Journey è un gioco d’avventura dai toni dolci e silenziosi tipici degli indie. Prodotto da Thatgamecompany, è arrivato su PS3 nel 2012 e su PS4 nel 2015. Attualmente è gratuito su Playstation Network e lo rimarrà fino al 6 maggio, grazie alla campagna Play At Home. Vi consiglio fortemente di cogliere l’occasione e scaricarlo, ancora prima di spiegarvi le motivazioni che mi spingono a parlarne più che bene nel resto dell’articolo.

Una piccola introduzione

Approcciarmi a Journey è stato fin da subito emozionante, fin dal momento in cui ho scelto di recuperarlo. L’idea di viaggio che nasce dal titolo stesso mi incuriosiva, avevo voglia di giocare qualcosa di introspettivo, di provare un videogioco semplice nel gameplay e complesso nell’interpretazione del suo significato. Ma, allo stesso tempo, speravo di trovare qualcosa che fosse capace di scatenare in me emozioni genuine e spontanee osservando le immagini sullo schermo.

Era questo che stavo disperatamente cercando in un momento tanto difficile e isolante come quello che stiamo vivendo: un videogioco all’insegna del pensiero silenzioso, qualcosa da definire nel corso della propria avventura, qualcosa di più intimo di quanto si possa pensare a un primo impatto. Journey ha saputo perfettamente come venire incontro a questa mia necessità.

Ciò che mi lega (o meglio, ci lega) a titoli come Journey, ma non solo, è l’intera esperienza artistica che si muove sinuosamente con essi: l’insieme di immagini, colori, suoni, storie più o meno esplicite, atmosfere che rimangono indimenticabili. Journey sa essere tutto questo, divorando il giocatore in una run senza sosta, seppur comunque di breve durata.

Journey

L’esperienza di Journey

Il giocatore viene catapultato immediatamente in un deserto che sembra immenso e capace di inglobare al suo interno il nostro piccolo protagonista. La sabbia, dall’aspetto incredibilmente affascinante, brilla maestosa intorno a noi, ed è questo il primo impatto con l’ambientazione del gioco. Non sono riuscita a non notare subito come Journey proponga immediatamente l’immagine di una piccola figura smarrita e indifesa, di statura molto inferiore rispetto al territorio che la circonda; la differenza di dimensioni è da subito ben evidente per quanto riguarda l’altezza del protagonista rispetto alle immense montagne di sabbia o alle costruzioni circostanti. In effetti, saranno proprio le altezze, e la difficoltà del nostro protagonista nel superarle, a diventare elemento fondamentale di un gameplay piuttosto semplice ed intuitivo: il tutto ruota intorno a due tasti e alla possibilità di muoversi e guardarsi intorno, nulla di più. Eppure, nella sua semplicità, Journey ne esce vincente.

Si comprende fin da subito che la meta principale è l’enorme montagna che vediamo in lontananza. Ma, a livello di trama, nulla di più viene trattato chiaramente dal videogioco, se non grazie ai monumenti sparsi nel deserto che verranno attivati grazie al canto dell’omino. Il viaggio comincia silenzioso, ma non del tutto. Le parole, almeno per come le intendiamo noi, non esistono in questo mondo. Ciò che rimane sono la splendida musica che ci accompagnerà nella nostra scoperta e il canto del piccolo omino incappucciato che attira delle misteriose creature di stoffa, capaci di far attivare e ricaricare il drappo posteriore dell’abito per far volare il protagonista e fargli sconfiggere le altezze. I luoghi intorno all’omino cambiano in fretta anche a livello cromatico, così come i vari climi che si manifesteranno nel corso dell’avventura. I monumenti e le figure bianche incappucciate che appaiono alla fine di ogni ambiente sembrano narrare la storia di una tribù, di creature maestose, di magie senza tempo. Il protagonista vive un’esperienza di difficoltà crescente, e noi con lui.

Journey

Conclusione

Un titolo come Journey vale la pena di essere vissuto, anche più volte. Ciò che so dirvi con certezza è che saprà emozionarvi. Al di là della curiosità immensa di cogliere anche un unico, piccolo particolare all’interno del suo mondo, ciò che sa veramente rapire il videogiocatore è la capacità di rappresentare il viaggio nel senso più universale possibile. Ognuno saprà vedere una parte di se stesso in Journey nell’essere spaesati di fronte ad un mondo da esplorare (reale o immaginario che sia), nell’essere alla ricerca di qualcosa con tutte le sue forze, nel combattere contro la fatica, contro il dolore, contro ogni avversità.

E su qualcosa di tanto umano, nel senso più profondo del termine, non mi rimane altro da aggiungere.