Bentornati alla nostra rubrica “Ciò che un gioco ci lascia“, dove trattiamo gli aspetti emotivi dei titoli che possono aver avuto su di noi un enorme impatto o che hanno fatto emergere sensazioni ed emozioni che ci hanno accompagnati per molto tempo dopo averli giocati.

Oggi parliamo di uno dei giochi a mio avviso più controversi, ma anche più profondi degli ultimi anni, ovvero Hellblade: Senua’s Sacrifice, un videogioco d’avventura con visuale in terza persona nel quale si affrontano enigmi e schiere di nemici ispirati alla mitologia norrena, ambientazione che negli ultimi anni, specie con God of War e con il recentemente annunciato Assassin’s Creed Valhalla, ha preso sempre più piede, riscuotendo molto successo.

Come di consueto, cominciamo la nostra analisi con una piccola sinossi della trama del gioco.

Senua è una ragazza che ha subito una enorme perdita: l’uomo che amava è stato brutalmente torturato e ucciso dagli invasori norreni, individui che la nostra protagonista vede come mostri umanoidi dai tratti quasi bestiali. Affranta e distrutta, accompagnata da voci che solamente lei è in grado di sentire, Senua intraprende un viaggio sino al regno dei morti, Helheim, per poter implorare Hela, la dea della morte, di donare nuova vita al suo amato in modo da poter condurre con lui la vita che sperava.

Ciò che andremo a prendere in esame a breve tratterà argomenti che potrebbero rivelarsi degli spoiler per chi non ha giocato il titolo, per cui se non lo avete ancora recuperato potrete farlo a questo link. Se invece desiderate approfondire queste tematiche, sappiate che possono risultare molto pesanti e poco appetibili per alcuni, per cui faremo del nostro meglio per parlarne con la massima cura, professionalità e nel più assoluto rispetto.

Hellblade: Senua’s Sacrifice non si presenta come una semplice avventura in una ambientazione fantasy ispirata a una mitologica. Più che un gioco, questo vero e proprio viaggio introspettivo può essere visto come una metafora, sia per Senua, sia per noi giocatori. La giovane di cui andremo a indossare i panni andrà infatti ad affrontare ciò che sono le sue paure e preoccupazioni più profonde, affrontando mostri che nella sua testa sono gli invasori che hanno massacrato i suoi cari: le creature che affronteremo, infatti, altro non sono che i guerrieri norreni come lei li immagina, come lei li sente e li percepisce, mentre le voci che è in grado di sentire si rivelano essere sintomi della sua malattia mentale profondamente radicata in lei e che il padre, druido del suo villaggio, vedeva come una sorta di entità o energia malefica. Questa visione da parte del genitore lo porta ad abusare della figlia, tenendola prigioniera e sottoponendola a riti di purificazione, cosa che aggrava enormemente il già precario equilibrio mentale di Senua, che vede l’oscurità in cui già stava sprofondando avvolgerla sempre più, caratteristica che si rifletterà anche su di noi che, viaggiando con lei e affrontando i suoi stessi demoni, saremo non solo spettatori, ma anche diretti interessati delle emozioni e dei sentimenti della protagonista.

Il titolo, che per poter essere apprezzato appieno dovrebbe essere giocato con l’ausilio di un paio di cuffie, accompagna il giocatore nel suo viaggio nei panni di Senua, facendogli sentire ogni cosa che sente la protagonista, con le voci che rimbombano nella testa di lei che riecheggiano nelle orecchie del giocatore come se stessero parlando con lui, piuttosto che con il personaggio che controlla.

Tutto ciò avviene perché il gioco ha un preciso obiettivo, ovvero far vivere al giocatore le esperienze e le emozioni della protagonista, e per fare ciò gli sviluppatori hanno perfino deciso di avvalersi della consulenza di persone affette dallo stesso genere di disturbi mentali di Senua, per poter ricreare al meglio l’esperienza all’interno del titolo. Hellblade si rivela così come un turbinio di sentimenti che fluisce verso noi giocatori che avremo come obiettivo il medesimo di Senua, senza capire, se non dopo un determinato punto del gioco, che ciò che vediamo non è reale, ma una manifestazione delle paure e dei sentimenti della protagonista, resi reali, tangibili dalla sua malattia e aggravati non solo dagli abusi subiti dal padre, ma anche dal forte lutto che si porta dentro e che non riesce ad accettare e superare, qualcosa che non cessa mai di attanagliarle anima e mente e che la spinge ad andare avanti, a sprofondare sempre di più nel baratro in cui affronteremo nemici come i furiosi berserker, Gramr, il cane a guardia degli inferi o Surtr, il gigante di fuoco che regna su Múspellsheimr.
Quando tutto ciò viene compreso e accettato dalla protagonista, viene compreso anche dai giocatori (accettarlo o meno starà poi a loro), che avranno concluso un viaggio assurdo e terrificante in un universo narrativo mitologico creato da una mente frammentata.

Mettersi nei panni di una persona affetta da simili condizioni mentali è ciò che permette a Hellblade di coinvolgere il giocatore in un modo che mai si era visto in un titolo recente; ogni ostacolo che si affronta può farci provare paura, rabbia, ansia o sgomento, il tutto mentre tre voci parlano senza sosta nelle nostre orecchie, insinuando dubbi, ponendoci domande che ci rendono non più sicuri della nostra missione, a volte perfino facendoci sentire inadatti al nostro compito, ma proprio per questo dentro di noi ci sentiremo spronati ad agire, a dimostrare a quelle voci e a noi stessi che hanno torto. La magia di questo titolo, il vero motivo per cui è in grado di lasciarci davvero qualcosa, sta nel fatto che appena poche ore dopo l’inizio della nostra avventura ci sembrerà che l’intero mondo di gioco non parli più al nostro personaggio, ma a noi.

In definitiva, possiamo concludere dicendo che Hellblade: Senua’s Sacrifice è un videogioco che può risultare estremamente duro per le persone più sensibili, ma non per questo deve essere considerato un titolo poco consono per loro o da cui tenersi alla larga: il lavoro che svolge per sensibilizzare le persone su tematiche che ancora oggi vengono viste come tabù è di egregia qualità, e mette a nudo determinati elementi trattandoli in modo a tratti esplicito. Pertanto, se c’è un titolo che merita di essere menzionato per ciò che ci lascia, è senz’altro questo.

Vi salutiamo augurandoci che questo articolo sia stato di vostro gradimento, sperando naturalmente che abbiate apprezzato il nostro modo di trattare questi argomenti.

A presto con un altro episodio di “Ciò che un gioco ci lascia“!