Lo sappiamo tutti. O almeno, i videogiocatori più attenti e più grandicelli, sapranno bene quanto il medium videoludico ha cambiato parecchie cose. Ha cambiato il modo di programmare, il modo di pensare l’arte – ha cambiato la storia e ha cambiato soprattutto noi, donandoci una nuova forma di espressione e intrattenimento. Ve lo immaginate, un mondo senza videogiochi? Che triste distopia sarebbe. Sarebbe come auspicarsi un mondo senza l’arte. E lo sappiamo bene, ormai, che senza arte non c’è uomo. Con questa scintilla nel cuore, attraversando l’evoluzione del videogioco dalla sua prima e potente apparizione, nel 1947, vi voglio trascinare con me a osservare il lato più umano del medium, lasciando da parte pixel e fotogrammi, cercando semplicemente di raccontare la vita attraverso i videogiochi. Questo articolo nasce proprio da questo sottile confine – sfrutterò la scia delle parole del mio caro collega Nicholas per parlarvene.

Life is Stange – Un viaggio alla riscoperta di sé.

Uno strumento per il cuore

Col passare degli anni, è divenuto chiaro che il videogioco non avesse l’unico scopo di intrattenere, ma potesse costituire un potente strumento per filtrare un messaggio. Tra le righe, molti giochi ci hanno insegnato la compassione, l’accettazione del lutto, l’importanza dell’amicizia e il terribile, impervio percorso di dure malattie. Siamo arrivati al punto di avere oggi, sul mercato, un quantitativo di titoli veramente disparato, tra cui spiccano storie davvero mirate a farci riflettere. Quanto spesso ci capita di immergerci in un’esperienza sensoriale invece che in un semplice videogioco?

Prendo l’esempio di Last Day of June, che trasporta in un mondo onirico pieno di simbolismi, volto a far capire al giocatore molteplici substrati della psicologia: l’accettazione del dolore, della morte, la perdita dell’amore. O ancora, What Remains of Edith Finch, che ci insegna quanto siano importanti i ricordi che abbiamo coi nostri cari, e il peso emotivo delle storie e gli accadimenti passati. Ho citato solo due esempi e ne citerò molti altri, ma sicuramente la domanda che molti di voi si stanno ponendo è: “c’è davvero bisogno di questo nei videogiochi?”

God of War

E la risposta può essere soltanto una. Dipende.

Dipende da quale punto di vista approcciate il medium, dipende da quanto impatto ha per voi il videogioco, e se lo reputate soltanto un mero mezzo di intrattenimento o una scatola creativa senza confini. Per me, come storyteller e ricercatore dell’estetica nelle più piccole cose, il videogioco rappresenta il mezzo d’espressione più libero che un creativo possa avere a disposizione, un gradino sotto la musica e una scala sopra il cinema. Il potere concettuale di un videogioco è così vasto proprio grazie alle capacità della sua distribuzione e all’unicità dell’esperienza fornita al giocatore.

Pyre

I videogiochi sono ovunque. Nel bene o nel male, del videogioco si parla sempre. Persino chi non ha mai toccato un pad in vita sua ha, almeno una volta, visto un gameplay o un walktrough di qualche titolo, per interesse di mero intrattenimento o, per l’appunto, venendo ispirato dalla potenzialità narrativa del titolo in questione.

Dipende, quindi, ma la risposta per me è sì, abbiamo assolutamente bisogno di questo substrato nei videogiochi, perché è senza dubbio il carburante che sta facendo decollare questo mercato.

Oltre il primo strato…

Undertale

Ci sono titoli che esplicitamente dichiarano di trasportare il giocatore in un viaggio alla scoperta delle sfumature della vita, come ad esempio Hellblade: Senua’s Sacrifice – che tratta della depressione, dell’ansia, degli attacchi di panico e della perdita, un viaggio interiore alla riscoperta di sé stessi. O come Child of Light, che non ce le manda a dire e ci insegna a credere in noi stessi, ad avere consapevolezza delle nostre capacità. E ancora Life is Strange, che mette a nudo l’amore e l’amicizia, parlandoci attraverso uno dei periodi più difficili per l’essere umano moderno – quello adolescenziale.

Poi ci sono quei titoli che nascondono senza remore i loro messaggi in fondo al cuore del giocatore, in attesa che vengano scoperti – magari non subito, magari con una seconda giocata. Ho già parlato di Shadow of the Colossus nell’articolo su Fumito Ueda scritto qualche mese fa, e di come questo videogioco travestito da sandbox openworld trascinasse sotto di sé il terribile peso di emozioni ben più astratte e profonde, come l’amore e il sacrificio. Ma non finisce qui. Perfino titoli assai più blasonati e conosciuti, che all’apparenza sembrano soltanto partoriti per il divertimento, nascondono significati viscerali. Borderlands, per esempio.

Se voi che state leggendo questo articolo non avete ancora messo mano sulla saga, vi invito caldamente a rimediare: abbiamo di fronte uno dei migliori first person shooter ibrido di tutti i tempi, che allaccia un solido gameplay a una sceneggiatura avvincente, sempre coerente e pronta a stupire. Ecco, di Borderlands e di ciò che c’è sotto la sua crosta si potrebbe parlare a oltranza, ma mi limiterò a portarvi un solo esempio. Tiny Tina: lei e la sua storia bastano a far decollare Borderlands nell’olimpo della genialità e dell’empatia. In Borderlands 2 abbiamo un intero DLC sul suo percorso per affrontare la morte di un amico e andare avanti: Tiny Tina’s Assault on Dragon Keep.

What Remains of Edith Finch

Andando avanti, un altro buon esempio può essere Q.U.B.E.: un puzzle che ben trasmette il senso di oppressione e la voglia di fuggire dalla nostra prigione mentale. Come non citare Alice: Madness Returns e il suo predecessore, che affrontano – travestiti da platform – il decadimento mentale di un individuo e il peso che le parole possono avere sul nostro cervello. Ci sarebbero una miriade di esempi da fare e sono quasi certo di aver tralasciato qualcosa, ma spero mi perdonerete: devo portarvi un articolo, non un trattato. Little Nightmares ci parla degli abusi che portano un bambino a cambiare, Dark Souls ci narra dell’abbandono e dell’egoismo, il nuovo God of War ci riempie il cuore con la riscoperta del rapporto tra padre e figlio (come in Bioshock 2). E come non parlare di Undertale, il cui pieno messaggio è la comprensione?

Come mi piace sempre dire, omettere non è sempre dimenticare – il mio articolo è solo l’inizio, sarà il vostro processo creativo a fare il resto. Ditemi, per favore, qui sotto o sui miei social, quali secondo voi sono i giochi che rientrano in questa categoria e che ho dimenticato di citare. Io vi aspetto, sempre.

…c’è un grande mondo

I videogiochi raccontano la vita. O meglio, i videogiochi si sono evoluti da involucro di intrattenimento per parlarci a viso aperto, come farebbe un amico che ci sta tendendo una mano. Questo è un medium che parla di vita, un medium che la vita la può salvare. Molto spesso, può insegnarci lezioni che altrimenti non riusciremmo a imparare o darci una sensibilità che potrebbe esserci stata portata via, o persino preclusa.

Il videogioco celebra la libertà e spesso mette a nudo molti lati di noi che neppure sapevamo di avere. È un mezzo potente, questo, che molto spesso viene frainteso e persino bistrattato da chi non lo riesce a comprendere. Poveri loro, incartati in una pochezza di spirito. Io vi dico di non avercela con queste persone. No, non alimentiamo l’odio, soprattutto in tempi come questi: operate per fare aprire le menti. Raccontate di come i videogiochi siano capaci di emozionare, di accompagnare e di curare. Raccontate quanto c’è di bene nel medio e quanto c’è di bene in voi. A prescindere da ciò che si parla, operate sempre per il bene e nel vostro piccolo cercate di fare la cosa giusta.

Last Day of June