Chi potrebbero mai essere i cugini del nostro tanto amato mondo videoludico?  Prima ancora che ci fossero lo schermo e il pad ad allietare le nostre giornate o a farci emozionare, c’era la carta. La bella, palpabile e odorosa carta, che molto spesso s’impregnava dell’odore di scantinato. Un modo di giocare a quanto pare scontato ma che con gli anni, invece di essere affossato dal videogioco, è cresciuto con lui. Sto parlando di tutta quella grande categoria di giochi da tavolo e giochi di ruolo, che spesso hanno contribuito a migliorare l’esperienza nei videogiochi. Li riscopriremo insieme proprio in questo breve articolo.

Scavando nel tempo

Parliamoci chiaro. Il gioco, nella sua forma più pura, sarà forse una delle prime attività cerebrali che s’impara nel corso dell’evoluzione. Qualsiasi essere tu sia, umano, animale o alieno (mi piace fantasticare), il gioco farà parte di te in un modo o nell’altro. Il gioco è sempre esistito, soltanto in forme sempre diverse. Se io vi dico gioco da tavolo, a voi che viene in mente? Avrete sparato Monopoly, Risiko – ottimo, vi dico, ma potete scavare più indietro.

Scacchi, dama, mahjong: questi giochi esistono da molto più tempo di quanto ci possiamo immaginare. Gli scacchi, ad esempio, sono nati nel sesto secolo in India, e poi hanno conquistato tutta l’Europa intorno all’anno 1000.

Il Senet

Se andiamo ancora più indietro, uno dei giochi assolutamente più famosi è quello dei dadi. Nella storia se ne ha traccia sin dagli albori, in forma diversa: si ricavavano dalle ossa degli animali; l’uso si è evoluto negli anni da cultura in cultura. Basti pensare che i greci lo chiamavano Aliossi: su ossa animali (astragali, sopra il calcagno) venivano incisi numeri tra uno, tre, quattro o sei. A quanto pare la combinazione più ambita era il colpo di Afrodite, che consisteva nell’ottenere in un sol lancio tutte le facce diverse. Quest’ultimo spezzone ve l’ho scritto così com’è riportato, in forma semplificata, su Wikipedia. Ovviamente, il tipo di gioco cambiava a seconda di quanti dadi possedessero i giocatori.

Vi basti pensare che il gioco da tavolo più antico (fin ora), è considerato essere il Senet, antenato del backgammon e ritrovato in Egitto. Non starò a spiegarvi il regolamento ricostruito dagli storici (fino a noi sono arrivati soltanto frammenti delle regole) perché vi posso assicurare che dirlo complesso è riduttivo. Bello, eh? Gli antichi sapevano come divertirsi, anche se adesso molte forme di intrattenimento, comparate a quelle attuali potrebbero sembrarci estremamente obsolete o persino lugubri.  Se andiamo ancora più indietro, cercando nella preistoria, a quanto pare era permesso ai bambini utilizzare scarti d’osso e pietra per gioco. Insomma, l’istinto di giocare è insito nell’uomo da parecchio tempo, e pure quello di lanciare dadi.

Il gioco da tavolo

Come lo conosciamo oggi, il termine gioco da tavolo appunto ci fa pensare a Monopoly, Risiko, il gioco dell’oca – ma, come abbiamo visto, la storia di questo medium ludico è molto più ampia ed estesa di quanto non si possa pensare al primo timido sguardo.

Nell’accezione moderna, dire gioco da tavolo è come dire “frutta”: un termine troppo vago per una miriade di sottocategorie. Ci sono i party game, i giochi cooperativi, gli americani e i tedeschi (no, non siamo in guerra), i giochi di posizionamento, i giochi di carte, i wargame, giochi di miniature. La lista è pressoché infinita. Tutto è gioco da tavolo, niente è gioco da tavolo. I wargame, ad esempio, viaggiano in quel limbo tra gioco di ruolo, gioco da tavolo e gioco di miniature.

Vi sto a citare giusto qualche esempio iconico, di genere vario, che sicuramente una volta è capitato sui nostri tavoli: Monopoly appunto, Cluedo, Risiko, Uno! E chi più ne ha più ne metta. Un ottima occasione per passare serate differenti e, in alcuni casi, mettere a dura prova le amicizie…anche questo è gioco, dopotutto.

Il gioco da tavolo – Gli ibridi

Ci sono gli ibridi, misto di vari giochi diversi. Come dimenticarsi HeroQuest? Non era un gioco di ruolo ma lo era. Non era un gioco di miniature ma lo era. Sicuramente era un gioco da tavolo, e ha fatto appassionare una generazione di nerd di primo pelo. La corrente di HeroQuest si è evoluta, portando alla creazione di giochi sulla stessa riga. L’esempio più lampante che mi vien da fare è Zombicide, con le sue numerose versioni ed espansioni, in cui si dà particolare attenzione alle botte più che al ruolo. E di contro c’è un prodotto come Descent, che invece fornisce un ottimo equilibrio tra ruolo, immedesimazione e voglia di far male al boss di zona di turno.

Se poi le miniature non fanno per voi, vi potrebbe interessare il figlio segreto tra Dungeons&Dragons e il gioco dell’oca: Talisman. Talisman è perfetto da giocare nelle serate un po’ più tranquille, per movimentare la situazione. È perfetto per serate impegnative ma non troppo.

E come non parlare della branca dei giochi di carte? Ce ne sono migliaia, là fuori, e con altrettante sottocategorie. Vi basti pensare ai pilastri indiscussi da vent’anni a questa parte. Magic e Yu—Gi-Oh! Anche in questa categoria abbiamo gli ibridi. Volete giocare una storia intrigante dai risvolti inaspettati, quasi un librogame, ma preparando un mazzo di possibilità che possano aiutarvi a tenere sotto controllo la situazione? E magari vi piace pure Lovecraft? Bene, perché c’è “Arkham Horror – Il gioco di carte” che risponde assolutamente alle vostre aspettative.

Insomma, c’è un gioco per ogni persona… o sarebbe meglio dire che c’è una persona per ogni gioco?

Il gioco di ruolo

Se coi giochi da tavolo avevamo l’imbarazzo della scelta, col gioco di ruolo abbiamo un vero e proprio mare di possibilità, in cui molto spesso potremmo trovarci persi. Ne ho visti tanti come Odisseo, alla ricerca della cara Itaca, mentre s’inabissavano alla ricerca di un gioco di ruolo adatto a loro. C’è un gioco di ruolo per qualsiasi cosa, e se non c’è state certi che ci stanno lavorando. Perché no, magari sarete voi a crearlo.

A chi non fosse familiare questa definizione, con gioco di ruolo si intende tutto quell’insieme di giochi che permettono al giocatore di impersonare un soggetto in un mondo differente dal nostro, e quasi vivere una realtà alternativa grazie a schede, statistiche e tiri di dado – anche se questo non è il solo modo di giocare di ruolo esistente, ma solo quello a cui siamo più abituati.

Il termine gioco di ruolo è nato nel 1934, grazie allo psicologo Jacob Levi Moreno: s’induceva il paziente a interpretare avvenimenti del passato dove ci sia un antagonista, e i ruoli si scambiavano nel corso della seduta. Insomma, non il tipo di gioco di ruolo cui siamo abituati come attività ludica, ma sicuramente una curiosità storica degna di nota, da portare ai vostri amici tra una birra e l’altra o per fare colpo sulla persona che vi fa battere il cuore.

Quando si dice gioco di ruolo si pensa a Dungeons&Dragons, nato inizialmente come una costola del wargame. Era il 1974, signori miei, e si stava facendo una grande fetta della storia ludica mondiale. Da allora il gioco di ruolo si è evoluto in parecchie direzioni diverse, ricche di sfaccettature. Basti pensare che ci sono, ad oggi, centinaia di sistemi di gioco di ruolo. Possiamo sicuramente annoverare tra i più famosi Vampiri: La Masquerade, Call of Cthulhu, Shadowrun, Cyberpunk.

Il gioco di ruolo – Sistemi

I sistemi sono lo scheletro tecnico di un gioco di ruolo, diciamo così. Il d20 system è uno dei più comuni (Dungeons&Dragons, Pathfinder), appunto, dove il dado da venti facce fa da sovrano decisionale. Esiste il Basic Roleplaying, un sistema open source e aperto a chiunque, basato sul d10. Savage Worlds si muove su prove, su successi e insuccessi, e difficilmente usa dadi più alti di un dado da dodici facce. Ancora ci sono Fate e Powered by the apocalypse, dove vince la componente ruolistica e di realismo sopra il lancio dei dadi.

C’è un sistema per ogni tipo di giocatore, là fuori. Vari modi di giocare, vari sistemi adatti a un tipo di ambientazione invece che a un altro.

Mi sta molto a cuore, ad esempio, il nuovissimo Not the End – figlio di FumbleGDR, pensato dalla mente di Claudio Pustorino. Un gioco di ruolo tutto italiano che mi ha conquistato, e che mette in risalto quanto noi italiani siamo bravi a creare intrattenimento: molto spesso non c’è da guardare al mercato estero, se in casa nostra vengono prodotte perle di questo calibro.

Not the End abbandona i dati per abbracciare segnalini, positivi e negativi, che muoveranno il gioco in direzioni inaspettate. In Not the End si giocano Eroi, persone con pregi e difetti, vivi quasi quanto noi. In Not the End non si crea la combinazione regolistica che permette al tuo barbaro di buttare giù con un sol colpo il boss di turno, in Not the End abbiamo la possibilità di dare vita a un qualcosa che si avvicina più che mai alla narrativa, al tessuto di un romanzo o di un racconto – e chi di voi lettori ha imparato a conoscermi, sa che quello è il mio lavoro principale.

A pari passo, insieme

Proprio come ho detto all’inizio dell’articolo, la completezza dei giochi da tavolo e di ruolo ha accompagnato la crescita del videogioco. A pari passo, come due facce della stessa medaglia, hanno progredito e continuano a farlo tenendosi quasi per mano.

Questo ci ha permesso, negli anni, di vedere esperimenti particolari di tutto rispetto. Pensate semplicemente al nuovissimo videogioco della Cd Projekt Red, Cyberpunk 2077: la coronazione videoludica di ciò che è cominciato, su carta, trentadue anni fa, nel 1988.

Da sempre il tavolo e i giochi di ruolo infettano i videogiochi, regalando perle di tutto rispetto (basti soltanto pensare alla sfilza di rpg e jrpg da vent’anni a questa parte, senza stare a elencarli). Non c’è da stupirsi, quindi, che ogni tanto capiti il contrario: vi basti pensare al gioco da tavolo di Dark Souls e Fallout o quello di carte di Bloodborne. Questo per accontentare le esigenze di tutti: c’è chi un videogioco non l’ha mai toccato in vita sua, perché non interessato al medium, ma che magari ha anni e anni di esperienza alle spalle col gioco da tavolo. Quindi, c’è l’esempio inverso.

Questo articolo, una curiosità unica, lo volevo fare perché ho capito quanto il gioco, puro ludibrio e passione, sia tridimensionale nei modi in cui è possibile approcciarlo. Ci sarà sicuramente la serata in cui sarà più consono buttarsi davanti a uno schermo e altre, invece, in cui carta, penna, dadi e pedine faranno da padrone.

Non importa come lo facciate, l’importante è che non smettiate mai di giocare.