4 anni di distanza tra un titolo e l’altro sono parecchi. Ci sono determinati fattori che implicano la possibilità che un sequel possa venire inferiore al predecessore, non importa il tempo. Tante volte abbiamo visto seguiti che non sono stati all’altezza del primo film, ma è anche vero che le eccezioni possono avvenire. Questo Star Trek – Into Darkness ne è una. Sempre diretto da J. J. Abrams, il film è sì un secondo capitolo di questo nuovo ciclo cinematografico, ma non è un sequel diretto. Si tratta più di un film stand-alone. Un po’ come The Dark Knight fu per Batman Begins.

La sceneggiatura del film va a riprendere alcuni elementi del secondo capitolo della saga, Star Trek II – L’Ira di Khan, ma la trama è assai diversa dal film del 1982. A detta del regista e sceneggiatori c’era una vasta scelta sugli antagonisti: l’universo creato da Roddenberry è enormemente vasto. I Klingon, presenti nelle scene eliminate del primo film, hanno finalmente un ruolo. Per quanto siano personaggi storici di Star Trek (apparsi più e più volte in diverse edizioni della serie tv), averli come antagonisti effettivi di una pellicola non sarebbe una grandissima mossa. Il loro ruolo ormai è così noto al grande pubblico che l’aura di mistero che li circonderebbe verrebbe meno. Si è perciò optato per una rivisitazione di un antagonista apparso solo un un episodio della serie classica, “Space Seed“, e come villain nel suddetto film dell’82. Nonostante ciò, Khan Noonien Singh è rimasto nell’immaginario collettivo ed una rivisitazione in chiave sci-fi per come la intendiamo oggi giorno desta senz’altro curiosità. Contando, inoltre, che questi film rappresentano una nuova continuity (tranquilli, i classici rimangono immacolati), Khan prima o poi avrebbe dovuto sbucare fuori.

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Far interpretare il villain da Benedict Cumberbatch (ai più, Sherlock) è stata una grande mossa. Si tratta di uno dei più bravi e prestigiosi attori al momento in circolazione. In più il suo volto caratterizzato da fisionomie fuori dal comune (quasi aliene oserei dire ndr.) hanno dato al tutto una marcia in più.
Essendo un riadattamento, Khan ha una storia nettamente diversa dal film del 1982. Il suo passato non si intreccia con quello del capitano Kirk (Chris Pine), ma comunque le strade dei due si incontrano anche se in situazioni poco allegre. Ai puristi ovviamente non è andato giù il fatto che hanno scomodato un personaggio ormai leggendario. L’originale, tuttavia, aveva una storia assai più semplice e una mentalità meno subdola. Si, era subdolo anche il Khan di Ricardo Montalbàn, ma in alcune scene rasentava la stupidità dei cliché. Ciò tuttavia è causato dal tempo che passa. A 34 anni di distanza il film è invecchiato palesemente. Se visto per la prima volta o con uno sguardo da non fan, il film non verrebbe valutato con voti altissimi, di certo migliori del primo “Star Trek – The Motion Picture“. Non si fraintenda: Star Trek II: L’ira di Khan rimane comunque un buon film e Into Darkness non è di certo un film da premio Oscar, ma con molta probabilità i giudizi positivi che circondano l’omonimo del 1982 risentono troppo del fatto che è stato il capitolo che ha “salvato Star Trek come lo conosciamo oggi“. Tolto quello, rimane un buon film, ma frivolo se paragonato ai giganti della fantascienza usciti in quegli anni. Per citarne tre, nello stesso anno uscirono Blade Runner, TRON e E.T – L’ExtraTerrestre.

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Rispetto al capitolo del 2009, Star Trek Into Darkness gestisce meglio le scene di combattimento, in minor quantità in favore delle scene di dialogo. Quest’ultimo infatti è un dettaglio di rilievo che permette di notare ulteriori aspetti della sotto-trama politica presente nel film. Cosa ha distinto Captain America: The Winter Soldier da The First Avenger? Le scene di dialogo, in presenza maggiore rispetto alle scene di combattimento. Ed è un pregio al film di Abrams! La maggior parte delle critiche derivano infatti dalla snaturalizzazione del format rispetto alla serie tv. Ma, come giá detto nella puntata precedente, al giorno d’oggi una formula simile non basta più. Sopratutto se consideriamo che i film di TNG sono andati fallendo per via della formula sempre uguale. Occorreva svecchiare il tutto come hanno fatto col reboot del 2009. Into Darkness non è profondo quanto quest’ultimo perché l’approfondimento si focalizza su Khan piuttosto che su altri personaggi. L’equilibrio tra azione e dialogo è gestito bene pur con qualche momento più leggero tea i personaggi.

Ripeto, non è un film da Oscar, ma è migliore di quanto i fan lo dipingono. Certo, un’idea originale è nettamente migliore che una rivisitazione, se vogliono creare una nuova versione della mitologia di Star Trek. Resta il fatto che senza Benedict Cumberbatch il film avrebbe avuto una marcia in meno.