In controtendenza con lo stereotipo del giovane millennial appassionato di videogiochi, personalmente non mi sento, a meno di rarissime eccezioni, una vittima della cultura dell’hype che mette il fruitore medio di videogiochi nelle condizioni di attendere il nuovo prodotto come se fosse l’ultimo della sua vita, arrivando a fare di tutto pur di ottenerlo prima della sua uscita ufficiale.
Ho solitamente un atteggiamento incredibilmente freddo riguardo le nuove uscite, un po’ per una questione di carattere, un po’ perché da bambino non potevo permettermi di acquistare i videogiochi il giorno dell’uscita. La prassi solitamente era: compra un videogioco vecchio, compra qualcosa che sicuramente ti piacerà e compra di più spendendo meno.
Dopo questa premessa, potete tutti immaginare quanto mi fregasse di Animal Crossing New Horizons durante la sua presentazione all’E3 dello scorso Giugno, anche perché all’epoca non ero nemmeno in possesso di una Nintendo Switch. Ma qualcosa, fortunatamente per me, è cambiato negli ultimi mesi fino a farmi agire in maniera diametralmente opposta al mio solito; così, ho comprato il nuovo titolo Nintendo addirittura al Day One…

Lo scorso febbraio chiacchieravo del più e del meno come ogni tanto capita con una mia cara amica che, nonostante i videogiochi la appassionino relativamente, mi confessa di avere così tanta voglia di giocare al nuovo capitolo di Animal Crossing da giustificare da parte sua l’acquisto della console nuova dicendo che addirittura non sarebbe stata l’unica a farlo per l’occasione.
In effetti, ciò che diceva era vero: tutte le persone attorno a me avevano voglia di comprare il nuovo titolo Nintendo; che essi ne fossero appassionati o meno, l’Animal Crossing mania si stava per abbattere sul mondo a suon di meme sulla presunta natura da estorsore di quel maledetto procione di Tom Nook (e io a stento sapevo chi fosse). Insomma, diciamocelo: come avrei potuto immaginare di dedicare il mio tempo prezioso a lavorare sfruttato da un dannatissimo procione? Ho sentito per giorni la tentazione, un solletico incredibile al mio cervello che mi diceva di smettere di agire secondo i miei dogmi e di cedere al lussurioso desiderio di comperare un gioco al Day One, tutto da scoprire, col rischio che si dimostrasse un enorme spreco di denaro.
Non ne vado molto fiero, non vi mentirò, ma con la quarantena a causa del virus che sta mettendo in ginocchio la nazione non ci ho pensato due volte prima. L’ho addirittura preordinato sullo store digitale e probabilmente il senso di colpa per aver fatto un gesto che va completamente contro ciò in cui credo (N.d.R.: la dipendenza da preordine che affligge sia i publisher che i gamer è uno dei mali più grandi di questa generazione videoludica) non andrà mai via.

Durante l’introduzione al gioco, con quel brivido da incosciente che si prova da ragazzini quando si suona il campanello per poi darsela a gambe, mi sono trovato dinanzi a un incipit così banale da essere probabilmente parte dei sogni più selvaggi di ognuno di noi: hai appena acquistato da un procione dalla dubbia provenienza un biglietto di sola andata verso un’isola deserta lasciandoti alle spalle la tua vita, le tue gioie, ma soprattutto i tuoi problemi, il che ti ha donato un senso di libertà che, vista la situazione nella quale ci troviamo dall’altra parte dello schermo, è una incredibile boccata di aria fresca.

Forse sono io che mi faccio troppi problemi riguardo certe cose, ma a nessuno piace perdere le scommesse, soprattutto con se stessi: ora, Tom Nook non era più solo un meme del web, ma una minaccia reale come la paura di annoiarsi, così ho passato le prime ore di gioco analizzando il prodotto, spulciandone le meccaniche di gioco e osservando la mia piccola isola pixel per pixel fino a ritrovarmi catapultato all’interno di ciò che, dal basso della mia conoscenza ancor’oggi povera di Animal Crossing, ritengo il nucleo fondamentale del gioco: pesca, scava, pianta, costruisci, paga, riformula il debito, rip and tear
Detta così può sembrare una tragedia e con ogni probabilità, vista l’insoddisfazione di non raggiungere mai l’inesistente obiettivo del gioco, lo è. Ma diamine se mi diverte

Arrivato a metà della mia prima settimana di residenza su Zoranj, nome che ho dato alla mia isola dedicato al frutto che la contraddistingue, mi sono reso conto che Animal Crossing New Horizons non è solo un divertentissimo passatempo fatto di lento farming e arredamenti per la casa, ma qualcosa di più. 

Tra i vari fattori che mi hanno stimolato all’acquisto del videogioco, come parzialmente già accennato, c’è il periodo di quarantena che stiamo vivendo. Moltissime persone stanno soffrendo in tutta la nazione per problemi legati alla malattia e alla perdita dei propri cari e altrettante stanno vivendo un periodo buio a causa dell’instabilità economica che la quarantena porta con sé. Tutto questo causa una sensazione di angoscia e paura per il presente e il futuro anche nelle persone che in questo momento sono più fortunate come me, e Animal Crossing sarebbe dovuto essere semplicemente una distrazione da tutto ciò che sta succedendo, ma le sensazioni che mi ha dato sono incredibilmente più forti: oltre alla spensieratezza, al divertimento e alla simulazione del contatto umano che sono riuscito a provare collegandomi con amici che non vedevo da tempo, grazie a New Horizons ho scoperto anche il piacere di stare con me stesso senza che i pensieri negativi mi affondassero.
Immaginare l’odore di quelle grosse arance appena colte, la fatica nel procurarsi la legna, rilassarmi pescando o scegliere l’arredamento adatto per la casa mi ha fatto mettere da parte momentaneamente tutti i problemi della mia vita reale permettendomi di rilassarmi per davvero e di concentrarmi sui miei desideri. 

Davanti al banco di lavoro, dunque, non pensavo più al prossimo progetto da costruire all’interno del gioco, ma al prossimo passo che avrei dovuto fare una volta finita la quarantena, alle abitudini da cambiare, alle persone da abbracciare e così anche pensare al mio futuro non era più angosciante e pauroso perché sia in Animal Crossing che nella vita reale, nonostante ci sia sempre una figura oscura come Tom Nook a pretendere sempre di più da noi, con la dedizione e l’impegno arrivano le soddisfazioni.

Morale della storia? Ho vinto la scommessa contro me stesso, anche se probabilmente continuerò a ripudiare hype e preorders, ma ho anche imparato quanto in un momento difficile un videogioco possa starti accanto, che non sempre c’è bisogno di una grande trama o di un gameplay complesso perché questo ti possa far provare delle emozioni. Ho sentito il piacere della scoperta di un prodotto nuovo, come un bambino esplora il mondo per la prima volta. Non ho vergogna a dire che Animal Crossing è stato e probabilmente continuerà a essere terapeutico per me, assorbendo i momenti tristi e lasciandomi concentrare su come migliorare la mia vita reale.