Avete presente quella sensazione che vi fa capire che tutto intorno a voi si muove con troppa velocità? È un po’ come stare fermi in mezzo a una corsia della tangenziale, senza però mai essere presi in maniera diretta dalle macchine che passano. Ci provi a correre per arrivare alla tua meta, ma più vai avanti più inizi a pensare che sei “troppo lento” per quel percorso. Credo questo parallelismo definisca al meglio il concetto di “ho troppa paura di invecchiare”. Perchè nella vita impariamo tantissime lezioni, ma la più dura da digerire sicuramente è quella rilegata al tempo che vola. Il “padre tempo” è decisamente un maestro fenomenale che ci aiuta a capire la vita, ma nello stesso tempo lui stesso finisce a uccidere tutti i suoi studenti.

Ma quindi per quale motivo già in queste prime righe mi sono appoggiato a dei concetti “semi-filosofici” ma nello stesso macabri quasi quanto un qualsiasi film di Ruggero Deodato? Semplicemente perché oggi, nel momento in quale “sto salendo di livello” per arrivare a 29, il mio spirito da Boomer sembra prendere sempre di più il sopravento. Non solo questa caratteristica mi sta facendo venire una strana voglia di tenere le mani dietro la schiena, fissare i cantieri, esclamare un “OPALÀ!” ogni volta che mi alzo o semplicemente gridare contro i più giovani “Alla tua età avevo già 2 anni in più!”, ma dentro di me si stanno svegliando anche dei sentimenti talmente condotti dalla nostalgia che sembrano una puntata di Mai Dire Gol.

Ovviamente odio e ho sempre odiato il principio secondo il quale si stava meglio una volta, in quanto alla base proprio questo ragionamento è sbagliato. Non prendiamoci in giro ragazzi! La comodità offerta dalla tecnologia e dal mondo “moderno” è imparagonabile agli anni passati. Però anche così, mi ritrovo a voler tornare indietro di un po’ di anni e rivivere certe sensazioni dettate dal puro divertimento. Proprio per questo ho deciso di fare un viaggio nel passato e ricordarmi dei momenti che hanno caratterizzato l’infanzia di molti e che oggi, per diversi motivi, non lo fanno più.

La genesi del “Git Gud”

Sparare frasi provocatorie dopo una schiacciante vittoria è abbastanza normale. Quante volte non è capitato anche a voi di tirare un modesto “SUCA!” dopo che avete lavato per terra con il vostro amico/nemico? Tuttavia proprio questa competizione “amichevole” non condotta dalla tossicità ossessiva odierna, rendeva ogni singolo gioco una vera sfida per noi.

Ricordo ancora bene dove per me (e potenzialmente per tanti altri) nacque il concetto originale del “O sei forte, o ti attacchi” (ovvero il tanto usato “Git Gud”). Tutti da ragazzini abbiamo avuto in casa una console. Io sono anche pronto a scommettere che molti, non avevate due controller, quindi se non eravate figli unici (o se l’amico/cugino/parente di turno veniva in visita) era potenzialmente un casino condividere. Per questo motivo molti applicavamo il sistema “Quando muori/perdi tocca a me, ok?”. Questa banale frase scatenava in noi una carica d’adrenalina gigantesca, obbligandoci a migliorare se volevamo continuare a giocare. Può sembrare una cosa banale, ma erano quei momenti che ti facevano sviluppare i muscoli ai pollici, costringendoti di diventare Goku Ultra Instinct.

Purtroppo momenti come questi sono difficili da ritrovare oggi. Ci rimangono i ricordi, i sorrisi e semplicemente un posto vuoto sul divano che si riempie di tanto in tanto. Abbiamo sviluppato le capacità per superare le peggio sfide nei videogame. Abbiamo sconfitto il nostro bersaglio. Ma purtroppo abbiamo anche pagato un caro prezzo… siamo diventati dei vecchi nostalgici.

Il DLC si sbloccava con la bravura, non con i soldi

Se siete troppo giovani per ricordarvi questa piccola cosa, allora mi dispiace per voi. “AI MIEI TEMPIH!” usavamo davvero la bravura per avere tutto il possibile dentro un videogioco. Una volta comprato il disco, stava solo a noi aumentarci il contenuto. L’esempio più concreto che viene in mente al sottoscritto è il caso Tekken 3, dove per 2 giorni ho sudato freddo per sbloccare ogni singolo personaggio, costume e modalità. Tutto al modico prezzo di “lasciaci l’anima e qualche capello bianco e potrai avere tutto”.

Ironia a parte c’è letteralmente poco da dire su questa particolarità di un’epoca ormai andata. Perchè alla fine bastava soltanto la bravura e la voglia di spulciare per bene il prodotto per ricevere delle ricompense. Non c’erano idiozie nascoste dietro i famosi paywall odierni e per avere un colore alternativo del PG non dovevamo usare la carta di credito (o bestemmiare il creato per aver pagato 5 euro PER IL BLUUUUUU! MANNAGGIA A ************).

Ovviamente questa specifica cosa è molto influenzata anche dalla mia età e da un sistema capitalista molto caotico (però non è questo il momento per parlare di politica). In un periodo della vita così pieno di responsabilità, pagare ogni singola idiozia risulta molto frustrante. Insomma, crescendo si inizia a capire che i soldi non crescono sugli alberi e che ci sono priorità ben diverse. Ci sarà sempre la voglia di spendere per giocare qualcosa in più, ma verrà sempre repressa dalle lacrime di un’epoca non per forza migliore, ma decisamente più tranquilla.

I LAN Party che facevano nascere amori

I primi amori non si scordano mai. Proprio per questo motivo ricordo ancora quel colpo di fulmine che mi fece innamorare in maniera decisiva del mondo videoludico. La primissima volta che misi piede in una sala dedicata ai LAN Party, fu qualcosa di unico. “È questo il paradiso?!” dissi a bassa voce, mentre i miei occhi si inchiodavano davanti ad un monitor a tubo catodico (mica sono nato con il 4K HDR come voi stronzetti!). Fu quello il momento nel quale la mia vita da videogiocatore cambiò. In quella piccola sala di circa 50 metri quadri, tra PC che oggi farebbero ridere a certi smartphone low budget, nasce il mio amore per il gioco in multiplayer (sopratutto per gli arena shooter e gli rts).

Oggi il concetto di multiplayer si è evoluto. È decisamente più accessibile e facile da approcciare (anche a tempo perso). Tuttavia quella sensazione di stare direttamente nella stessa stanza con i tuoi compagni di squadra e nemici oggi risulta abbastanza assente. Mi manca tornare in quelle sale e scoprire un nuovo gioco. Mi manca fare l’ennesima partita su Half-Life Deathmatch puntualmente sulla mappa Crossfire. Mi manca perdere tempo nel capire la struttura delle mappe e le potenzialità delle armi. Mi manca un po’ tutto.

Perchè nei fin dei conti, ai miei tempi non c’era il tasto per lanciare la granata, ma c’era l’amore innocente verso la scoperta di una nuova esperienza.

Un mondo fatto di carta

È innegabile il fatto che l’accesso al World Wide Web ci ha stravolto le vite. Oggi abbiamo a portata di mano il mondo grazie all’internet. Lo stesso si applica anche al mondo videoludico in quanto, ogni singola informazione legata ad un prodotto viene facilmente scavata in rete. Ma una volta era tutto diverso…

Potrebbe sembrare strano a molti, ma una volta per avere anche poche informazioni riguardanti un certo prodotto si dovevano aspettare MESI! Durante delle giornate prestabilite in edicola uscivano vari fascicoli delle riviste dedicate al mondo videoludico come Giochi Per il Mio Computer, WinMagazine Giochi, TGM, PlayGeneration e tante altre ancora. Per il giocatore “vecchia scuola” questi mondi fatti di carta erano dei veri e propri rifugi. L’informazione non era a portata di un click, ma a un giro di pagina. C’era tutto! C’era l’informazione, il trucco per superare il livello di turno o semplicemente una “penna amica” che ci raccontava la sua passione per la scrittura.

Non nascondo che proprio grazie a queste riviste il sottoscritto ha sviluppato una passione per la scrittura (oltre ad aver imparato la lingua più da questi rifugi che dai professori a scuola). Non dimenticherò mai le corse in edicola per recuperare il numero più recente della rivista X in questione. Non dimenticherò mai la pagina iniziale di GMC dove il buon Paolo Paglianti scriveva un suo pensiero riguardante il mondo videoludico (ogni singolo mese, in maniera diversa e varia). Non dimenticherò mai nemmeno l’allegato di PlayGen, che ogni mese mi faceva “cambiare” il muro vicino alla mia postazione grazie ai vari poster presenti a metà rivista. Non dimenticherò mai nemmeno il gioco gratis e le demo disc, che mi permettevano di scoprire amori e sperimentare opere che alla base non avrei mai provato.

Oggi mi ritrovo a 29 anni con qualche capello bianco, un metro di barba e qualche ricordo che torna ad intristirmi il viso. Come me ci saranno tanti altri la fuori. Ragazzi di un’epoca nella quale facevamo il rewind con una matita. Oggi… ci rimangono in buona parte, solo i ricordi. Ma siamo felici così!