Come già successo per lo speciale serie TV, anche oggi in Ciò che un gioco ci lascia ci discosteremo dal mondo videoludico per parlare di un altro tipo di intrattenimento, entrando nel mondo dei giochi di ruolo da tavolo. Parleremo del più famoso e giocato al mondo, ovvero Dungeons & Dragons, comunemente noto come D&D.

Prima di cominciare però, ecco a voi una breve introduzione. Dungeos & Dragons è innanzitutto un gioco di ruolo in cui un gruppo, formato di solito dalle tre alle sei persone (pur non essendoci limiti massimi o minimi), dovrà andare a interpretare un personaggio, creandolo da zero. Il compito dei giocatori sarà non solo creare un individuo scegliendone razza, classe ed equipaggiamento, ma anche fornirgli una storia, un carattere, dei sogni e delle speranze, paure e dubbi, un fine e degli ideali, pregi e difetti. Dovranno plasmare un personaggio sotto ogni aspetto, da quello fisico a quello caratteriale, morale ed emotivo. Una volta fatto ciò, le gesta del suddetto soggetto saranno interpretate in base a ciò che la storia, creata da un altro giocatore detto Dungeon Master, ci porrà di fronte.

Parlando proprio di questa figura, esso altri non è che il fautore della storia, dei vari personaggi non giocanti, dei mostri e gli antagonisti dei giocatori, spesso gli eroi, oppure dovrà interpretare lui stesso questi ultimi in caso il gruppo desideri giocare dei personaggi malvagi.

Una volta terminata la creazione del personaggio, il gioco procede tramite l’interpretazione e tiri di particolari dadi, che vanno da quattro a venti facce. Tali strumenti verranno usati per decretare il successo o il fallimento di prove di abilità, attacchi e molto altro mantenendo comunque al primo posto il fattore “gioco di ruolo”.

Ciò che un gioco ci lascia

La prima cosa con cui si avrà a che fare approcciandosi al gioco non sarà la creazione del personaggio o del contesto ludico, ma l’interazione con le altre persone che faranno parte della compagnia, Master incluso. D&D mette infatti a contatto i giocatori, rendendo l’interazione tra gli stessi la chiave per il vero successo: il divertimento. D’altronde si sa, D&D non è un gioco in cui si vince. La vittoria la si ottiene quando alla fine della giornata dedicata al quel mondo, che sia fantasy, fantascientifico, steampunk o lovecraftiano, i giocatori sentiranno un senso di soddisfazione e di divertimento, accompagnato dal forte desiderio di giocare nuovamente il più presto possibile.

Quello tra giocatori però non è l’unico tipo di interazione su cui D&D preme. Una componente importantissima del gioco è naturalmente ciò che avviene tra i personaggi, e incluso ovviamente ciò che avviene tra questi ultimi e il mondo di gioco. Si tratti quindi di rapportarsi con popolani, nobili, mostri o entità di qualsivoglia natura. Le esperienze che vivono gli individui di cui si andranno a vestire i panni infatti sono ciò che rende il tutto coinvolgente, facendo vivere in prima persona un’avventura che si evolve man mano che le scelte fatte la influenzano. Questo naturalmente si specchia su di noi e su chi abbiamo attorno. Collaborando e sfidando altre persone il legame che si crea non fa altro che rafforzarsi, facendo nascere amicizie anche al di fuori del gioco.

Ciò che un gioco ci lascia

Dungeons & Dragons non offre unicamente divertimento, ma, come dimostrato anche dal Dr. Raffael Boccamazzo in un suo podcast di qualche anno fa, il gioco può anche avere un effetto terapeutico. Molti sono infatti i risultati ottenuti tramite i giochi di ruolo proposti a ragazzi che rientrano nello specchio autistico. Creando infatti avventure che mettono i personaggi in situazioni di pressione e ansia, come nella vita reale, questi ultimi hanno dimostrato di saper gestire molto bene le difficoltà, dal momento che le vivevano tramite un avatar, dimostrando successivamente miglioramenti anche nei rapporti interpersonali in un contesto di vita reale.

Per citare un esempio più recente, il gioco di ruolo durante il lockdown ha svolto un ruolo chiave nel mantenere le vittime di patologie quali la depressione, con la mente impegnata, dimostrando come questa attività può essere efficace per combattere vari disturbi di tipo psichiatrico.

Possiamo trovare qui maggiori dettagli sul progetto avviato a Como questa estate, conclusosi circa un mese fa, che ha visto la Fondazione Volta protagonista di una iniziativa che ha avuto come fine l’utilizzare questo gioco per coinvolgere ragazzi dai 13 ai 22 anni.

In conclusione, per quanto riguarda il ciò che un gioco ci lascia, D&D ha da sempre avuto un enorme impatto sulle vite di bambini, adolescenti e adulti, facendo vivere loro avventure nei panni di ogni tipo di individuo; grazie ad esso molti passi avanti sono stati fatti nella lotta a condizioni come autismo, depressione e altri tipi di disturbi. Che siate un umano, un elfo, un nano o un dragonide, potrete trovare decine se non centinaia di luoghi da poter chiamare casa. Ovunque voi giochiate ci saranno sempre persone pronte a darvi una mano all’interno e all’esterno del gioco.

Ciò che rende questo mondo meraviglioso è infatti il suo essere estremamente inclusivo. Ciò permette a tutti di interpretare qualunque cosa vogliano, mettendoli al centro di un’avventura che, una volta conclusa, avrà fatto crescere sia il personaggio che il giocatore. Naturalmente i conflitti, i litigi e le delusioni possono sempre annidarsi dietro l’angolo, ma è proprio in situazioni come queste che Dungeons & Dragons ci viene in aiuto, dandoci la spinta necessaria per poter tirare fuori da dentro di noi l’eroe interpretato nel gioco.

Spero che questo articolo sia stato fonte di interesse e ispirazione, che abbia fatto nascere in voi il desiderio e la curiosità di provare questo gioco per vivere, anche se per poche ore, un’avventura. Arrivederci e a presto con un altro episodio di Ciò che un gioco ci lascia!