Nel 1999 uscì nelle sale cinematografiche Matrix, il celebre film del duo Wachowski (dato che ora uno ha cambiato sesso a quanto pare non è più politically correct definirli “fratelli”). Ancora oggi viene considerato un esponente del cinema post-moderno di fantascienza, andando ad esplorare concetti filosofici che relazionano il binomio realtà fisica-virtuale e ponendo domande sulla consistenza ontologica della realtà e sulla possibilità della sua conoscenza, sull’interrogazione tra mente e corpo ecc.
Se torniamo indietro nel tempo, noteremmo che le influenze di Matrix sono state molteplici, assai più di quante la gente creda ma del resto è normale: succede così per ogni opera che sia cinematografica, letteraria o videoludica. Ci sono moltissimi tasselli antecedenti che aspettano solo la persona giusta per poter essere legati insieme a formare un tutt’uno. Il tassello più grande che ha dato corpo alla concezione di Matrix è però un film d’animazione giapponese di 4 anni prima diretto da Mamoru Oshii. Se Metropolis  (1927) di Firtz Lang ha introdotto la figura dell’androide nel cinema e Blade Runner (1982) di Ridley Scott ne ha ampliato il concetto sotto forma di “vita artificiale”, Ghost In The Shell pone il tutto a livello di coscienza riflettendo il cartesiano “Penso, dunque sono“.

In un 2029 in cui il mondo è totalmente informatizzato e le nazioni sono ancora in lotta tra loro, le nuove tecnologie hanno permesso alla medicina di fare passi da gigante: la maggior parte della popolazione è potenziata tramite impianti cibernetici o che sono dei veri e propri robot. La protagonista è il maggiore Motoko Kusnagi, un cyborg facente parte della “Sezione 9”, un reparto della polizia. La trama si sviluppa con l’intervento del “Burattinaio”(o “Signore dei pupazzi” nel primo doppiaggio italiano), una potente entità completamente informatica che utilizza altri “corpi” per raggiungere il suo scopo: è divenuto cosciente e desidera essere accettato come forma di vita senziente, tramite l’asilo politico nella “Sezione 9”.

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Prevalentemente considerato il primo esempio di unione tra animazione tradizionale e digitale con successo, Ghost In The Shell espone il suo titolo con il concetto dell’esistenza di un’anima definita “spirito” (ghost) e l’esposizione del mito concernente la possibilità per un essere robotico di avere un proprio “spirito”. Ciò spinge ad ulteriori domande riguardo a cosa ci si possa riferire con tale parola e se davvero forme di vita artificiali la posseggano. In maniera simile, pone avanti il quesito riguardo a cosa sia questa unicità che caratterizza gli umani se gli esseri robotici sono in grado di imitare suddetto “spirito”. Appare chiaro, dunque, che il film ci mette di fronte ad un dualismo: la mente e il corpo come due entità diverse.
Al centro è ovviamente il maggiore Kusanagi. Come anche lei sostiene, ci sono numerose parti che rendono gli umani tali, ma i ricordi rappresentano un elemento chiave nell’individuo: sono essi a renderci ciò. Una persona è la somma dei suoi ricordi, noi siamo le nostre esperienze ed esse rappresentano i limiti della nostra coscienza. Per quanto lei possa avere un corpo interamente meccanico, afferma con sicurezza che i ricordi che possiede sono i suoi soltanto. Quest’ultima parte è però messa in discussione quando a metà film vede in lontananza una donna identica a lei. Che siano i suoi ricordi, in maniera simile a Blade Runner, presi dalla mente di qualcun’altro e caricati nel corpo robotico del maggiore?

L’intero film è impostato in modo tale da lasciare lo spettatore nel dubbio, poiché l’importante in questo film non sono le scene d’azione: esse sono in secondo piano, ma quando avvengono non sono al cardiopalma o “action” come lo intendiamo oggi. Sono sempre con un tappeto musicale molto calmo e riflessivo di sottofondo, andando ad indicare che non è su di esse che la storia deve concentrarsi, ma sui dialoghi. Il film si basa parecchio su di essi ed è tramite loro che la storia va avanti e noi come spettatori veniamo a conoscenza dei dettagli. Quando, dopo un’immersione, il maggiore Kusanagi si rivolge a Batou è in quello scambio di battute che comprendiamo il suo modo di essere e di pensare. L’immersione avrebbe potuto causarle la morte, ma lei ne è consapevole ed è anzi per questo motivo si è spinta nelle profondità marine per poter scatenare sensazioni generate dalla paura. Accettare la propria esistenza e quindi la propria morte, come pensiero del filosofo tedesco Heidegger, è un passo avanti nel considerarsi individui. Ma Mokoto non è in grado di morire come un normale essere umano, trattandosi di uno “spirito dentro un guscio”, tuttavia lei accetta la situazione scegliendo di vivere come tale, piuttosto che sottomettersi al pensiero di non esistere al 100%.
Inoltre la scena in cui lei riemerge dal fondo del mare è assai simile alla scena onirica del ricordo della sua creazione. Nascita e morte, così contrastanti eppure così vicine.

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L’altro elemento fondamentale di Ghost In The Shell è senz’altro il Burattinaio. La sua logica è quanto di più razionale un intelligenza artificiale possa giungere: un software informatico con la capacità di apprendere tramite l’esperienza. Si tratta dello “spirito” che non ha un corpo, ma è consapevole della sua esistenza e intende essere accettato come una forma di vita. Come, tuttavia, sostiene anche lui, il fatto che gli umani siano recalcitranti del considerarlo tale è piuttosto ridondante: così come i geni tramite il DNA, anche i dati possono essere trasmessi da corpo in corpo e anche l’uomo, come lui, è una forma di autoconservazione. Allo stesso modo, accusa gli esseri umani di aver sottovalutato l’applicazione della tecnologia informatica ai sistemi di memoria e poiché la scienza allo stato attuale non può fornire un’adeguata definizione del concetto di vita, lui, in quanto essere cosciente e senziente, ha il diritto di ricevere asilo politico.
Del resto, è il Burattinaio stesso ad essere artefice della domanda finale che si pone la stessa Motoko Kusanagi alla fine del film:

Perché, alla fine, siamo qui? Qual’è il nostro scopo?

Ci si possono scrivere tesi e saggi interi sulla filosofia dietro a questo film. Non sarà mai abbastanza, perché comunque finora ho esposto tematiche filosofiche strettamente legate al personaggio del maggiore con un accenno del burattinaio. Si possono aprire persino dibattiti sulle possibilità e modifiche che porterebbe l’accettazione delle forme di vita artificiali o robotiche nella società (già su youtube si possono trovare video su questa tematica) o persino sull’implemento di tecnologie per il miglioramento del corpo umano. Ghost In The Shell è e rimane un lungometraggio di cui si parlerà nei tempi a venire ed è comunque un film a cui sarà interessante tornare. Il film ha avuto anche un seguito, intitolato Innocence: Ghost In The Shell (o con il sottotitolo italiano “L’attacco dei Cyborg“). Tale titolo è dovuto al fatto che il primo ha avuto più successo all’estero piuttosto che in Giappone, quindi il titolo è stato ritagliato ad “Innocence” per non rimandare al primo film (motivo piuttosto…. peculiare…e superfluo).

Il 30 marzo uscirà nelle sale la trasposizione cinematografica americana. Date le precedenti esperienze con tali trasposizioni, un po’ di paura c’è. Dal trailer traspare che molte delle scene sono riprese dai due film, ma comunque ciò non implica che possano essere utilizzate in contesto diverso. Non sarà un film shot-by-shot, e forse la storia punterà su un piano diverso rispetto al film originale. Se dovesse deludere, gli appassionati criticheranno aspramente tale pellicola, ricordiamoci che già si sono fatti sentire riguardo l’operazione di whitewashing rivolta a Scarlett Johansson, che ancora non è andata giù a buona parte del pubblico. Invece il pubblico medio etichetterà il film come “una copia di Matrix“. Inevitabile, data l’ignoranza generale che gira attorno a Ghost In The Shell.
Staremo a vedere il 30 marzo al cinema.