Lasciate ogni credenza, oh voi fan dell’ultimo Tarantino, perché questo che ci viene presentato è un film molto più riflessivo, molto più paziente e molto più maturo rispetto ai suoi ultimi lavori. L’8° film di Zio Quentin però è anche quello che ha diviso il pubblico assai più del solito, a causa della sua diversità rispetto alle ultime pellicole come Bastardi Senza Gloria o anche Django Unchained. The Hateful Eight infatti rappresenta un ritorno alle origini, riprendendo le strutture e tecniche dei primi capolavori come Le Iene (Reservoir Dogs) e Pulp Fiction.  Come il primo, il film ci presenta un numero ristretto di personaggi che sono costretti tra quattro mura e, per un motivo o per un altro, la fiducia reciproca comincia a crollare; mentre come il secondo, la struttura narrativa del film è divisa in capitoli, ma diversamente dal film del 1994 i vari segmenti non sono impostati come un puzzle film, ma come se fossero parte di un racconto sul western. Anche questo è il bello del film, la struttura narrativa è perfettamente contestualizzabile con il contenuto e la voce narrante (di Tarantino stesso), anche se presente in due soli momenti,  rende il tutto ancora più come un vecchio racconto intorno al fuoco.

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“C’è posto per un’altra persona?”

 

Tarantino Reunion

Il cast di The Hateful Eight è composto da attori che hanno già recitato in precedenti pellicole di Zio Quentin: al di là di Samuel L. Jackson che l’abbiamo già visto in Pulp Fiction e Django Unchained, abbiamo Kurt Russel che ha recitato in A Prova di Morte (il primo di 2 film all’interno di un progetto molto più grande intitolato Grindhouse realizzato insieme a Robert Rodriguez e altri registi, che in italia non ha avuto la meritata distribuzione), Walton Goggins visto anche lui in Django Unchained, Tim Roth e Michael Madsen che entrambi erano tra i protagonisti de Le Iene (Reservoir Dogs) e gli altri attori, nonostante non siano apparsi in altre pellicole della filmografia di Tarantino, hanno svolto comunque un ottimo lavoro.

I personaggi sono scritti in maniera eccellente e a film finito tutto torna. Una delle lamentele riguardo a questo film è che la prima parte sia un po’ lenta. I primi 2 capitoli servono in realtà a presentarci i personaggi interpretati da Jackson, Russel e Goggins, mentre vanno con la diligenza all’Emporio di Minnie con Jennifer Jason Leigh come prigioniera del secondo. O almeno, servono a presentarci il velo con cui sono ricoperti, dato che man mano che il film scorre ci vengono svelati dei segreti di ognuno di loro che ci fanno vedere il quadro in maniera diversa. Quello che probabilmente è il personaggio più celato di tutti è proprio Marquis Warren (Samuel L. Jackson) e la sua “lettera da parte di Abramo Lincoln”. Inizialmente c’era la possibilità che il ruolo rivestito da questa lettera fosse come quello della famosa valigetta in Pulp Fiction, con la differenza però che non rappresenta un MacGuffin. Tuttavia la vera potenza attoriale è proprio Jennifer Jason Leigh che senza ombra di dubbio vincerà il premio Oscar come miglior attrice non protagonista per via della sua performance ineccepibile.

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“L’essenza della giustizia è l’assenza di emozioni, perché se le emozioni vengono coinvolte, la condotta potrebbe venire contaminata e la giustizia non sarebbe più giustizia”

 

A parte i suddetti però, ci sono alcuni membri del cast che non hanno svolto una performance straordinaria. Uno di questi è Tim Roth, nonostante l’originalità del personaggio in un contesto tale e alcune delle frasi morali più belle dell’intero film, la sua performance è stata un po’ sotto le righe per un attore del suo calibro. Ha interpretato ruoli migliori, diciamolo. Michael Madsen invece è semplicemente lì. Ogni tanto emette versi dall’oltretomba con la sua voce distrutta e il suo aspetto invecchiato male e il suo ruolo è piuttosto semplice e quasi off-screen. Ci sono altri personaggi come il cocchiere O.B. (James Parks),  Bob (Demiàn Bichir) e il Generale Sanford Smithers (Bruce Dern) i cui ruoli sono piuttosto limitati, ma non è una colpa. Non è per nulla facile gestire allo stesso tempo così tanti personaggi e dare a tutti lo stesso livello di importanza.

Un bucaneve nel deserto

Peculiarità di Quentin Tarantino è proprio l’innovazione: nessuno dei suoi film è uguale al precedente e così è questo The Hateful Eight: dopo ultimi film del calibro dei sopracitati Django Unchained, Bastardi Senza Gloria e altri film meno recenti in cui il ritmo del film era più orientato verso l’action (certo, sempre in base al genere del film e orientato intorno ad esso), The Hateful Eight sembra abbandonare questi canoni per tornare ad uno stile cinematografico molto più simile agli anni 70. Effettivamente questo film, insieme al precedente, si può considerare un omaggio al genere western che come sappiamo è andato sfumando da circa una ventina d’anni se non di più. L’action lascia il posto ad una regia pulita, più pacata e più orientata a riempire gli occhi dello spettatore con una fotografia eccezionale, senza rovinarla con inutili scavalcamenti di campo o campo-contro-campo che qui vengono (non sempre) sostituiti da momenti di fuoco concentrato sui diversi personaggi in una scena di dialogo a 2, per esempio. Anche lo splatter classico di Tarantino, quell’impronta che l’ha sempre contraddistinto, qui non è abusata e anzi è ridotta al minimo e non risulta per niente esagerato come magari poteva esserlo nella scena degli 88 folli in Kill Bill Vol. 1. C’è anzi qualche rimando a 2 capostipiti del genere horror, ovvero La Cosa di John Carpenter (pochi protagonisti costretti a stare tra 4 mura a causa di una tormenta di neve e nessuno si fida dell’altro) e La Casa di Sam Raimi (i protagonisti costretti a sopravvivere in una piccola casa in cui è presente anche una botola) e persino la prima scena splatter (per non fare spoiler piuttosto importanti) ha qualche riminescenza del genere horror. Del resto, Tarantino stesso ha detto ironicamente “Volevo fare Le Iene in mezzo alla neve ed è uscito un horror“. Questo dovrebbe bastare a far capire che il disappunto verso The Hateful Eight non può essere giustificato dicendo “Non è Tarantino” come molti stanno facendo: ogni suo film è diverso dall’altro.

Un appunto va alla mitica colonna sonora composta da Ennio Morricone, per la quale ha anche vinto finora premi Golden Globe e BAFTA e chissà se trionferà pure agli Oscar il 28 febbraio. Già il tema principale è mitico, carico di tensione e di (appunto) odio intrinseco e si può ascoltare nel film sin da subito nella scena d’apertura.

The Hateful Eight è quindi un film molto più particolare rispetto ai precedenti tarantiniani. La pazza idea di girarlo poi in 70 mm solo ad un maniaco come Zio Quentin poteva venire in mente. Come ho scritto nella recensione di Star Wars VII: Il Risveglio della Forza, il voler girare un film in pellicola anziché in digitale è una scelta puramente estetica; la versione integrale del film dura più di 3 ore, circa 20 minuti in più della versione che è distribuita nelle sale cinematografiche. Lo scorso sabato ho avuto l’occasione di poterla guardare a Cinecittà nel celebre Studio 5 e posso dirvi che guardare un film del genere (anni 70, come ho citato sopra) in formato 70 mm con quelle bellissime sgranature (praticamente impercettibili) da film vecchio stile è stata un’esperienza davvero affascinante. Non c’è molta differenza tra le 2 versioni, giusto un paio di scene che però non cambiano il quadro generale del film e l’overture con la musica di Morricone di sottofondo.
Un grandissimo film che ovviamente non è esente da (lievi) difetti.