Impresa piuttosto interessante, quella intrapresa da Martin Scorsese, Mick Jagger (mica l’ultimo degli scemi per l’argomento), Rich Cohen e Terence Winter: creare una serie televisiva che raccontasse dell’ascesa della musica rock negli anni ’70, pur narrando l’intera condizione musicale e sociale dell’epoca. Prodotta dalla HBO, Vinyl è una serie che nonostante il vasto argomento riesce ad essere un prodotto piuttosto godibile anche grazie a trucchetti molto sfiziosi, ma senza riuscire a mantenere un ritmo stabile.

Ovviamente per raccontare al meglio cosa portava l’evoluzione musicale dell’epoca hanno puntato a raccontare una storia dal punto di vista dei “dietro le quinte” della scena: una casa discografica in via di fallimento. Protagonista della vicenda è Richie Finestra, interpretato da Bobby Cannavale, attore di origini italiane non nuovo della HBO (l’abbiamo visto nella terza stagione di Boardwalk Empire). A capo della casa discografica “Amercan Century”, Finestra è un personaggio piuttosto statico. Dedito all’alcolismo e all’uso di droghe, sin dall’episodio pilota lui porta un fardello sulle sue spalle dovuto all’assassinio di un uomo. Ciò però serve per gettare basi un po’ più interessanti a quella che altrimenti sarebbe una trama poco consistente. Il fatto che di conseguenza vengano immischiati polizia e mafia rende il tutto un intreccio che ci porta a provare ansia e preoccupazione per il nostro protagonista, ma il fatto che in secondo luogo lui non riesca ad uscire da questo circolo vizioso formato da fiumi di alcol e droga a tal punto da trascurare moglie (Olivia Wilde) e figli, l’interesse da parte nostra va poi ad indirizzarsi verso altri personaggi. Verso metà stagione sembra che Finestra si stia riprendendo, abbandonando la sua dipendenza per evitare di fare casini, ma solo per poi rientrarci a causa dell’assenza di autocontrollo, andando a causare più danni alla sua società che tutti i suoi colleghi messi insieme.

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La “American Century” con i suoi dipendenti

Si potrebbe considerare Richie Finestra una sorta di anti-eroe? Forse. Certo, i veri eroi sono i suoi colleghi di lavoro che riescono a stargli dietro nonostante tutto. Alcuni di questi non vengono approfonditi più di tanto, ma probabilmente quello interpretato dalla britannica Juno Temple è il personaggio il cui passato viene esplorato in maniera più graduale e viene messo in mezzo a due mondi che non riesce a tenere insieme (la sua famiglia d’origine alto borghese e la gente con cui lavora). Dall’altra parte invece abbiamo il personaggio interpretato da Ato Essandoh, un ex blues-man nero che a causa della sua voce danneggiata non può più esibirsi. Lui rappresenta un’altra sfaccettatura nello scenario musicale: gli artisti precipitati subito dopo aver spiccato il volo. Protagonista infatti di una delle scene più toccanti dell’intera stagione, la scena lo vede diviso tra i ricordi e la cruda realtà.

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Lester Grimes (Ato Essandoh) all’inizio dell’onirica sequenza

Per far risorgere la società dalla sua drastica posizione, a tutti viene affidato l’incarico di trovare nuove band, nuovi talenti con un sound mai sentito prima per poterli lanciare sul mercato. Grazie a questo spunto di trama la serie inserisce negli episodi artisti e protagonisti della scena musicale nel pieno della loro carriera (e altri nel pieno decadimento). Ad esempio, vediamo David Bowie (interpretato da Noah Bean) durante un soundcheck, vediamo Alice Cooper (Dustin Ingram) nel decollo della sua carriera ma poi vediamo anche il Re Elvis Presley alle prese con il suo tramonto. E i trucchetti sfizosi sopracitati riguardano proprio un aspetto legato a quest’argomento: in ogni puntata le scene sono staccate da dei brevissimi estratti di canzoni dell’epoca, con una esibizione scenica molto bella con i cantanti e musicisti stessi rappresentati da degli attori. Queste digressioni sono cinematograficamente interessanti a livello di fotografia e a livello scenico. Un po’ un fiore all’occhiello, se vogliamo.

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Un Andy Warhol nel fiore della sua carriera, amico di Devon Finestra (Olivia Wilde)

Per tutto l’arco della prima stagione, però, la serie vede protagonista i Nasty Beats, una punk rock band fittizia che viene presa sotto l’ala della “American Century” per il piano di recupero di Richie Finestra. Grazie ai suoi membri vediamo come sbocciare nella scena del rock è sempre stato relativamente complicato sin da subito, soprattutto in quegli anni in cui il suddetto genere musicale era nel pieno del suo sbocciare. Grazie ai Nasty Beats vediamo anche due generazioni a confronto: gli adulti cresciuti con il rock ‘n’ roll e con i propri artisti e i giovani che covano rabbia nel profondo, come lo stesso Lester Grimes nota nella penultima puntata. In questo la serie riesce in pieno, tuttavia ciò non implica che i membri dei Nasty Beats siano così appetibili: solo il leader trasuda antipatia da tutti i pori perché ci viene presentato come un ragazzo indeciso e a tratti ignorante che desidera avere successo, ma non curandosi di come.

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Concludendo, Vinyl è una serie che più che intenzionata a raccontare una storia è interessata ad essere una sorta di testimonianza della nascita del rock, del panorama musicale d’innanzi a tale cambiamento e le sue conseguenze. L’idea iniziale sulla carta è molto interessante, ma ciò nonostante non tutte le puntate mantengono un ritmo incalzante e ogni tanto viene spontaneo chiedersi “Ok, ma dove vuole arrivare questa serie?” senza ricevere una vera e propria risposta dal finale di stagione. La HBO ha tuttavia già annunciato una seconda stagione, sperando che porti sviluppi più interessanti, mantenendo gli aspetti interessanti di questa prima.