“These violent delights have violent ends”

Ormai è sempre più chiaro che l’emittente televisiva HBO abbia intenzione di trovare un sostituto della sua saga di successo planetario Game of Thrones. La rotta di quest’ultima è sempre più vicina al termine. In Westworld hanno trovato quel sostituto, creato dalle brillanti menti di Jonathan Nolan (il fratello del beneamato Christopher) e Lisa Joy, sorvegliati dalle esperte mani di J. J. Abrams e Bryan Burk come produttori esecutivi.
La prima stagione si è ormai conclusa, lo scorso 4 Dicembre, con un season-finale davvero mozzafiato dalla durata di ben 90 minuti che ha chiuso tutte le storyline presentate nei vari episodi.

Perché Westworld rappresenta un evento particolare? Perché si tratta di una serie tv che è stata in grado di tenere incollati gli spettatori grazie a teorie, ipotesi e brainstorming vari che si andavano a creare nelle loro menti. Si può benissimo definire come un puzzle-serial. I puzzle-movie, come Le Iene (Reservoir Dogs) o Pulp Fiction di Quentin Tarantino, sono quei film la cui trama lineare viene scomposta in modo che alla fine stia allo spettatore riuscire a ricomporla grazie a degli indizi offerti durante la durata del medium. La HBO è stata in grado di offrirci un prodotto del genere diviso in 10 episodi. Lo scambio di idee, ipotesi e speculazioni su come determinati eventi hanno rivoltato la storia e su come si potrebbero andare a risolvere… è dai tempi di Lost che non si vedeva un fenomeno del genere su così larga scala.

Il seguente articolo potrebbe contenere degli spoiler, proseguire la lettura con discrezione.

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Prendendo come spunto iniziale il film del 1973 “Il Mondo dei Robot” (Westworld), la serie costruisce attorno un’intricata storia composta da molteplici storyline che alla fine trovano tutte la conclusione nel season-finale. Il punto forte di questa serie è la struttura e l’alone di mistero onnipresente misto alla tensione che ci deliziano come le scene, sopratutto nei primi episodi, con Ed Harris e il suo fantomatico Uomo in Nero (che riprende nell’aspetto l’iconico pistolero di Yul Brynner del film originale). Una delle prime teorie che nacquero sul web, rivelatasi poi vera, riguardava la possibilità che la serie ci stesse mostrando eventi accaduti in più linee temporali. Si tratta di una mossa particolarmente eccellente. Moltissime sono le serie al giorno d’oggi dove dopo un episodio in cui è presente un plot twist, segue un intero episodio (se non due) dedito interamente alla narrazione di eventi accaduti tempo prima che vanno a spiegare le origini del plot twist. Westworld ha fatto una mossa molto intelligente evitando questo escamotage, mostrandoci contemporaneamente passato e presente con congiunzioni temporali quasi impercettibili. Dolores (Evan Rachel Wood) è la chiave delle timeline, ma il passaggio tra presente e passato avviene in maniera quasi impercettibile allo spettatore medio. Questo è un altro elemento a favore del mistero. Dei tanti misteri, per meglio dire. Qual’è la vera identità dell’Uomo in Nero? Chi era Arnold? Cos’è il labirinto? In cosa consiste la narrativa segreta di Ford? Perché i due tecnici che aiutano Maeve sono così idioti? Molte domande, una gran quantità di quesiti che però alla fine della stagione trovano tutte una risposta. C’era il rischio enorme, come possibile per serie che hanno tali premesse, che alla fine ci sarebbero potuti essere dei buchi di trama o che qualcosa venisse lasciato così al caso. Beh, non è così. Tutto torna e anzi, il finale ci pone di fronte a nuovi interrogativi che, forse, vedremo solo nel 2018 con la seconda stagione.

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I due capisaldi del cast sono Sir Anthony Hopkins e Ed Harris. Il primo però ha avuto più momenti per dimostrale la sua magistrale bravura. Indimenticabile il finale della 1×07 ed il suo glaciale discorso sull’intelletto umano paragonato all’effimera bellezza di un pavone. Per adesso non c’è ancora stata alcuna nomination destinata a lui: la maggior parte si focalizzano su Evan Rachel Wood. I due suddetti, tuttavia, rappresentano i personaggi più memorabili della serie. Moltissime delle teorie e supposizioni giravano attorno a loro. Androidi o umani? Buoni o cattivi?
La storia di William ha rappresentato un fulcro su cui la serie è andata avanti. Ci ha mostrato sin dall’inizio il parco attraverso i suoi occhi, rivelandosi poi soltanto come un peccaminoso gioco in cui sono i visitatori del parco a partecipare secondo le regole che vogliono loro. Il personaggio di William infatti subisce un’evoluzione dovuta alla delusione più naturale del parco: Westworld è una bugia. Una fuga dalla realtà dove le persone possono essere ciò che desiderano e fare qualsiasi cosa passi loro per la mente, ma non è meglio della vita reale. Proprio perché non è reale. Spesso infatti vengono fatti parallelismi tra realtà e finzione, entità superiori (i creatori del parco) e sottomessi (le Attrazioni). Una tematica ricorrente è infatti il crollo della mente bicamerale e il centramento della coscienza. Simbolica è la scena in cui Ford pone di fronte a Dolores il dipinto “Dio crea Adamo“, spiegandole che un dono divino non proviene da un’intervento superiore, ma dalla nostra mente.

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Al giorno d’oggi, purtroppo, serie televisive di questo calibro, con un budget simile e produzione importante, non vengono ideate per potersi gettare nella fantascienza. Eccetto Game of Thrones, la maggior parte di queste serie trattano situazioni molto più realistiche e plausibili nella vita reale  oppure narrano eventi ambientati nel passato (vedi la ormai cancellata Vinyl, sempre targata HBO, oppure Fargo). “L’Ultima Frontiera” ormai non riscuote più un’interesse enorme come negli anni ’70, ’80 e ’90. Siamo in un periodo storico in cui la fantascienza non viene più vista come prima, anzi a causa delle troppe stupidaggini prodotte ultimamente, c’è sempre un aura di pregiudizio. Westworld per fortuna non tradisce le aspettative. Ci mette qualche puntata a partire, ma quando decolla va’ davvero verso l’Ultima Frontiera.

Un ringraziamento speciale alla pagina Westworld Italia.