Il 18 aprile 2003 arrivava in Italia Spirited Away (da noi tradotto come La città incantata), film d’animazione prodotto dallo Studio Ghibli e firmato dal Maestro Hayao Miyazaki. All’epoca, alla “nascita” del film, ero fin troppo piccola per vederlo. Passarono circa quattro anni prima che, da bambina spensierata e felice, riuscissi a convincere i miei genitori a comprarne la videocassetta da vedere tutti insieme sul divano di casa nostra. Qualcosa mi convinse nello sguardo della piccola protagonista Chihiro, qualcosa che tutt’ora mi strega e mi addolcisce allo stesso tempo, ma mai avrei immaginato che La città incantata sarebbe stato il film d’animazione che mi avrebbe cambiata per sempre. Un film tanto complesso da spaventarmi da piccola, ma capace di rimanermi nella memoria per anni, fino a quando di anni ne compii sedici e decisi di vederlo con occhi nuovi, completamente incosciente del fatto che me ne sarei innamorata.

Ora vi spiegherò il perché, ma non attraverso una normale recensione, bensì con un articolo che mostri parte della bellezza assoluta di questa opera del Maestro Miyazaki. Chiaramente mi sembra doveroso specificare che questo articolo contiene spoiler.

La città incantata
Chihiro e alcune “simpatiche creature”.

Introduzione – Il profumo di una città magica

I primi dieci/venti minuti della pellicola hanno molto di bello e curioso da trasmettere a una bambina di otto anni quale ero io all’epoca, ma nascondono molto di più per gli occhi di una persona adulta che sa davvero guardare. All’inizio ciò che ci viene mostrato è il trasferimento un po’ infelice di questa bambina, Chihiro, insieme alla sua mamma e al suo papà. Si empatizza immediatamente con lo sguardo malinconico della piccola che pensa agli amici lasciati nella vecchia città e che, un po’ capricciosa, si rifiuta di prendere il viaggio nel verso giusto. Poi, all’improvviso, una deviazione. I genitori cercano di trovare una scorciatoia per arrivare prima nella nuova casa e iniziano a percorrere una via poco battuta che sembra anche poco sicura sia a noi che alla piccola protagonista. La musica ci fa riflettere, ci fa avvertire qualcosa di strano. Qualcosa non va. Quella via non porta a nulla di buono.

D’un tratto, un passaggio oscuro costringe la macchina e fermarsi. Tutti scendono dall’auto e di nuovo sia noi spettatori sia Chihiro avvertiamo che il vento che trascina i personaggi verso il passaggio è presagio di qualcosa di inaspettato. Ma alla fine decidono di attraversarlo tutti insieme, con la piccola stretta alla mano della mamma, e si arriva in una piccola città priva di vita, colorata, silenziosa e profumata di cibo delizioso che sembra provenire dai negozi (vuoti) circostanti: un imprinting indimenticabile.

Sorpresi da questa piccola realtà inaspettata, i genitori di Chihiro sembrano ignorare quanto quel luogo abbia sia bizzarro, quasi oscuro o magico, e di certo misterioso. Per i brevi minuti che trascorriamo al fianco della famiglia della nostra protagonista siamo divisi tra il lasciarci inghiottire da quel posto così delizioso e il condividere il timore della ragazzina, preoccupazione che, in effetti, si rivelerà più che motivata.

Queste sono le prime, contrastanti emozioni causate dal luogo che ci accompagnerà e sorprenderà per il resto del nostro viaggio nell’opera di Miyazaki. La città incantata crea uno mondo che fin dalle prime inquadrature si mostra ai nostri occhi incredibilmente ammaliante.

1. “La caduta del velo di Maya” – Cosa nasconde La città incantata

Fin qui sembra tutto molto bello, tutto molto misterioso e facile da digerire anche per le menti dei più piccoli. Ma è proprio nel momento in cui avvertiamo che qualcosa non va che La città incantata si libera del suo aspetto calmo e silenzioso, quasi denudandosi di fronte ai nostri occhi. Proprio per questo ho deciso di intitolare questa sezione “La caduta del velo di Maya”, riferimento a uno dei punti più importanti delle teorie filosofiche di Schopenhauer (che a sua volta riprende un concetto della filosofia orientale). Secondo il concetto espresso da quest’ultimo, il filosofo ha il dovere di vedere ciò che si nasconde dietro l’apparenza, dietro l’illusione. E nella città incantata questo ruolo spetta a noi e alla piccola Chihiro.

All’improvviso la protagonista rimane sola circondata da spiriti (ovvero yōkai, spiriti tradizionali giapponesi), cerca i suoi genitori in preda al panico, ma li trova trasformati in maiali. In questo momento viene mostrata la natura di una pellicola d’animazione come questa, volta a trattare molto di più della semplice storia di una famiglia in viaggio. Chihiro, spaesata e cosciente di non poter più tornare indietro, si trova nella vera città incantata, colma di spiriti, divinità e altre creature di cui non riesce minimamente a comprendere l’origine. Rimane sola in un mondo molto più crudele e spaventoso, almeno in parte e a prima vista, di quello che potrebbe mai essere il mondo degli adulti. Noi, strabiliati, assistiamo alla scena fino a quando Haku, dall’apparente aspetto umano, decide di aiutare la piccola a nascondersi grazie ai suoi poteri.

La città incantata
Haku e Chihiro.

Non capiamo il perché di questo suo gesto all’inizio, ma avvertiamo il suo essere spontaneo. Solo grazie ad Haku riusciamo a capire qualcosa di questo mondo; è lui che avverte la protagonista di essere incappata in un mondo che non le appartiene, un mondo magico in cui potrebbe finire per scomparire e, come apprenderemo più tardi, perdere la propria identità. Una piccola società basata sul lavoro dedito a Yubaba, creatura feroce e potente dall’aspetto femminile a cui Chihiro dovrà chiedere un lavoro, se non vorrà scomparire o essere trasformata in un maialino. Yubaba decide di darle un lavoro privandola momentaneamente della sua identità e dandole il nome di Sen. Tanto, forse troppo, per una mente giovane come la mia quando vidi per la prima volta questo film dello studio Ghibli.

Il resto della pellicola sarà il graduale adattamento, e allo stesso tempo il tentativo di fuga, di Chihiro. Il suo sarà un viaggio estenuante alla scoperta di un posto ben più che lontano dalla sua immaginazione così come dalla nostra; La città incantata in effetti deve molto alla cultura orientale, ben diversa dalla nostra occidentale, il che ci lascia in parte confusi durante una prima visione. Ma forse il bello sta proprio nello scoprire man mano quanto di magico e spirituale ci sia in questa pellicola d’animazione ambientata in un luogo di riposo e ristoro per spiriti e divinità: i bagni termali.

Per Chihiro la città incanta sarà una continua prova di coraggio, una spinta a superare l’incredulità, a dare il meglio di se stessa e a dimostrare la sua natura profondamente buona e innocente.

2. Spiriti curiosi (e dove trovarli) – I personaggi della città incantata

I personaggi del film sono parte fondamentale della creazione di una storia ramificata, volta alla scoperta di un mondo tanto complesso quanto magico attraverso spiriti/creature dalla natura singolare.

Chihiro/Sen: la piccola Chihiro (Sen nel mondo degli spiriti) è la protagonista indiscussa della pellicola, ancora prima di diventarlo del tutto una volta trasformati i suoi genitori. Dal carattere forte, nonostante la sua natura fragile, non solo sarà in grado di rimboccarsi le maniche e di andare incontro a sfide pericolose e sconosciute, ma troverà il buono anche in una (dis)avventura come quella che si è ritrovata a vivere. Modello indiscusso della mia infanzia e tutt’ora attuale nel suo essere audace e pronta a rischiare per aiutare gli altri più che se stessa.

Kohaku/Haku: inizialmente presentato come un coetaneo di Chihiro dai poter incredibili e aiutante della temibile Yubaba, si rivela essere lo spirito del fiume Kohaku caduto nella trappola di Yubaba e immemore della sua vera identità. Inoltre, il suo mettersi costantemente al fianco della protagonista, volendole fin troppo bene fin da subito, ha una spiegazione: in realtà Kohaku ha già incontrato la piccola tanti anni prima. Più precisamente, quando era ancora un fiume aveva salvato Chihiro da un annegamento nelle sue acque, permettendole di sopravvivere. Il legame con la nostra piccola protagonista, anche prima di questa rivelazione, è profondo e immacolato; una sorta di amore platonico che ha tanto da dare allo spettatore.

Senza-Volto: personaggio emblematico, uno di quelli che mi traumatizzò maggiormente da piccola, è uno spirito ritenuto da Yubaba e dagli altri profondamente pericoloso in quanto visto come colui che, essendo senza identità, attinge da quella degli altri. Ma proprio attraverso Chihiro scopriremo quanto la sua vera natura possa essere tutto l’opposto. La piccola mostra attenzione e gentilezza all’ospite inaspettato che in cambio pensa di dover dare qualcosa (pepite d’oro), proprio per convincerla a dedicargli più tempo. Immerso in un mondo carico di avidità e di denaro, Senza-Volto è costretto a essere cattivo, ma con Chihiro, la cui attenzione non richiede alcun ritorno personale, lo spirito può essere se stesso, il che può sembrare un paradosso per un Senza-Volto, ma non lo è).

La città incantata
Senza-Volto e Chihiro.

Yubaba: sicuramente una delle cattive da temere maggiormente nella storia dell’animazione (o forse è sempre la me bambina che parla). Padrona dei bagni termali e di tutti coloro che ci lavorano, basa la sua intera esistenza sull’esigere efficienza e totale dedizione al lavoro. Minaccia chiunque, tiene tutti in un pugno con il solo sguardo ed è sicuramente una delle creature più potenti di tutto il film. L’opposto rispetto alla sua sorella gemella Zeniba, uguale nell’aspetto, ma non nella natura, che vive in modo semplice in una piccola casetta nel mezzo del nulla e che detesta la crudeltà e l’avidità di sua sorella.

3. Conlusione – Perché La città incantata è un capolavoro

La pellicola di Miyazaki, come abbiamo appena visto, ha veramente fin troppo da dare a noi spettatori. Ma non è questo il punto del suo essere un capolavoro: non è il semplice fatto che riesca a trasmetterci così tanto a renderlo tale, bensì il modo in cui riesce a trasmetterlo.

Con un’eleganza mai vista prima, La città incantata sa creare un mondo intricato, ma perfettamente funzionante da un punto di vista narrativo e, non da meno, emotivo. Riesce a unire perfettamente la tradizione giapponese, parte cruciale di tutta la trama, con emozioni semplici, naturali e spontanee, al fianco di temi non da poco come l’importanza della propria identità, della tradizione, della gentilezza verso il prossimo.

Da recuperare se non lo avete mai visto, da rivedere nel caso lo abbiate già fatto.

La città incantata