The Legend Zelda: Breath

Non ho concluso la trama principale di The Legend of Zelda: Breath of the Wild. Non sono neanche a un terzo del mondo esplorato né di quello che ancora potrei conoscere da ora in avanti su Hyrule e su tutti i suoi segreti. Eppure, eccomi qui. Non è mai semplice parlare di un nuovo viaggio in un mondo interattivo, capace di collegare tramite Link, e il suo idioma in inglese significa “Collegamento”, il videogiocatore a una nuova linfa ludica su cui è importante soffermarsi e analizzare punto per punto, o zolla per zolla.

Come già scrissi recentemente, ho acquisito una Nintendo Switch soltanto due settimane fa. Attraverso di essa ho già scaricato alcuni titoli, oltre a possedere la copia fisica di The Legend of Zelda: Breath of the Wild. Non mi dilungherò affatto su quanto mi stia trovando bene su una console differente con una chiarissima filosofia su cui resto ammaliato giorno dopo giorno. In realtà, aggiungerò soltanto quanto possa essere davvero appagante visitare un mondo aperto come quello di Hyrule sul divano di casa.
Senza cadere nella ripetitività, quanto io vivo da due settimane in questo mondo è un continuo vagare che non si ferma un istante. Sono immerso completamente nel titolo. Non è mai facile, almeno per me, riuscire a farmi coinvolgere così tanto creando un collegamento tra videogioco e videogiocatore. Ben pochi titoli sono riusciti a farlo anche recentemente, dandomi una grandissima lezione di vita.

Non ho esplorato ancora tutta la mappa, perciò molti elementi ancora non li conosco così bene. Ho viaggiato a lungo, però, e lo sto facendo ancora, con intensità. Non è un termine campato per aria e tanto meno è sbrigativo, ora che sto evolvendo adagio le mie sessioni di gioco, facendomi trasportare completamente in una terra dal fascino inarrivabile. A permeare completamente la mia esperienza, a seguito di tutto quello che noto, è la profondità di campo che osservo ogni volta che entro in gioco e penso a una nuova tappa da raggiungere.

Prima di parlarvi della mia ultima sessione di gioco, elemento portante dell’intero approfondimento, desidero prima lodare il fatto che esistano degli sviluppatori al mondo che hanno un senso unico nei confronti del tema “Viaggio” all’interno dei videogiochi. A distanza di molto tempo da quando scrivo per 17K Group, ricordo quanto scrissi di questo tema portando degli esempi importanti che ancora oggi conservo nel mio cuore con tanta stima.
A essi, ora, ci aggiungo anche The Legend of Zelda: Breath of the Wild, oltre a tanti altri titoli per cui provo un affetto che mi lega tremendamente a ogni aspetto che ho deciso di analizzare e ricalcare attraverso ciò che osservo come videogiocatore. Questa è, in totale coscienza con quello che ancora non ho scoperto sul titolo, una grandissima presa di posizione nei confronti di The Legend of Zelda: Breath of the Wild.

Il primo approccio…

Si parte da un luogo mistico, mantenuto e protetto da chi tiene a Link al sicuro dalla calamità Ganon che ha stravolto e prosciugato il mondo, costringendo gli abitanti di Hyrule a nascondersi in villaggi lontani per non essere minacciati dalla corruzione che annienta la vita.
Recuperati gli indumenti, usciti una volta da quello che sembra un luogo di sepoltura, si avrà di fronte l’imponenza totale della mappa del primo luogo in cui Link metterà piede e che ammirerà.
I raggi del sole riflettono ovunque e diventano importanti quando si ammira la profondità dell’Altopiano delle Origini, protetto da una barriera in pietra che si allarga da un capo all’altro dell’area.
Il primo impatto che Link nota, una volta iniziata la sua avventura, è la natura in tutto il suo splendore, permeata da alberi sparsi ovunque come se fosse un quadro. Pare che a Hyrule, che fu un luogo imponente, abbia preso nuovamente corso il respiro di quest’ultima come eterna ancora di salvezza per ogni creatura che la abita, nonostante la minaccia di Ganon.

Va detto: mai mi sarei aspettato un inizio del genere, immediato e fluido nella sua interezza per mostrare al videogiocatore la sua imponenza. Durante la prima fase nell’Altopiano delle Origini, l’incontro con un vecchio sarà la chiave di volta all’inizio vero e proprio del titolo. Anche se, e lo ammetto, ho speso cinque ore nell’Altopiano delle Origini occupandomi di recuperare delle mele, delle ghiande e imparando a cacciare volatili e cinghiali per ottenere della carne. Ho imparato a combattere contro i primi nemici, che sono stati eliminati prontamente.
Ho poi, tenendo fede agli anni passati su titoli impegnativi, ucciso il Sassorok, creatura capace di lanciare pietre e che ha lasciato sul campo un bel po’ di pietre preziose.

Ho deciso di dedicarmi ai sacrari per ottenere degli strumenti che solo ora, dopo trentacinque ore di gioco, riconosco fondamentali per l’intera esperienza. Diciamocelo, non solo sono utili per superare degli enigmi o per ottenere una cassa altrimenti irraggiungibile.
Fanno parte, in totale fedeltà attraverso l’espressione ludica del titolo, a un mezzo capace di risolvere anche i momenti più concitati e complessi, come essere inseguiti da un’orda di nemici che non aspettavano null’altro che uccidere Link e costringere il videogiocatore a un destabilizzante Game Over. Penso alle bombe esplosive a distanza, capaci di sgominare le creature immonde serve di Ganon o il ghiaccio, utile soprattutto se si è nei pressi di uno specchio d’acqua che può bloccare i massi lanciati da un Cespuglio Deku.
Ogni metodo, qualunque esso sia, è una scelta d’approccio che premia la libertà del videogiocatore in un mondo estremamente vivo e complesso, realmente equiparabile al nostro per pericolosità e imprevedibilità, nonostante la sua essenza sia completamente diversa.

La mia ultima sessione…

Tornando all’argomento del titolo, dando un esempio eclatante di libertà d’approccio e diversificazione, ieri sera ho avviato il titolo prima di dormire. Normalmente, grazie alla comodità di Nintendo Switch Lite, ho la fortuna di stare a letto e vivere completamente un’avventura a mondo aperto come non ho mai fatto prima, dopo tanto tempo su titoli del genere. Non ho organizzato alcunché né ho pensato a una tappa.
Ho deciso di prendere Spirit (sono un fan della DreamWorks), il mio nuovo cavallo, che è stato complesso da catturare e domare, e sono partito alla volta dell’ignoto guardando la mappa per non incespicarmi in un luogo che avrebbe potuto mettermi in seria difficoltà, considerato il fatto che ho deciso di andare in un luogo inesplorato, per il momento.

Ho attraversato una pianura verdeggiante con alberi sparsi ovunque, scegliendo poi, a seguito dell’attrazione per i meli, di fermarmi e recuperare le mele sui loro rami, notando poco dopo alcuni cervi che saltellavano ovunque e che potevano diventare dei pezzi di carne. Ne caccio tre e li becco, uno dopo l’altro. Ma è un momento alquanto concitato, a causa di ciò che mi ero dimenticato di calcolare: il ciclo giorno-notte di The Legend of Zelda: Breath of the Wild. Stava facendo buio, non avevo la benché minima idea di dove fossi. Accedo all’inventario, getto sul terreno un po’ di legnetti e li accendo col fuoco; poi bivacco, in totale armonia.

In tutto questo, la torre per sbloccare ciò che altrimenti sarebbe visibile sulla tavoletta Sheikah era ancora fin troppo distante, sebbene quello non fosse il mio reale obiettivo e non stessi affatto seguendo alcuna missione. Chi mi conosce sa bene quanto mi piaccia vivere l’esperienza fino al suo limite, anche andando oltre per catturare istanti interessanti per riflettere su cosa potrei vivere, e raccontarlo. Il mattino seguente (fortuna che non ho beccato la Luna Rossa!) parto verso nord, guado un fiume e poi attraverso un ponte di pietra che mi porta in una nuova zona.
Davanti a me la strada si dipana in tre bivi, ma ho una consapevolezza: sono in un luogo desertico. Accedo nuovamente all’inventario, cerco di capire dove io sia, come organizzarmi. Il vento alza la polvere e mi impedisce di guardare attentamente cosa potrei avere di fronte, ma non mi arrendo: avanzo al trotto, accarezzo Spirit per legarci ancora di più, e poi, superando un valico, incontro alcuni nemici muniti di clave. Ho due scelte: fuggire o affrontarli.

Da bravo avventuriero, considerato il fatto che sono a cavallo, scelgo la terza opzione, ma non pianifico alcunché: scendo dalla groppa, lancio una bomba a catena per farli implodere e poi cerco di scappare via. Un piano da scozzese: colpire, fuggire e nascondersi. O cercare di farlo. Ma non avevo fatto i conti con un elemento importante: il campo di battaglia. Mentre indietreggio per evitare un attacco, vengo spinto oltre l’altura e cado nel vuoto, scivolando sulle rocce. Perdo tre cuori, che sono importantissimi per chiunque a Hyrule, ma per Link lo sono ancora di più. Ciò non comporta il Game Over, tanto che poi riesco a risalire ed elimino i primi due lucertoloni con una spada da cavaliere che fa parecchio male, tanto che poi mi occupo degli altri due e, infine, vinco il combattimento recuperando dei materiali che mi serviranno per le pozioni.

Riprendo il mio viaggio, rendendomi poi conto che ho la spada da cavaliere che si sta per rompere. Scelgo un’altra arma dal menù rapido, optando per la lancia ancestrale che si può ottenere nei sacrari. Focalizzandomi un istante su quello che ho attorno, decido di voler raggiungere la vetta sopra di me per osservare l’ambientazione circostante. Con Spirit arrivo su un’altura che offre una buona visuale, ma non è quello che sto cercando. Per rendermi conto di dove sia ora la torre per visualizzare ogni elemento topografico, serve che io mi arrampichi e arrivi in cima più rapidamente. Accedo ancora una volta all’inventario, scelgo la pozione adatta per rendere più rapide le arrampicate e poi inizio ad avventurarmi sulla parete. Augurandomi che il vigore non ceda proprio nel momento sbagliato, decido di rischiare e non mi guardo indietro. Link arriva sulla cima, perché ogni zona, in The Legend of Zelda: Breath of the Wild, è totalmente raggiungibile.

Intanto mi guardo attorno, sorpreso dalla profondità di campo. Scatto qualche screen, e lo allego qui, alla conclusione dell’articolo. Come se voi, ora, foste con me a vivere e a osservare una parte della libertà che questo immenso e totale offre al videogiocatore durante tutte le sue ore. Ogni viaggio è sempre diverso, capace di convogliare con scrupolosità le emozioni di chi lo sta vivendo in un’esperienza che va ben oltre il viaggio e decide di concentrarsi maggiormente sul senso di quest’ultimo, realmente in grado di condurre laddove altre produzioni scalfiscano un apparato sano, come fiera dimostrazione di un canto suadente con una nota pronta al futuro. Non è mai semplice, a meno che non si colga attentamente ogni elemento in The Legend of Zelda: Breath of the Wild di quanto ogni rappresentazione riesca a essere convincente sotto ogni punto di vista, pur non mostrando criticità gravi nel suo comparto ludico.

Ora vado, o il titolo non lo concluderò più.