Il 22 Gennaio ho visto The Revenant e avrei voluto scrivere una recensione a caldo, ma è andata com’è andata e arriva con un po’ di ritardo. In breve: merita, soprattutto per interpretazione e fotografia, la trama è lineare e piuttosto semplice ma ciò non toglie spettacolarità.

A grandi linee, in questa storia diretta da Alejandro González Iñárritu (Birdman) abbiamo Hugh Glass, l’attesissimo Leonardo DiCaprio (non sto ad elencare i film che ha fatto, almeno due o tre li conoscete per forza), un trapper che sopravvive ad un attacco dei pellerossa Aricara insieme ad altri cacciatori di pelli, fra i quali Mowgli il figlio mezzosangue indiano Pawnee, Max Rockatansky Fitzgerald, il Generale Hux Capitano Henry e il ragazzo con le sopracciglia strane di Maze Runner Jim, meglio noti come Tom Hardy (appunto, Mad Max: Fury Road), Domhnall Gleeson (Harry Potter e i Doni della Morte, Star Wars Episodio VII) e Will Poulter (appunto, Maze Runner). Sul cammino verso il villaggio fa la sua comparsa un’orsa che inizia ad accarezzare Glass con i suoi artigli grandi come lattine per cinque minuti buoni di scena, lasciandolo più morto che vivo. Glass deve quindi rimanere fermo per mezzo film ad aspettare che gli altri tornino al villaggio e poi ancora da lui, cui fanno la guardia il figlio, Jim e Fitzgerald. Gandalf Fitzgerald è quello che fa casino.

"Enigmi nell'oscurità. Il mio tesoro... Tesoro..."
“Enigmi nell’oscurità. Il mio tesoro… Tesoro…”

Queste sono le premesse della trama, ora provo ad addentrarmi in qualche dettaglio.
La storia fila, senza dubbio alcuno, è appassionante e ci cattura, sentiamo sulla pelle le sensazioni di Glass; forse anche troppo. “In che senso?” Nel senso che, come già scritto, la scena della lotta con l’orsa dura davvero tanto. Questo non è di per sé un male: in primo luogo perché a uccidere un grizzly ci vuole anche il suo tempo; in secondo luogo perché finché si è immersi nel film non ci si fa caso più di tanto. Solo ripensandoci in seguito sorge il dubbio che dopo la quarta volta che il bestione raschiava la schiena di Glass -magari- questo non fosse più tanto nelle condizioni di sopravvivere. Tantomeno in inverno. In Nord Dakota. Che se non si fosse capito è un posto freddo (come il sesto pianeta del sistema Hoth).

"HAN SOLO: …però ti terrà al caldo, finché non metto su la tenda. Oh… oh… puzzava già fuori questo… dentro poi è una fogna!"
Han Solo Glass si accinge a sventrare un tauntaun cavallo per dormirci dentro.

A parte quest’unica nota -e un’altra che verrà espressa più avanti, e forse le visioni della montagna di teschi e i flashback con la moglie, che si sono rivelati un po’ superflui per l’eccessiva durata- la pellicola fa il suo sporco lavoro: ci intrattiene e ci tiene in ansia, ma non tanto perché non ci aspettiamo cosa accadrà (si capiva che l’indiana rapita ce l’avessero i francesi e si capiva grosso modo come sarebbe finito), ma perché non abbiamo idea di come accadrà. È stata un’ottima soluzione per una trama piuttosto semplice, che comunque sviluppa temi abbastanza importanti come la vendetta, l’odio -motivato e non- e la violenza che ne consegue. Anche questi sono gestiti alla perfezione, non ci vengono sbattuti in faccia con dialoghi di quart’ordine, ma seguono il filo narrativo del film, ci vengono mostrati e noi, da pubblico, possiamo scegliere se coglierli o goderci gli scalpi, le fucilate, la gente bruciata e accoltellata e le impiccagioni come in un qualunque altro film con un’ambientazione simile.

Detto questo, passiamo ad un aspetto tutt’altro che secondario: la fotografia, che è immensa. “Ti piace vincere facile girando il film in Canada, vero?” Verissimo, e la cosa è stata anche gestita alla perfezione; non basta avere un ambiente meraviglioso se non lo si sa sfruttare al meglio. Il regista stesso ha rivelato che il film è stato interamente girato con luci naturali, e il risultato è stato maestoso. I colori passano da toni cupi al bianco a tonalità più luminose a seconda dell’atmosfera, seguendo il tono della narrazione.
Oltre che per i colori, l’aspetto artistico delle inquadrature è sconvolgente proprio per gli aspetti tecnici: c’è una densità altissima di inquadrature dal basso, di inquadrature bersaglio del fucile-canna del fucile-fuciliere, di sequenze filmate a spirale e dal basso, ognuna che ci lascia esterrefatti ogni volta di più.

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Manca solo che stia nella sezione aurea.

Un altro elemento degno di nota è l’uso degli effetti speciali. L’orsa naturalmente è stata costruita in CGI, ma durante l’intera scena la percezione che sia finto è del tutto assente, sentiamo quasi il respiro della bestia sul nostro collo e le sue zampe stracciarci la carne e i suoi denti spezzarci le ossa: questo porta alla luce anche il tema dell’uomo e della natura, una natura quasi leopardiana, indifferente; l’orsa stava appunto reagendo ad una potenziale minaccia per i suoi cuccioli, poco le importava se fosse stato un lupo o un DiCaprio selvatico.
L’effetto speciale più imponente -senza dubbio- quello che si vede verso la fine della pellicola. Niente computer-grafica, niente modellini in scala: hanno tirato giù una valanga con elicotteri ed esplosivi filmando la scena una volta sola. Una valanga! Chiudiamo l’industria cinematografica.

L’ultima riflessione sulla trama riguarda i personaggi e come sono stati sviluppati: sappiamo poco di Glass, stralci del suo passato ci vengono mostrati dalle sue visioni e dal suo flashback, ma l’assenza di dialogo non ci permette di capire granché, e quello che sappiamo del figlio è tutto riflesso dalle stesse visioni di Glass e da poche battute; sappiamo ancora meno di tutti gli altri, soprattutto di Henry, Jim e Fitzgerald. Questo non costituisce assolutamente un punto a sfavore, anzi dà il giusto tocco di mistero. Un po’ come Mad Max: Fury Road senza improbabili veicoli da guerra e con temperature decisamente inferiori. E con molta più acqua.

L’unica altra nota che -per chi ci fa caso- fa storcere un po’ il naso è che tutti continuano a entrare e uscire dall’acqua come se niente fosse. Neve ovunque, la netta sensazione che la temperatura sia leggermente al di sotto dello zero e tutti imperterriti infilano le gambe -se non di più- in un metro -minimo- di fiume con l’acqua a 2°C. L’assideramento nel diciannovesimo secolo non l’avevano ancora inventato.

"Che freddo stagno, per fare un bagno, polposo ssììì!"
“Che freddo stagno, per fare un bagno, polposo ssììì!”
"E se mi riesce, io cerco un pesce, polposo ssììì!"
“E se mi riesce, io cerco un pesce, polposo ssììì!”