Quando si pensa al male incarnato, a un regime repressivo e mostruoso nonché violento, la mente corre subito alla Germania nazista, ossia il “male” nell’immaginario collettivo della società occidentale.
Film e romanzi hanno attinto a piene mani da questa semplice retorica nazista=mostro; i videogiochi hanno seguito questo solco in grande stile, proponendoci spesso e volentieri migliaia di soldati del Terzo Reich da trucidare senza pietà.

Fino ad oggi, nessuno si è grossomodo lamentato di questo semplice assioma, tuttavia nelle ultime settimane si è destata una polemica attorno ai due titoli: Wolfenstein 2 The New Colossus e Call of Duty: WW2. Il motivo? Secondo ambienti di estrema destra, questi videogiochi trasmettono un’idea distorta dell’ideale nazionalsocialista.
I videogiochi devono quindi cambiare l’approccio alla materia “Nazismo”? Da storico e appassionati di videogiochi, vi do la mia personale opinione.

Wolfenstein

IL LASCITO CULTURALE

Qualsiasi evento, leader e ideologia politica, con il passare del tempo, lascia dietro di sé un ricordo basato su elementi non sempre direttamente storici, ma frutto dell’opinione comune dei posteri. Che lascito culturale ha tramandato il nazismo tedesco? L’orrore dell’olocausto e la devastazione della seconda guerra mondiale.
Questi due terribili traumi storici e collettivi, hanno forgiato indissolubilmente l’approccio della civiltà occidentale nei confronti di Hitler e dei suoi adepti, favorendo la nascita dell’assioma che abbiamo citato poche righe più in su: “nazista=mostro”.
I videogiochi, in particolare la saga di Wolfenstein, spinge questa equazione all’estremo, portando all’ennesima potenza la follia nazista (pensiamo al personaggio di Deadshead o di Frau Engel), spingendo il giocatore a desiderare di falciare il più alto numero possibile di sporchi nazisti -ormai neanche più pienamente umani-, senza esitazioni di alcun genere.
La ricetta funziona? Assolutamente sì, soprattutto nel caso di Wolfenstein dove il tutto è inserito in una trama quasi cinematografica, curata e spettacolare.

IL DELICATO TEMA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

Se Wolfenstein 2, così come i capitoli precedenti, trattava il nazismo in maniera quasi grottesca e ucronica, Call of Duty: WW2 cerca di approcciarsi alla seconda guerra mondiale in maniera il più possibile realistica, evidenziando l’impatto psicologico che la guerra ebbe su migliaia di giovani. Certo, i giovani in questione sono americani non tedeschi o italiani, quelli sono i “cattivi” della storia, l’Asse dei regimi totalitari.
Naturalmente, non tutti i soldati della Germania o dell’Italia furono fanatici: alcuni erano semplici patrioti tanto quanto potevano esserlo i nemici, altri ebbero paura esattamente come coloro che combattevano dall’altra parte, altri ancora si trovarono gettati in una realtà terrificane senza poter opporre la minima resistenza.
Una domanda può sorgere quindi spontanea: perché non dare spazio anche alla prospettiva di un soldato tedesco in un gioco sulla seconda guerra mondiale come l’ultimo Call of Duty?
In questo caso entrano in gioco due fattori: le polemiche e un insieme di tematiche che potremmo riassumere in “la storia la scrivono i vincitori”.
Immaginate l’eco sui media di un videogioco in cui si impersona in prima persona -scusate il gioco di parole- un soldato del Terzo Reich, sottolineo soldato e non SS, che combatte contro gli americani e gli inglesi in difesa dell’occupazione nazista dell’Europa (forse le polemiche sarebbero minori se il tutto si situasse sul fronte russo).
Riguardo al fattore “la storia la scrivono i vincitori”, l’industria videoludica riflette semplicemente la versione più comune della seconda guerra mondiale, la versione che non scava in profondità: gli Alleati erano il bene e i Nazisti il male. Discorso chiuso.

Call of Duty WWII
LA DOPPIA ANIMA

Dopo aver esposto, per sommi capi, l’approccio culturale alle delicate tematiche del nazismo e della seconda guerra mondiale, è ora di tirare le fila del tutto.
Cosa dice lo storico? Lo storico sa benissimo che ridurre il nazismo a semplice follia e mostruosità è un grave errore: l’ascesa al potere di Hitler fu propiziata da fattori politici, economici, sociali, filosofici e persino scientifici.
Tutto ciò non può etichettarsi come pura follia, ma qui entra in scena il videogiocatore.
Cosa dice il gamer? Il gamer sa che il videogioco non è il luogo adatto a trattare nel dettaglio tematiche così complesse e sfaccettate; si possono offrire degli spunti di riflessione, ma il tutto deve fermarsi lì.
Il videogioco, soprattutto il genere sparattutto, resta, in primis, un mezzo per intrattenere, non per istruire. Giocare può indubbiamente stuzzicare la curiosità, spingendo a cercare un approfondimento riguardo una determinata tematica.
Questo, a mio avviso, deve essere l’obiettivo per un videogioco in “salsa” storica: incuriosire, sopratutto i giovanissimi, e far capire che la Storia è sempre viva.
Il caso che abbiamo esaminato non deve fare eccezione.
Riguardo le polemiche dei neo-nazisti, forse dovrebbero loro per primi fare i conti con il lascito del regime hitleriano, senza nascondersi dietro a inutili cortine di slogan inneggianti alla libertà di espressione.

Wolfenstein

Cosa pensate della tematica Videogiochi e Nazismo? Come valutate le polemiche che accompagnano questi argomenti?