Recentemente Disney ha rilasciato il remake del classico animato Mulan e, dopo aver rimpianto i soldi spesi per guardarlo, mi sono reso conto che tradisce completamente lo spirito del predecessore per diverse ragioni (e sì, qui includo l’adorabile draghetto Mushu), tra le quali spicca per importanza la completa soppressione del viaggio dell’eroe.

Mulan, 1998 Mulan, 2020

Questo concetto è stato coniato da Joseph Campbell nel 1949 all’interno del saggio L’eroe dai mille volti”, dove, dopo aver esaminato storie e racconti mitologici provenienti dalle più diverse zone del mondo, l’autore sostiene di essere riuscito a isolare le componenti fondamentali nella creazione di un eroe. Ciò non vuol dire che, nonostante gli sforzi dell’autore, questo viaggio da lui teorizzato si applichi perfettamente a qualsiasi storia mai scritta, ma può essere un eccellente strumento di analisi, in modo da apprezzare ancora di più un racconto gettando luce su alcune componenti della storia che si erano trascurate al primo impatto.

Tale concetto, col passare degli anni, è stato man mano modificato da diversi autori che lo hanno reso più snello e inclusivo, concordando sul fatto che la maggior parte delle storie segue alcune delle componenti del viaggio dell’eroe, senza però essere costretta a seguirle alla lettera.

Il remake di Mulan, similmente ad altre recenti produzioni Disney come Capitan Marvel e la nuova trilogia di Star Wars, segue solo parzialmente questa struttura, il che la rende una storia di senso compiuto, certo, ma con alcune innegabili falle, che andrò a illustrare.

Una storia tipica comincia da una fase di normalità che viene stravolta da una chiamata all’avventura, portata da un mentore o un pericolo imminente, alla quale l’eroe può negarsi (in questo caso incorrendo in tragedie personali o non che lo fanno ricredere) o unirsi spontaneamente alla causa. Attraversato il confine della normalità l’eroe si trova quindi sbalzato nel mondo dell’avventura, dove affronta prove fisiche e mentali (traumi, epifanie, etc.) che lo fanno crescere e trovare alleati mentre cerca la soluzione al problema che lo ha spinto lontano da casa. Al termine di questa fase ci si avvia con i propri compagni allo scontro finale (che potrebbe essere assente in base alla tipologia di storia), al termine del quale l’eroe fa ritorno, cambiato dagli avvenimenti, alla normalità della sua casa.

viaggio dell'eroe illustrato
In breve, il viaggio dell’eroe

Ora, se guardiamo il film d’animazione del 1998 è evidente che tutti i passaggi risultano al loro posto: Mulan è una ragazza normale che vive nel suo normale villaggio, la cui serenità viene spezzata dal rischio di invasione unna e dall’ordine imperiale di coscrizione. L’eroina e alcuni aiutanti decidono di camuffarsi, sebbene consci dei rischi, per evitare al padre il fatale arruolamento ed entrano nel mondo militare dove, affrontando prove fisiche e sconfiggendo i suoi dubbi, la protagonista si guadagna il rispetto e l’amicizia dei commilitoni, avviandosi allo scontro finale dopo un momento di estremo stress emotivo, vincendo e tornando a casa cambiata profondamente.

La pellicola recente invece inizia separando la normalità del mondo da quella della straordinaria protagonista, che già da infante sembra un soldato (o comunque un’artista marziale) impeccabile, allenata da suo padre. Da qui si passa a una brusca costrizione alla normalità da parte dei genitori che, di punto in bianco, decidono che Mulan deve comportarsi da donna e sposarsi proprio poco prima della chiamata all’avventura costituita dall’ordine imperiale. Qui nasce un notevole problema, come potrete ben capire, poiché lo stravolgimento della pace è solo esterno: la protagonista, in queste circostanze straordinarie, si trova a tornare alla sua normalità di guerriera perfetta, ben esplicitata dall’incredibile rapidità e fermezza della sua decisione di arruolarsi, la stessa decisione che era costata alla Mulan del 1998 tanto coraggio.

Mulan Armatura
La vestizione stessa è una delusione: in un singolo cambio di scena la vediamo perfettamente cambiata. E l’armatura del padre calza a pennello!

Da qui non si ha tanto un’entrata nel mondo dell’avventura quanto un rientro in un mondo lineare, dove le prove fisiche e mentali non sono che affermazioni del proprio io, poiché non richiedono impegno da parte dell’eroina, che viene redarguita soltanto perché pecca di modestia limitando le sue forze. Da qui nasce un altro problema, quello dei commilitoni: se nell’originale la protagonista dà prova di impegno e coraggio tanto da piegare lo scetticismo dei suoi stoici compagni, nel remake non ha bisogno di guadagnarsi la loro stima, ma la possiede già dall’inizio; ne consegue che tali personaggi passano da aiutanti dalla personalità definita ed indipendente dall’eroina a (perdonate l’inglesismo) hypemen, dipendenti in tutto e per tutto dalla superiore protagonista, il cui unico compito è di sottolineare a pieni polmoni quanto la protagonista in questione sia più abile di loro e degli altri uomini.

A causa di questo sbilanciamento anche lo stress emotivo prima dello scontro finale perde di significato: la Mulan del 2020 non ha dubbi né teme per la sua famiglia o per lei; lei sa di essere più in gamba di tutto l’esercito e va con trasporto a confrontarsi con il villain, per poi tornare a casa con l’elogio dell’imperatore ancora nelle orecchie in un rientro che, in questo caso, ha poco senso a causa della natura straordinaria della protagonista.

Mushu vs. Mulan
Mushu riassume il remake di Mulan

La differenza di base, quella della straordinarietà della protagonista, qualcuno potrebbe dire che sia un ostacolo per la narrativa, che era impossibile una storia simile con simili preamboli. Mi permetto quindi di citare alcuni titoli che hanno tratto da situazioni iniziali simili una narrativa più che soddisfacente.

Iniziamo prendendo in esame il film del 2017 Wonder Woman: in questo caso la protagonista è sì speciale, ma vive anche in un mondo speciale, e fa coincidere col varcare il confine l’entrata nel mondo che, sebbene a noi sembri normale, lei ritiene straordinario. Ne consegue un rientro in carreggiata della narrativa, con una Diana Prince che cerca di affermarsi come paladina della giustizia in un mondo che man mano sente come suo dopo aver dovuto superare importanti prove emotive che la segnano e che la spingono a rifiutare il rientro in cambio della sua permanenza in questo mondo bisognoso del suo aiuto.

Se si vuole invece esplorare un distacco iniziale tra stato dell’eroe e stato dell’ambientazione può venire subito alla mente Superman, che sceglie la normalità a scapito della sua natura per vivere una vita tranquilla assieme alle persone a cui tiene e affrontando le sue prove in modo duplice: sia come supereroe sia come umano.

Una visione drasticamente diversa degli stessi preamboli narrativi si ha in One-punch Man di One, dove il protagonista è chiaramente superiore a tutto e tutti, ma solo fisicamente. Le prove in questo caso non sono più fisiche (anche perché, come da titolo, quasi tutte le sue battaglie terminano dopo un suo singolo pugno), ma strettamente psicologiche: l’eroe infatti deve fare i conti costantemente col senso di vuoto che lo attanaglia e che lo priva di ogni soddisfazione nella vita quotidiana, resa ancora più difficile a causa di questa sua condizione straordinaria che lo pone su un piano diverso rispetto alla persona normale, con la quale riesce a fraternizzare solo a costo di grandi sforzi.

E voi cosa ne pensate? Vi vengono in mente altri film, fumetti o romanzi che hanno fatto scelte narrative che vi hanno deluso? Parliamone qui nei commenti!