Quando ci fu l’annuncio dell’uscita della seconda stagione di Stranger Things per fine Ottobre, anziché in estate come la prima, il responso fu abbastanza “Eeh“. Questo avrebbe voluto dire che ci sarebbe stato da aspettare più tempo, naturalmente. Ma quando uscì il primo trailer, tutto divenne più chiaro e farla uscire ad Halloween è stata la scelta più idonea, specialmente considerando il periodo in cui gli episodi hanno luogo. I fratelli Duffer ci hanno regalato una stagione più longeva (un episodio in più rispetto alla prima) e più drammatica. Già dal trailer si intuisce che la condizione di Will (Noah Schnapp) potrebbe creare situazioni scomode, ma ciò che ci siamo trovati di fronte supera le aspettative. C’è da dire una cosa: il marketing può aver mostrato più del necessario? Ormai oggi come oggi, siamo in un periodo in cui l’uscita di un prodotto televisivo e cinematografico è preceduta da una tempesta di teaser, trailer, spot, promo ecc., mentre una volta si faceva teaser, trailer #1, trailer #2 e qualche spot di una manciata di secondi al massimo. La necessità di dover stare sempre a stuzzicare gli spettatori mostrandogli sempre qualcosa di nuovo, spolpa il prodotto in sé. In questo modo, ciò che rimane durante la visione è poco. Ora, Tutti questi trailer hanno spoilerato più del dovuto? Forse.

Un errore che la prima stagione ha commesso (forse per alcuni può essere considerato tale, forse per altri no) è stato rivelarci sin da subito il Demogorgone, o più precisamente il suo aspetto. In questo modo la tensione di alcune scene fu spezzata dal fatto che sapevamo che sarebbe sbucata la creatura. Un esempio è la ormai famosa scena delle luci natalizie e l’alfabeto sul muro. Già in paio di scene c’era stata mostrata una sagoma che tentava di uscire dalle pareti e chiunque già aveva capito che si trattava del Demogorgone; dopo che Will trascrisse “RUN” a sua madre Joyce Bayers (Winona Ryder) era palese che il mostro si sarebbe rivelato.
Che la seconda stagione abbia fatto uno sbaglio a mostrarci il Mind Flayer sin dai primi trailer? Probabile, perché in questo modo le aspettative si sono alzate di parecchio, per poi mostrarci un qualcosa di non particolarmente definito. Ok, si tratta di un organismo che tramite una sorta di psico-rete controlla il Sottosopra, ma da come viene descritta (forse è una pecca dell’adattamento italiano) sembra una creatura che non appartiene affatto a quella dimensione. Da dove è venuta? Da dove è nata? Tutte domande che speriamo trovino una risposta nella terza stagione, dato che gli ultimi secondi del season finale ci lasciano presupporre che vedremo ancora il Mind Flayer. Sopratutto perché si tratta della creatura più interessante della stagione: non c’è una gran varietà di mostri: ci limitiamo a vedere delle versioni primordiali quadrupedi del Demogorgone (che presumibilmente si evolveranno in esso) e al massimo vediamo le pareti senzienti del Sottosopra, ma nient’altro. Come in Aliens: più xenomorfi ma meno stimolanti.

Il giovane cast ha svolto ancora una volta un lavoro eccellente e finalmente abbiamo avuto modo di vedere Noah Schnapp all’opera, dato che per la maggior parte della prima stagione Will era off screen. E non solo, ha dovuto interpretare due versioni del suo personaggio, a partire da metà stagione. Senza dubbio, si può dire che il mostro più spaventoso sia proprio lui. La sintonia tra i bambini sembra molto più solida e anche la new entry Max (Sadie Sink) ha avuto una piacevole evoluzione, relazionandosi con il team: partendo dall’essere una tipa dalla scorza esterna molto rigida, al rivelarsi solo una vittima del suo fratellastro Billy (Dacre Montgomery)…il quale è a sua volta una vittima del rigido comportamento del patrigno e riversa la sua frustrazione verso il prossimo, inclusa Max. Billy vs. Steven (Joe Keery) = scontro del secolo.
Una menzione speciale va a Millie Bobby Brown per la sua Eleven/Jane. Con il secondo episodio e il terzultimo ha avuto uno spazio speciale che, se vogliamo, eleva il suo personaggio ancor di più, con il suo background straziante (in senso positivo). I fratelli Duffer ci hanno fatto patire questa seconda stagione di Stranger Things: episodio dopo episodio aumentava il desiderio di assistere alla reunion, specie tra lei e Mike (Finn Wolfhard). Proprio come ci hanno fatto urlare cori da stadio col tanto agognato bacio tra Jonathan (Charlie Heaton) e Nancy (Natalia Dyer).

Ora però occorre parlare più dell’aspetto “sceneggiatura”

Bisogna dirlo. Questa seconda stagione di Stranger Things ha sacrificato un po’ la freschezza della prima in favore di elementi più drammatici e atmosfere più mature, contornate da tinte horror un po’ più accese rispetto al passato. Il fatto è che, naturalmente, l’anno scorso la serie ha giocato sul fattore novità (sempre se si possa definire così) ed era prevedibile un calo di quest’aspetto. Non sarebbe stato facile replicare la freschezza che ha portato la geniale scena della scritta sul muro e luci natalizie. Qualcosa del genere è stato tentato con i disegni dei tralci sparsi per tutta casa Bayers, ma non può reggere il paragone. Il fattore drammaticità si può constatare in molte scene lungo gli episodi, ma due che sono degne di essere menzionate sono:

-Quando Eleven/Jane ha un graduale breakdown dovuto allo stress della vita rinchiusa con Hopper (David Harbour)

-Quando Joyce, Mike e Jonathan, per liberare Will dall’influenza del Mind Flayer, tentano di riportargli alla memoria tre momenti del passato (prima che Jonathan prenda lo stereo). Camera fissa sui volti dei personaggi e Will, nessuna musica, nessun altro suono a parte le loro voci nella penombra della stanza. Bellissimo.

Ora, per quanto riguarda alcune scelte legate ai personaggi, ci sono stati dei momenti piuttosto prevedibili, ma che se avessero fatto altrimenti sarebbe caduto tutto come un castello di carte. Specie nel finale, dove questi momenti aumentano. Far morire Will sarebbe stato assurdo, perciò tenerlo in vita è stata la cosa migliore, anche se cliché. Idem per Eleven, sarebbero sorte torce e forconi se fosse morta dopo averci fatto penare per la reunion. La scelta invece di cucire la bocca allo sceriffo Hopper riguardo all’aver dato rifugio a Eleven/Jane per tutto il tempo ovviamente porta a urlare allo schermo “DIGLIELO!” quando lui e Mike sono insieme. Ma il take-off di questa situazione è stato gestito piuttosto bene e senza cadere nel ridicolo, con una bella sfuriata da parte del ragazzino con conseguente abbraccio e grazie all’empatia noi comprendiamo le motivazioni dell’adulto, pur non condividendole appieno.
C’è da dire, inoltre, che la scelta di inserire porre l’episodio focalizzato su Eleven/Jane come settimo, spezza incredibilmente la tensione creatasi col cliffhanger della puntata precedente; è comprensibilissimo, dato il collegamento che si crea per poi riallacciarsi nel finale. C’era il desiderio dei fratelli Duffer di espandere Stranger Things al di fuori della cittadina di Hawkings, ma quello cui ci siamo trovati di fronte è un episodio piuttosto scialbo, con personaggi non approfonditi, troppo stereotipati e non particolarmente convincenti. E a dirla tutta è stato un episodio un po’ lasciato in sospeso per quanto riguarda Eight/Kali e, soprattutto, il dubbio se il padre di Jane, il Dr Brenner, sia effettivamente morto…

In conclusione, la seconda stagione di Stranger Things è riuscita a raffinare l’offerta che ci ha portato la stagione precedente. L’ingenuità degli anni 80 è sempre presente, ma stavolta lascia un po’ di spazio ad atmosfere più mature a cui non abbiamo potuto assistere l’anno scorso, e il che è sempre ben gradito. Non è una stagione perfetta (ma nemmeno la precedente lo era), però è pur sempre un piacere guardarla con occhi da bambino, ma con animo adulto. Ha dei difetti, ma a livello generale è promossa. Ora non ci resta che attendere un altro anno per vedere ancora una volta i nostri giovani eroi in azione.