Ancor prima di arrivare alla sua terza e ultima stagione, pubblicata ancora da Netflix, Dark si è imposta come una delle serie televisive più memorabili di tutti i tempi, per la sua straordinaria capacità di trattare temi sociali, etici e scientifici incredibilmente complessi e allo stesso modo riuscire a reggere, dall’inizio alla fine, le fila di un racconto che ha pochi eguali nella storia del piccolo schermo. Lo show creato da Baran bo Odar e dalla scrittrice e sceneggiatrice Jantje Friese (i due sono compagni sul lavoro e nella vita) si è dimostrato, nel corso dei passati tre anni, capace di ergersi al di sopra di ogni altro nel suo genere, imbastendo e gestendo in maniera sopraffina una rete complessa di rapporti tra un cast di proporzioni bibliche, mantenendo allo stesso tempo una coerenza narrativa a dir poco unica. Per questi motivi ci è sembrato ingeneroso limitarci all’analisi della terza stagione, pubblicata da pochi giorni su Netflix; abbiamo quindi deciso di lanciarci anche nel rewatch delle altre due, risalenti al 2017 e al 2019, per parlarvi della punta di diamante del catalogo Originals nella sua interezza e in maniera più compiuta.

Dark, come gli appassionati ormai ben sapranno, è ambientata nella cittadina di Winden, un’immaginario, piccolo paese nel bel mezzo delle foreste della Germania, e racconta una “storia” (se così si può definirla) che abbraccia diversi archi temporali, spalmati nel corso di oltre un secolo e mezzo, riguardanti un cast corale di personaggi dai destini indissolubilmente intrecciati fra loro. Le storie di quattro famiglie, i Kahnwald, i Nielsen, i Doppler e i Tiedemann, sembrano accomunate dallo stesso, drammatico destino, di cui ogni soggetto rappresenta un tassello, minuziosamente incasellato in un puzzle che, come vi accorgerete voi stessi andando avanti, episodio dopo episodio (sono 26 in totale) è completamente fuori di testa per scala e profondità.

La trama di Dark, della quale ovviamente vi diremo il meno possibile per evitare di incorrere in possibili spoiler, è tutto l’opposto della filosofia latina dell’”hic et nunc”, che, traslata in un concetto comprensibile per l’oggetto che stiamo prendendo in esame, dovrebbe implicare che un determinato evento trovi la sua spiegazione e compiutezza nel medesimo istante in cui si svolge, senza ulteriori procrastinazioni. Ecco, qui è il contrario: per avere chiaro ogni pezzo e ricondurre ogni cosa alla sua “origine” (tema molto caro agli autori, come vedremo) dovrete faticare non poco e lavorare tantissimo di logica anche quando, confusi e al tempo stesso incantati, avrete spento la TV per l’ennesima volta.

Tutte e tre le stagioni sono costruite avendo in mente un’unica ambientazione e un “set” di personaggi e di storie ben precisi: all’esterno di Winden, in effetti, non sembra accadere quasi nulla, come se tutto ciò che ruota attorno alla centrale nucleare, che vi è stata costruita negli anni ‘50, fosse mai come ora di importanza polarizzante per la storia che ci viene raccontata. La centrale è lo specchio perfetto per mettere in scena uno dei temi portanti della serie: la marcata denuncia di stampo ecologista al progresso umano, spesso raggiunto dovendo avere a che fare con terribili effetti collaterali, che si manifestano sia nel particolare (il cancro che colpisce uno dei personaggi) sia nel quadro generale. Ma, come scoprirete ben presto, il deus ex machina che porta avanti l’intreccio non è tanto qualcosa di esterno e lontano, come può essere la minaccia di una catastrofe incombente, ma un seme interno ad ognuno dei protagonisti della vicenda, che li connette tutti fra loro e rimane semisepolto, in attesa di sbocciare, scena dopo scena, episodio dopo episodio, stagione dopo stagione.

Il concetto che sembra legare tutto quanto e “racchiude” un po’ tutti gli altri, in Dark, è il tempo. La serie affronta di petto il tema dei viaggi temporali, e lo fa in un modo che non crediamo di aver mai visto in nessun’altra opera di fantasia partorita dall’uomo, non sul piccolo schermo, almeno. E’ un’affermazione un po’ forte, ma per giustificarla basta prendere in esame il modo in cui il racconto riesce pian piano a legare ogni cosa, sbrogliando tutti i nodi con incredibile dovizia di particolari e senza nemmeno considerare l’inusitata eleganza dei salti tra un’epoca e l’altra, talmente ben contestualizzati da essere quasi “invisibili”, oltre che non immediatamente comprensibili; ricondurre quanto si sta vedendo su schermo al suo effettivo periodo storico e a un momento specifico della trama non è mai facile – anzi, è la principale sfida che Dark vi mette davanti – ma quando riuscirete a farlo senza farvi venire un mal di testa, capacità assimilabile al “vedere il codice” in Matrix, allora proverete una soddisfazione inimmaginabile, e inizierete anche voi a comprendere quale magia si cela dietro a ogni scelta narrativa, quale sottile filo conduttore lega quel personaggio a quell’altro in modi spesso assolutamente impensabili.

Il tempo, in Dark, non ha un’origine e una conclusione ben precise, ma anzi si lega a doppio filo a quanto accade ai personaggi stessi, che, con le loro azioni, sembrano quasi delineare il profilo di un’eternità immutabile, sospesa nell’attimo che divide l’inizio dalla fine. La serie, come poi vedrete, è capace in ogni suo episodio di mettere in discussione pressoché tutte le certezze acquisite in quello precedente, decodificando determinate informazioni in maniera sempre diversa e sotto una luce nuova in funzione del periodo e del personaggio (o gruppo di personaggi) in esame, seguendo una filosofia accomunabile al pensiero di diversi scienziati e pensatori del XX e del XXI secolo: tra questi, oltre agli ovvi riferimenti a Max Planck e Stephen Hawking, è degno di nota l’italiano Carlo Rovelli, sostenitore dell’unione fra la fisica quantistica e la relatività generale come “soluzione” al problema della gravità, la cui definizione esatta è stata cercata per decenni (e continua ad esserlo) dagli studiosi di tutto il mondo. Per Rovelli, in poche parole, il tempo presente non esiste, o meglio, è frutto della continua correlazione fra il passato e il futuro, ed è proprio su quest’assunto che la caratterizzazione generale di Dark basa uno dei suoi perni fondamentali.

I maggiori esempi pratici, neanche a dirlo, si ritrovano nel modo (perfetto) in cui sono tratteggiate le quattro famiglie protagoniste della storia. La famiglia Doppler viene inquadrata quasi subito come quella che, nel corso delle varie epoche, è capace di rimanere una “costante” nelle vite degli altri personaggi, cambiando al contempo in varie “sfumature”, un po’ come avviene all’omonimo effetto acustico che le dà il nome (ma non a seconda della distanza, bensì del tempo); i Kahnwald sembrano essere la “causa” di tutto, la forza motrice degli avvenimenti; i Nielsen ne rappresentano il fulcro, il “grembo” narrativo; i Tiedemann, infine, legano un po’ tutti gli altri e portano sulle loro spalle la responsabilità della chiusura finale del cerchio.

I destini dei personaggi, però, non sono legati solo a quelli delle proprie famiglie, e spesso la loro caratterizzazione – ne sono esempi Jonas Kahnwald e Martha Nielsen, che alla lunga emergono come “veri” protagonisti – risplende di luce propria, facendolo tra l’altro molto bene. Si ha sempre la sensazione – sensazione che poi diventa una conferma – che i piccoli gesti di ognuno siano capaci, in qualche modo, di influenzare l’esistenza di tutti gli altri, sintomo, questo, di ottima scrittura e gestione dell’intreccio. E se, in una qualsiasi altra serie, dire una cosa del genere potrebbe sembrare solo un banale riferimento allo sviluppo di un legame tra due persone, in Dark una simile affermazione, presto o tardi, trova implicazioni di ogni tipo e in ogni campo dell’ingegno umano.

Quella messa in scena, per essere ancor più chiari, non è “solo” una storia di vite umane, riconducibile alla banalità di un abbraccio o di un gioco di sguardi: al contrario, riesce ad essere un insieme perfetto di tanti temi diversi, dalla socialità alla scienza, dalla semplice ingegneria allo studio della materia oscura, passando per esoterismo e religione, le quali, per fortuna, rimangono sempre sullo sfondo e non assurgono mai a facili scappatoie per spiegare questo o quell’avvenimento. Nel corso dei suoi sviluppi, tra una stagione e l’altra, la storia va ben oltre il semplice concetto di tempo inteso come qualcosa di “lineare” e più o meno influenzabile: in questo caso, però, trattandosi di un’evoluzione narrativa che procedono di pari passo con il contesto generale, preferiamo fermarci qui, anche per lasciarvi la possibilità di apprezzare tutto quanto senza alcun riferimento a livello di trama.

In senso generale, la fantascienza dipinta in Dark è una delle meno “fanta” e più “scienza” che ci sia capitato di vedere in tempi recenti: anche Interstellar, il recente kolossal spaziale di Christopher Nolan, tende – specie sul finale – a semplificare un po’ troppo certi argomenti, anche in funzione di una narrativa obbligata ad esaurirsi entro lo spazio di due/tre ore. Dark, al contrario, non semplifica (quasi) mai, anzi, rilancia costantemente, in una continua sfida con lo spettatore, che lo show tende a non porre mai nella condizione più agevole per poter comprendere tutto al primo sguardo. L’alone di mistero che circonda tutto quanto non viene dissipato facilmente, se non alla fine: come una sorta di prestigiatore, bo Odar è bravissimo a tenere nascoste tutte le carte fino all’ultimo momento, lasciando di stucco nel momento in cui si arriva a determinati snodi, spesso volutamente enfatizzati e cruciali per la trama.

A un certo punto ci si comincia ad abituare a questo stile fatto di un plot twist dopo l’altro, tanto da considerarli quasi normali nell’economia del racconto e rimanere sbigottiti quando invece si torna alla “normalità”, per esempio accorgendosi della triste ed eterna solitudine a cui è condannato un padre di famiglia infedele, del rimprovero di una madre al figlio, dell’amore sbocciato tra due coetanei, del tragico destino a cui altri vanno incontro. Quali che siano, questi eventi hanno sempre un senso, una giustificazione, ma soprattutto un “inizio” e una “fine”, mostrati anche a distanza di parecchi episodi, che li incastonano come gemme in un “tutto” che, come un orologio che scandisce il tempo stesso, non può funzionare senza ogni suo più piccolo ingranaggio.

A livello tecnico, la serie sembra quasi costruita per acuire la persistente sensazione di perfezione a livello formale, propria dell’immutabilità del tempo che essa stessa racconta e sviscera da tutte le angolazioni. Elementi come regia e montaggio, per esempio, sono superlativi, e riescono nell’impresa di acuire ulteriormente il senso di “disconnessione” tra una scena e l’altra e nel mezzo di ogni salto temporale, annullandolo invece del tutto nel momento in cui si riesce a ricomporre il quadro d’insieme generale, grazie a diversi tocchi di stile e collegamenti di trama, che danno vita al più classico dei déjà-vu, riproposti tra le varie stagioni. Il casting, poi, azzeccatissimo – i responsabili avranno passato un numero incalcolabile di notti insonni – permette a uno spettatore attento di collegare fra loro due o più indizi visivi – l’identità di una persona più anziana o più giovane, le relazioni fra le stesse, il significato di certi simbolismi – in maniera pressoché istantanea.

A proposito di aspetti estetici, anche qui Dark non ne sbaglia una, rimanendo impeccabile dal primo all’ultimo episodio in termini di fotografia, allestimento, studio e composizione della scena, e rendendo ogni singolo frame una vera e propria opera d’arte, anche grazie ad effetti speciali tutto sommato adeguati al livello produttivo e a una post-produzione curatissima. Per non parlare, poi, della colonna sonora, composta e assemblata in maniera magistrale da Ben Frost, con alcuni brani su licenza, primo fra tutti il title theme “Goodbye” del musicista tedesco Apparat, talmente azzeccato – anche a posteriori – che, almeno nel caso del sottoscritto, ha fatto sì che la classica intro coi titoli di testa non venisse mai saltata. Sarò romantico, ma Dark è riuscita a rapirmi dall’inizio alla fine, senza lasciarmi mai, e, in un’epoca in cui si tende troppo spesso a bruciare ogni contenuto – sia esso un libro, un videogioco, un film – senza mai capirlo davvero, non posso che dargliene atto.

PRO CONTRO
  • Sceneggiatura incredibile e complessa, capace di dare enormi soddisfazioni quando compresa appieno
  • La trama si destreggia in maniera impeccabile tra diversi temi complicatissimi
  • Esteticamente meraviglioso in ogni scena ed ogni singolo frame
  • Ritmo impeccabile che vi costringerà al binge-watching
  • L’interpretazione di alcuni attori secondari non è sempre perfetta

Conclusione
Dark
10
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Nato nello scorso millennio con una console fra le mani e rimasto confinato per molti anni nel mondo distopico della Los Angeles del 2019, ne è infine venuto fuori per divulgare al mondo intero le sue più grandi passioni: il videogioco in tutte le sue forme, il cinema (quello vero) e Dylan Dog.