Vi è mai capitato, di fronte ad un qualsiasi videogioco, film, romanzo e via dicendo, di provare un certo fastidio perché una vocina nella vostra testa si rifiutava di immedesimarsi totalmente, creando una connessione emotiva con il prodotto in questione? E questo nonostante faceste sforzi disperati per riuscirci, magari riconoscendone già i meriti? Al sottoscritto sì, e non in pochi casi. Dovete sapere che qualunque cosa io legga, guardi o giochi, tendo sempre ad avere un primo approccio molto emotivo, in cui le impressioni iniziali assumono un discreto peso specifico, per poi, gradualmente, lasciar subentrare un pensiero più razionale, non per forza discordante e che, anzi, molte volte segue la strada già tracciata.

Se quel che trovo non corrisponde ai miei schemi mentali, tendo a inserire il pilota automatico e a lasciare che sia perlopiù il mio “io critico” a parlare, cosa, devo ammetterlo, non proprio piacevole quando mi trovo di fronte delle opere che richiederebbero – per il mio modo di vedere e analizzare i videogiochi – uno spirito analitico capace di fondersi in maniera armonica con quello del giocatore appassionato che è in me.
Questo, badate bene, è vero soprattutto per quei generi che considero più miei, per i quali mi sento di poter dare un punto di vista più personale, o per questa o quella saga a cui negli anni mi sono particolarmente legato: in quei casi mi infastidisce parecchio – e non lo vedo come un buon segno – quando mi accade di giocare in modo un po’ più meccanico e meno coinvolto.
L’introduzione che avete appena letto serve a spiegare il perché dell’articolo, nonostante il titolo già di per sé autoesplicativo. Per me, infatti, uno dei casi più emblematici e sofferti degli ultimi anni di un simile distacco tra valutazione obiettiva e coinvolgimento emotivo è stato quello di Uncharted 4.

Dal punto di vista critico ne avevo già riconosciuto il valore diversi anni fa, anche se aver giocato The Last of Us 2 mi ha comunque fornito spunti importanti per contestualizzarlo a livello storico. A un livello più personale, invece, forse anche per via del fatto che all’epoca l’avevo giocato in un periodo un po’ “no”, penso di essere riuscito soltanto adesso a interiorizzare quanto il quarto capitolo della saga di Drake fosse importante per me, dopo aver trascorso diverse ore in compagnia della sua riedizione per PlayStation 5 (un discorso simile, se non identico, varrà per il DLC con protagoniste Chloe e Nadine). Ma anche dopo aver platinato The Last of Us 2 un anno e mezzo fa, titolo che, col senno di poi, è legato a doppio filo al destino di Uncharted 4 ed è stato indispensabile perché potessi infine far pace con quest’ultimo. Vorrei già ora scrivere un “finalmente, Nate” in grassetto e a caratteri cubitali, ma credo aspetterò la fine per farlo: sarà molto più soddisfacente

Uncharted 4

Mettiamo le cose in chiaro, per fugare ogni dubbio: per me Uncharted 4 non è e non è mai stato un videogioco “brutto” o meno riuscito degli altri tre. Trovo che sia, obiettivamente, una delle migliori esclusive di PlayStation 4, ed il capitolo più poderoso dell’intera serie, insieme con il meraviglioso Uncharted 2 (che comunque, seppur di pochissimo, ai punti gli rimane superiore). Lo pensavo già dopo averlo finito una volta, nel 2016: rimanere indifferenti di fronte a tanta meraviglia era impossibile, anche perché il quarto ed ultimo Uncharted è stato capace di raggiungere vette che mai erano state toccate dagli episodi che l’hanno preceduto, grazie a un livello produttivo assolutamente stellare.
Non voglio neppure soffermarmi troppo sui motivi pratici che mi hanno portato da subito a valutarlo in maniera positiva. La mia intenzione, più che di parlare delle effettive e già arcinote qualità di Uncharted 4, è quella di riordinare il mio rapporto personale con la serie e mettere un punto finale alle riflessioni che ho avuto modo di fare in questi anni, sul perché il quarto capitolo avesse osato distaccarsi dalla formula della prima trilogia e proporsi come un qualcosa di originale e a sé stante. Mi piacerebbe riuscire a farvi intuire, anche solo in parte, il grosso “sì, ma…” che mi ha tormentato negli anni, e di cui ora, per fortuna, sono venuto del tutto a capo, o non sarei qui a parlarne.

Come penso ormai sappiano anche i sassi, il quarto Uncharted ha segnato un netto stacco rispetto agli altri tre, anche a causa dei cinque anni trascorsi ad aspettarlo, e ciò senza nemmeno contare che, nel frattempo, a chiudere trionfalmente la generazione PlayStation 3 era arrivato un certo The Last of Us. In molti aspetti, la quarta avventura di Nathan Drake ha subíto profondamente l’influenza di The Last of Us stesso, un videogioco seminale, che ha drammaticamente alzato l’asticella a livello narrativo e imposto uno standard con cui qualunque titolo uscito in seguito che fosse anche solo vagamente simile (Uncharted compreso) avrebbe dovuto confrontarsi.

The Last of Us 2

Prima di poter capire in che modo Uncharted sia stato influenzato da The Last of Us, però, bisogna ricordare anche che tipo di videogiochi erano i suoi diretti predecessori. Visti oggi, col senno di poi, Drake’s Fortune, Il Covo dei Ladri e L’inganno di Drake somigliavano ad un’unica, grande avventura divisa in tre parti: l’impostazione era quella di un frenetico gioco d’azione in terza persona, che, nonostante la corsa al realismo derivante dal passaggio alle console in alta definizione, manteneva un impianto ancora legatissimo alle origini più “giocose” e meno simulative del genere. I primi tre Uncharted erano un enorme corridoio, una corsa frenetica a perdifiato per il 90% del tempo, e quasi mai si fermavano né proponevano sostanziali variazioni, non nello stesso modo del quarto.

Questo, soprattutto man mano che la trilogia andava avanti, era uno degli aspetti che più ho amato della serie a livello personale. Per me Uncharted era ed è sempre stato perlopiù quello, un film hollywoodiano in cui Indiana Jones incontrava Michael Bay, pieno di umorismo, esplosioni ed azione, senza, per carità, lesinare sulla bella storia. Un equilibrio sottilissimo, che, per essere anche solo minimamente alterato (e non è che Uncharted 4 lo stravolga, eh, intendiamoci), avrebbe richiesto una dose enorme di coraggio, che solo uno studio come Naughty Dog, insieme a pochi altri nell’industria, poteva avere.

Uncharted 4

Uncharted 4, dal canto suo, si distaccava piuttosto sensibilmente da quell’idea di TPS dal ritmo serrato e in un certo senso “ignorante” (in senso buono), e ciò perché aggiungeva un sacco di ingredienti alla ricetta, in buona parte mutuati dallo stesso The Last of Us o che ne avrebbero a sua volta influenzato il sequel. Il quarto capitolo, per esempio, si concentrava molto di più sulla storia, ripensando l’equilibrio tra narrativa e azione in un modo inedito per la serie, quasi più simile ai “cugini” post-apocalittici che ai suoi diretti predecessori.

Non era solo una questione di tono (Uncharted 4 è considerato il capitolo più oscuro dei quattro), ma anche e soprattutto del modo in cui azione e storia erano capaci di legarsi: se nei precedenti le scene d’intermezzo erano, appunto, un intervallo tra un inferno di fuoco e l’altro, in Uncharted 4 tutto dava la sensazione di essere maggiormente connesso e organico. In quel caso non era più la storia ad essere al servizio del gameplay, ma il contrario, e non si percepiva più quella necessità – votata a un fine squisitamente ludico – di vomitarvi addosso orde armate fino ai denti senza che vi fosse, in quel momento, un minimo di giustificazione logica. E ciò a prescindere dalla questione “dissonanza ludonarrativa” che pure restava presente, dal momento che, nel corso della campagna, Nate arrivava ad eliminare centinaia di nemici a caso senza per questo essere un killer assetato di sangue, ma lo faceva in maniera molto più sincopata, meno pesante, in un certo senso persino giustificabile dal respiro della storia stessa.

The Last of Us 2

Questa diversa struttura andava a modificare il ritmo e le proporzioni stesse del comparto action: se i primi tre Uncharted, diverse volte, si giocavano quasi in apnea, a causa di scenari più ristretti (ridotti molto spesso a veri e propri tunnel), di un’IA nemica più diretta e meno subdola e in generale di una maggior velocità, Uncharted 4 si concedeva pause più lunghe, in cui a farla da padrone erano le fasi di esplorazione, espanse ed accresciute d’importanza rispetto al passato (dove si limitavano a qualche deviazione per cercare un tesoro), o le curatissime sequenze animate, capaci di scavare molto più a fondo nella psicologia dei personaggi. Allo stesso tempo, all’interno della formula di gioco aumentava in modo esponenziale lo spazio dedicato allo stealth, diventato più complesso della semplice eliminazione di un paio di nemici a inizio scontro per ottenere un vantaggio. Grazie alla più articolata conformazione delle mappe, molte volte il buon Drake poteva sfruttare in larghezza e ampiezza tutto lo scenario, con molteplici opzioni tattiche a disposizione, nuovi tipi di attacchi melée e una pletora di nuove animazioni ad esaltare determinati momenti.

A posteriori, soprattutto per quella che è la concezione più moderna (al 2022) che abbiamo degli action-adventure, non sbaglieremmo a definire i primi tre come degli action-platform TPS lineari, mentre il quarto, proprio a causa della sua evoluzione, oggi si è paradossalmente trasformato nell’esponente della serie più tradizionale. Per restare fedele ai canoni moderni del videogioco, Uncharted 4 ha compiuto un vero e proprio salto di genere, o meglio, di sottogenere. E ciò proprio a causa di quanto si regga su equilibri diversi rispetto agli altri.

Uncharted 4

Tutto ciò non significa che l’ultimo capitolo abbia davvero perso l’anima che aveva fatto nascere e sviluppare una delle icone del marchio PlayStation: essa è ancora lì, ma nascosta molto meglio, camuffata dietro la necessità di raccontare una storia organica e coerente, migliorando al tempo stesso l’impasto ludico. Questo, per capirci, è lo stesso principio che muove il primo The Last of Us rispetto ai primi tre Uncharted, così come The Last of Us Part II rispetto al quarto. E non è una coincidenza che siano usciti uno prima e l’altro dopo Uncharted 4. Quest’ultimo, nonostante appartenga ad un universo ludico differente da quello di Joel ed Ellie, è stato concepito esattamente allo stesso modo, a partire dalla medesima filosofia di design, applicata però alla formula ludica degli Uncharted. Questa genesi, tutta particolare rispetto agli altri capitoli, spiega perché rimanga a tutt’oggi un videogioco un po’ a sé stante all’interno della saga.

Ad oggi, col senno di poi, si possono trovare più punti in comune tra Uncharted 4 e The Last of Us 2 che non tra Uncharted 4 e la trilogia che l’ha preceduto. Principalmente nel modo in cui il gioco racconta la sua storia e si racconta allo spettatore/giocatore, con profonda umanità e lasciando per un attimo da parte il suo scanzonato e proverbiale umorismo, senza nemmeno parlare del numero incalcolabile di “prestiti” tra l’uno e l’altro a livello prettamente ludico e nelle meccaniche. Ed è stato proprio questo a far sì che all’epoca della sua uscita originale, su PS4, io abbia sperimentato quella disconnessione emotiva di cui parlavo inizialmente: una parte di me, forse proprio a causa della mancanza di quel tassello fondamentale (che sarebbe arrivato dopo) che è The Last of Us 2, non riusciva ad accettare fino in fondo il motivo per cui Uncharted 4 fosse stato realizzato così. E questo – pensate quanto sono testardo – nonostante l’altra, quella più critica, avesse già subodorato la direzione in cui Naughty Dog voleva andare (anche se ammetto che fare questo discorso ad anni di distanza porta con sé i suoi vantaggi a livello di consapevolezza).

The Last of Us 2

Oggi, comunque, non posso che dire grazie a The Last of Us 2, anche per quel che ha fatto in relazione al videogioco da cui tanto ha preso e a cui tanto ha dato in cambio, in una relazione simbiotica che a posteriori ha fatto bene a entrambi. È anche grazie a lui se oggi ho potuto raggiungere un simile livello di “accettazione” a livello personale.

Forse sono stato un po’ ingenuo, eppure, dopo tanto tempo trascorso ad aspettare un quarto episodio, una parte di me si aspettava qualcosa che seguisse più fedelmente le proprie radici. Forse, da estimatore della vecchia formula degli Uncharted, non mi ero interrogato a sufficienza sulla possibilità che la saga potesse evolversi e sperimentare verso nuovi orizzonti, facendo a sua volta un grosso favore a The Last of Us 2. Forse non avevo compreso davvero fino in fondo – e del resto come avrei potuto, mica sono un veggente! – che lo stesso Uncharted 4, con il suo DLC stand-alone, voleva essere un ponte verso il futuro, rappresentato proprio dal sequel del gioco che a sua volta lo aveva influenzato. Capivo quanto fosse straordinario, ma all’epoca era difficile intuire fino in fondo quella che sarebbe stata la portata futura di un simile fenomeno.

Uncharted 4

Beh, ora ci sono riuscito. Ho visto la luce. A partire dal 2013, anno di uscita di quel videogioco che molto avrebbe cambiato nella game industry e nella stessa Naughty Dog, gli obiettivi dello studio che oggi è l’orgoglio di Sony sono stati sempre più ambiziosi, ed ogni loro progetto è nato con l’idea di imporre nuovi standard (per fortuna, aggiungerei). Uncharted 4 non ha fatto eccezione, e questa mutua influenza è servita anche a me per dare nuovi meriti all’ultima avventura di Nate e comprendere a 360 gradi l’intento dello studio americano.

Oggi, dopo cinque anni e mezzo trascorsi a fare a pugni, con Uncharted 4 come oggetto della contesa, il “Marco critico” e il “Marco videogiocatore” hanno finalmente fatto pace. E non vi nascondo che è una bellissima sensazione, che, dopo tutto questo tempo, mi restituisce un pensiero compiuto in relazione alla serie dei cagnacci di Santa Monica, da sempre una delle mie preferite. La parte più emotiva di me ha finalmente accettato quel che l’altra spingeva per fare da anni, cosa che – come logica conseguenza – mi ha portato ad inserire definitivamente Uncharted 4 nel novero dei miei videogiochi preferiti di sempre. Il cerchio si è chiuso, non solo – e qui mi concederete un piccolo riferimento al bellissimo finale – nell’universo di Nathan Drake, ma anche nella mia testa. Dopotutto io amo analizzare il medium videogioco anche per questa sua meravigliosa capacità, tutta personale, perché indissolubilmente legata alle tecnologie che lo muovono, che, alle volte, possono agire anche in maniera retroattiva.

FINALMENTE, NATE.