“A little piece of paper with a picture drawn floats
On down the street ‘til the wind is gone
And the memory now is like the picture was then,
When the paper’s crumpled up
it can’t be perfect again”

 

Cantavano i Linkin Park nella loro canzone Forgotten. Molti versi nella canzone fanno riferimento ad un passato confortante che ora non c’è più, sostituito dall’ombra del suo ricordo che non provoca altro che sofferenza e non possiamo fare molto per far tornare tutto come prima. E tormentato dal proprio passato, ritroviamo Frank Castle come l’avevamo lasciato dopo la seconda stagione di Daredevil. In fuga dal tormento in cerca di sfogo, in cerca di pace. La serie punta i riflettori sulla decostruzione del personaggio, permettendo a Castle di vestire i veri panni di the Punisher solo nella seconda parte della serie. Possiamo accostarla molto vicino alla prima stagione di Daredevil, effettivamente. Non solo per via della scelta di usare il costume verso gli ultimi episodi, ma anche per quanto riguarda tempi e ritmi. Negli ultimi anni le produzioni Marvel-Netflix sono andate calando lentamente di qualità, unendosi in un crossover, The Defenders, buono ma con difetti  piuttosto gravi. Con The Punisher sono tornati in auge, staccandosi totalmente dagli eventi delle altre serie, tant’è che non ci sono riferimenti agli avvenimenti e l’unico anello di congiunzione è il personaggio di Karen Page (Deborah Ann Woll).

Scavare nel passato ci riporta alle situazioni di guerra, alla presentazione e al setting dei personaggi che poi avranno il loro ruolo nel corso degli episodi. Il ritmo crescente, infatti, è dovuto anche a questo: la marcia viene ingranata man mano e ci pone davanti a situazioni di tensione e persino scenari piuttosto estremi. Infatti questa è senza ombra di dubbio la più cruenta e violenta tra le serie Marvel-Netflix che abbiamo visto finora. Sangue a palate e ferite gravi, in particolar modo nello scontro finale. Davvero una mossa audace da parte di Netflix che, ricordiamolo, è pur sempre una piattaforma che crea prodotti di intrattenimento per una fascia d’età che va di giovani agli adulti e spinte come questa sono sempre ben accette.

Un’altra faccia piuttosto matura della serie riguarda una tematica che va dall’inizio la fine: puoi togliere il soldato dalla guerra, ma non puoi togliere la guerra dal soldato. La serie svolge un buon lavoro nel mostrarci le conseguenze della guerra in Afghanistan riflesse su buona parte dei membri del team di Frank Castle. Ognuno nella sua condizione ha comunque subito un profondo stravolgimento, ma mentre Billy Russo (Ben Barnes) ha trasformato il suo attaccamento alla guerra per la creazione di un centro d’addestramento  e Curtis Hoyle (Jason R. Moore) ha creato un centro di recupero per pentiti o superstiti di guerra, pur con una ferita di guerra che no può guarire, purtroppo Lewis Walcott (Daniel Webber) è in uno stato da shell shock dovuto agli effetti che la guerra ha fatto su di lui, a tal punto da costruirsi una trincea in giardino per tentare di ricreare una situazione di confort. Un buon lavoro, specialmente perché la serie svolge un buon lavoro nel cercare di inserirci nella loro mentalità e porta ad empatizzare con essi (chi più, chi meno).

Alla base di tutto, c’è l’intenzione di far emergere la verità dietro ad un’operazione illegale, dove i personaggi sopra citati hanno preso parte. A capo di questa operazione in teoria ci dovrebbe essere il villain che la serie tende a spacciare come quello principale: Rawlins (Paul Schulze). E qui sorge il problema più grande di questa serie: l’attenzione verso Rawilns è giustificata solo per un suo desiderio di vendetta verso Castle per qualcosa di immaturo. Non abbiamo alcun motivo per cui patteggiare con lui o trovarlo interessante come antagonista. Ma c’è un motivo per questa scelta: questa prima stagione è servita come base e caratterizzazione per il personaggio di Billy Russo. Per coloro che non sanno chi sia, nei fumetti lui è Jigsaw (Mosaico in italiano), ossia la nemesi di the Punisher caratterizzato dal suo volto sfigurato proprio in uno scontro contro Castle e ricucito a mo’ di puzzle. Qui abbiamo tutte le carte in regola per avere un buon villain per la prossima stagione, specialmente per come è stato costruito Billy Russo: un uomo che ha lavorato sulla costruzione della sua immagine, arrivando ad essere un riferimento per il suo ruolo nella ANVIL… che poi vede la sua immagine totalmente rovinata da una violenta scena in cui Castle gli sfregia il volto sugli specchi. La scena più brutale in un adattamento di un fumetto, insieme all’assassinio di Rawilns.

“Morire è facile. Scoprirai cos’è il dolore. Scoprirai cos’è la perdita. Ogni mattina li cerco, ma poi mi ricordo. Sarà lo stesso per te. Quando guarderai la tua faccia, ricorderai cos’hai fatto… e ti ricorderai di me!”

In tutto questo una nota di merito va a Ebon Moss-Bachrach per il suo David “Micro” Lieberman: per quanto differisca dalla controparte cartacea (ormai il discorso di fedeltà ai fumetti non si può più fare, film o serie tv che sia), è riuscito a dare una determinata caratterizzazione molto credibile che, nonostante le circostanze, non fa la fine della canzone Every Breath You Take dei Police. Anzi, il ricongiungimento con la famiglia è molto bello, sopratutto con la figlia. Per quanto riguarda il personaggio della poliziotta Madani (Amber Rose Revah) mi limito solo a dire che si è meritata la fine che ha fato (ndr.).

Occorre spendere qualche parola per quanto riguarda il montaggio utilizzato in The Punisher. Qui è stato utilizzato molto meglio rispetto alle altre serie Marvel-Netflix, eccetto alcuni casi nella prima stagione di Daredevil. Sono stati eccellenti gli utilizzi dei flashback con la moglie (specialmente nel pilota) senza che risultino troppo WTF o staccati dalla situazione. Proprio come è stato poetico l’utilizzo della sequenza onirica con la medesima ambientato in un luogo nero, senza suoni di passi o rumori ambientali… solamente la musica a fare da sfondo al loro ballo e al loro successivo coito. Bellissimo davvero. Sempre a proposito del montaggio, occorre tirare in ballo l’episodio 10: realizzato come un vero e proprio puzzle movie al cui centro c’è l’attentato, i vari pezzi ci vengono offerti in base a punti di vista e non in ordine temporale, arrivando al quadro completo solo alla fine. Eccellente.

In conclusione, questa prima stagione di The Punisher è promossa. Non sappiamo bene se vedremo in futuro il personaggio ancora come ospite in un’altra serie Marvel (come è stato per la seconda stagione di Daredevil), ma finora tra il pubblico sta avendo piuttosto successo, contrariamente a Iron Fist e Luke Cage, ma della stessa opinione non sembra essere la critica ufficiale, che affibia come voti dal 6 in su. Quasi sicuramente avrà una seconda stagione a nonostante questi dati e speriamo che riusciranno a crearne una al pari o addirittura superiore a questa. Nel frattempo dovremo aspettare l’anno prossimo per la terza stagione di Daredevil che tutti i dati in nostro possesso, sembrerebbe far pensare ad un adattamento della storyline “Born Again“.