è che se ne parli”.

Ora guardando il sevizio, colpisce quante volte e con che tono l’inviato pronuncia “PlayStation”, lasciando il dubbio se sia una sorta di pubblicità per la console di casa Sony o ne stia parlando in modo dispregiativo, tuttavia dimenticando il fatto che gli eSports non sono praticati solo su PlayStation.

Non tutto il mondo è paese

Solo in Italia gli eSports vengono trattati così. In Francia (non su Marte) si è giocata la finale mondiale di League of Legends. Alla conferenza stampa di presentazione, tenutasi sabato 9 novembre, è intervenuto l’assessore allo sport del comune di Parigi; ne ha parlato l’Equipe e la finale è stata trasmessa anche su France Tv Sport. È un videogioco, è eSports e la Francia è campione del mondo in carica nel calcio reale… eppure a nessuno viene in mente di chiedere ai ragazzini se son più fan di Pogba o di qualunque streamer popolare in Francia.

Chi si sfidava in quella finale?

Il team europeo G2 Esports contro i cinesi del team FunPlus Phoenix. I G2 avevano già vinto entrambi i campionati stagionali (Spring Split e Summer Split) del LEC 2019 (League Of Legends European Championship), oltre ad aver vinto l’MSI (Mid-Season Invitational) il più importante torneo internazionale secondo solo al campionato del mondo. In caso di vittoria a Parigi, i G2 avrebbero compiuto il grande slam, cosa mai riuscita a nessun team.

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A sinistra i FunPlus Phoenix a destra i G2 Esports

Hanno vinto i FunPlus Phoenix, consentendo alla Cina di diventare, per la seconda volta consecutiva, campione del mondo di League of Legend.

Eppure i nostri media non ne parlano, anzi, trattano solo delle leggi appena varate dal governo cinese per regolamentare i videogiochi.

Su Il Fatto Quotidiano, appare un articolo dal titolo inequivocabile: Videogiochi, la Cina ne limita l’uso? Nonostante tutto, concordo con questa scelta.

Leggendo l’articolo quel “nonostante” si riferisce al rischio che quei controlli sui videogiochi, altro non sia che una violazione alla privacy. Se questa parte è condivisibile, meno lo è il motivo per cui è d’accordo con quelle leggi: la Cina, grazie a questi provvedimenti, si assume la responsabilità sulla salute mentale e sociale dei cittadini. Ora, con tutta la buona volontà, non ci crede nessuno che l’intera popolazione cinese soffra di dipendenza da videogames.

Che la dipendenza da videogiochi esista nessuno lo smentisce, ma non si risolve con leggi repressive di questo tipo. Se proprio vogliamo reprimere qualcosa di ben più grave, c’è il tabacco, ma quello chissà per quale strano motivo non lo si reprime mai. Sull’articolo del Fatto, l’autore si chiede quali sarebbero le reazioni se leggi cinesi fossero proposte in Italia e come potrebbero essere applicate. A me viene da sorridere. Il giochino della potenza mondiale che fa una legge che piace e di conseguenza dobbiamo farla anche noi, è vecchio.

Provo lo stesso a rispondere, magari iniziando da come funziona il mercato in Cina.

Parto da League of Legend che, come immagino che tutti sanno, è prodotto da Riot Games. Quello che in pochi sanno è che Riot Games e una piccola quota di Ubisoft, Activision Blizzard e altre è controllata dalla cinese Tencent. Quest’ultima è la terza società internet più grande del mondo dietro a Google e Amazon. Essendo lei a fornire servizi e giochi, ha anticipato le leggi cinesi introducendo l’obbligo di fornire carta d’identità per registrarsi ai suoi servizi. In Cina, è bene ricordarlo, non è così facile pubblicare i videogiochi, ma visto l’enorme bacino d’utenza, tutti cercano un compromesso.

In Italia, per applicare quelle leggi bisognerebbe investire dei capitali tali da limitare il download dei dati da: Apple Store, Facebook, Google Play, Microsoft Store, PlayStation Store, Steam, solo per citarne alcuni.

Il tutto in un paese che ha un debito pubblico spaventoso.

Se veramente lo Stato italiano tiene alla salute dei cittadini, prima potrebbe sistemare gli ospedali e la sanità pubblica in generale, altro che leggi cinesi.

Tra il servizio delle Iene e il caso delle leggi del governo cinese, faccio una riflessione. Ho già accennato a quanto sia potenzialmente nocivo il fumo ai polmoni, eppure se c’è un fatto di cronaca non ci dicono mai se chi è coinvolto era o meno un fumatore. Se per puro caso invece giocava con i videogiochi, apriti cielo. Come dicevo all’inizio dell’articolo, questo continuo etichettare non mi piace. O si fa informazione seria oppure evitiamo. Siamo persone anche noi gamers.