Ho acquistato sia PlayStation 5 che Xbox Series X, le due console next-gen targate Sony e Microsoft. Ero realmente entusiasta dei due acquisti, ma la realtà dei fatti è ben diversa: entrambe, al momento, stanno prendendo parecchia polvere. Per mesi, dopo aver notato questa sorta di mia indifferenza verso i videogiochi, ho cercato invano di dare una risposta a questo mio smarrimento. La risposta, però, è arrivata solo pochi giorni fa ed è anche il motivo per cui ho deciso di stilare un articolo a riguardo. Di fatto, il problema è nato da una situazione particolare: la mediocrità presente in alcuni dei videogiochi più recenti. Prima di procedere nella stesura dell’articolo, trovo doverosa una precisazione: quanto seguirà è il frutto di una mia interpretazione soggettiva, frutto della mia personale esperienza. Pertanto, vi invito ad analizzare questo mio editoriale come uno sfogo e a rispondere con educazione e voglia di un dialogo costruttivo.

Videogiochi: la mediocrità ha iniziato a stancarmi

Cos’è la mediocrità? Per me, è l’insieme di tante belle idee che, una volta unite fra di loro, non riescono a concretizzarsi. Ovvero, è un miscuglio di elementi che non riescono a formare qualcosa di realmente appagante. Correva l’anno 2018, uno degli anni che a livello videoludico mi ha regalato parecchie emozioni: da God of War a Red Dead Redemption 2, perle della scorsa generazione videoludiche, nonché esperienze che resteranno per sempre impresse nella mia memoria da videogiocatore. Oltre a questi capolavori, tra cui l’incredibile Marvel’s Spider-Man, null’altro è riuscito a scalfire il mio cuore di ghiaccio. Ne è passata di acqua sotto ai ponti della mia console, ma poca è quella che ho bevuto con goduria rispetto a quella di scarto; di scolo. E questo, ripeto per me, è un problema… un gravissimo problema. Tutto è dovuto alla mediocrità di certe produzioni, figlie di una fame sproporzionata per il capitale. L’arte lascia completamente lo spazio all’industria, che ingloba tante belle idee senza alcun filo conduttore che le vada a legare.

Sono tanti gli esempi che potremmo fare (e ci arriveremo), ma concentriamoci un attimo su quest’ultima frase: “L’arte lascia completamente lo spazio all’industria. Avete mai approfondito la storia dietro ai Power Rangers? Per farla breve, i famosi eroi dalle tutine di tutti i colori nacquero per un motivo ben preciso: business! Haim Saban, leader della Saban Entertainment, utilizzò le scene di un TV show giapponese sovrapponendo a esse altre scene con attori americani; e fu un successo! Ma la serie TV, mediocre come poche, non era il prodotto di punta: quello era la linea di giocattoli. Saban e la Fox (che percepiva ingenti entrate dal merchandising) erano più interessati a vendere giocattoli, tra l’altro creati con gli stampi giapponesi, piuttosto che dedicare tanto tempo alla qualità effettiva della serie; l’arte che lascia completamente lo spazio all’industria. Ma, parlando di videogiochi, quale esempio potrebbe calzare a pennello?

Ubisoft e Assassin’s Creed: tra arte e prodotto

Ubisoft è come Einstein: prendi una formula e mungila per bene. Nel caso del fisico, però, è stato qualcosa di rivoluzionario; per quanto riguarda Ubisoft, invece, questa visione ha creato tanti prodotti simili fra loro, stancanti e ingiustificabili. Ritorniamo al 2018! Oltre ai capolavori sopracitati, uscirono altri due giochi, ovvero Far Cry 5 e Assassin’s Creed Odyssey. Si tratta di due titoli che hanno qualcosa in comune, oltre al produttore: la mediocrità. Se da una parte troviamo una direzione artistica sopra le righe (specialmente la stupenda Grecia del 400 a.C. in Odyssey), dall’altra parte troviamo una formula similare, trita e ritrita, che si ripete da diversi anni. Sviluppa un open world, inserisci al suo interno tantissimi contenuti e il gioco è fatto; ma non funziona così.

Io ho sempre amato Assassin’s Creed e la sua natura da romanzo storico interattivo, è una saga a cui devo tanto e per cui nutrirò sempre un grande e intenso amore. Proprio per questo, ho il dovere di criticarla quando noto che le cose non vanno e, mi duole affermarlo, attualmente le cose non vanno per niente. Assassin’s Creed sembra che stia diventando proprio come i Power Rangers: un videogioco prodotto soltanto per produrre tanto capitale, con tutto il team concentrato sul metaverso e sul merchandising. Ripeto. è l’arte che lascia completamente lo spazio all’industria; una gallina dalle uova d’oro allevata in terribili condizioni. E mi dispiace tanto, ma la bellissima direzione artistica dell’Inghilterra medioevale di Assassin’s Creed Valhalla, è arricchita da contenuti mediocri e poco interessanti che hanno stancato me (che ho comunque completato le storyline principali) e tanti altri videogiocatori.

La mediocrità ha contagiato l’arte nei videogiochi

Mentre le piccole software house continuano a produrre vere e proprie perle da divorare (come Little Nightmares, Hollow Knight e tanti altri), la maggior parte delle grandi SH continua a riciclare a più non posso pur di produrre qualcosa. Tra le tante produzioni amatissime da pubblico e critica, ma non da me, inserisco sicuramente due titoli esclusivi di Sony: Horizon Zero Dawn e Ghost of Tsushima. Si tratta di due open world che avrebbero potuto portare freschezza al mondo videoludico, ma hanno giocato sul sicuro: ricicla e riproduci; per me è così. L’asset è sempre lo stesso, ovvero quella formuletta del colosso transalpino che Sucker Punch e Guerilla hanno saputo interpretare e sfruttare a loro volta. Fermatevi un attimo, staccate gli occhi dallo schermo per un minuto e pensate a questo: quante similitudini è possibile trovare tra questi due giochi e Assassin’s Creed? Dal riciclo delle abilità del protagonista, fino alla diluizione delle attività secondarie (di cui poche realmente stimolanti).

Lieto fine nei videogiochi

Il quadro illustrato, come specificato in apertura, mi ha allontanato temporaneamente dal mondo dei videogiochi. Perché i pochi titoli citati, in realtà, sono solo la superficie del problema. Non è il classico discorsetto anticapitalista, che sia ben chiaro, ma una vera e propria critica a un’arte che dovrebbe produrre del capitale (più che lecito), ma che ha completamente rimosso la parola ‘arte’ sostituendola con il termine ‘industria’, un termine grigio, povero di colori, grinta e vivacità. La mia speranza? Che questa tipologia di produzione possa effettivamente rendersi conto delle sue pecche, così da ritornare sui suoi passi e offrirci avventure degne di tale nome; dopotutto, c’è ancora chi riesce a sviluppare delle fantastiche opere ludiche artisticamente appaganti. Perciò, spero che il mio amore per l’ottava arte possa sbocciare ancor più forte di prima.