We are like the dreamer who dreams and then lives inside the dream…

Sin dall’inizio, questa terza stagione di Twin Peaks ha parlato chiaro: non giocheremo seguendo le regole a cui siete abituati, non vi mostreremo ciò che voi volete che noi vi mostriamo e, sopratutto, ricordatevi bene chi c’è dietro alla macchina da presa.

The Return è stato un vero e proprio viaggio, un’esperienza in cui, come si dice, è più importante il tragitto che la destinazione. Un viaggio nel quale David Lynch e Mark Frost ci hanno guidati sotto l’incertezza: contrariamente alle precedenti stagioni in cui aleggiava un clima di tranquillità e calore scosso dagli eventi, questa nuova è caratterizzata da un fattore dominante, ossia “il mondo non è un posto sicuro”. Twin Peaks non è tornata per scaldare gli animi e far rivivere le vecchie glorie manifestandosi in maniera superflua come hanno fatto Una mamma per amica o X-Files, perché, cosa che sembra che molti spettatori non abbiano colto, al centro della serie c’è il male nell’uomo. Bob ne è la manifestazione, ora proprio come all’epoca, e durante gli episodi abbiamo la dimostrazione che la malvagità si è espansa, dilagando da un corpo a un altro. Proprio per evidenziare quest’aspetto, la serie ha seguito storyline ambientate in posti e località diversi, per poi ricongiungersi alla cittadina di Twin Peaks per il finale. Ai più nostalgici non è andata particolarmente giù, ma era una cosa indispensabile per alcuni personaggi come Cooper (Kyle MacLachlan) o il team dell’FBI di Gordon Cole (David Lynch). In particolar modo, sin dalla serie originale, era desiderio di Frost e Lynch di allontanarsi dal caso Laura Palmer e concentrarsi sulle vite degli abitanti di Twin Peaks, portando quest’idea all’espansione con la terza stagione.

Avvisiamo che a seguire vi saranno SPOILER, quindi se non avete ancora terminato la visione della terza stagione di Twin Peaks vi sconsigliamo di proseguire con la lettura.

Proprio come il pubblico degli anni 90 dovette abituarsi ad un nuovo tipo di fare televisione (già ne abbiamo parlato nell’articolo riguardo alla vecchia Twin Peaks) gestito da Lynch e popolato dalle sue visioni e misticismi, l’audience di oggi ha dovuto fare i conti con tutta l’esperienza cinematografica e l’esoterismo che lui ha accumulato nel corso degli anni. E dall’uomo che ha girato Mulholland Drive, Velluto Blu, Strade Perdute e Inland Empire non potevamo aspettarci un lieto fine con tutti i conti che tornano. Ciò che ci si è presentato davanti con il doppio finale rappresenta una svolta dal punto di vista televisivo. Quante volte al cinema ci sono stati dei film con un finale libero a molteplici interpretazioni? Un po’, ma effettivamente quante volte in televisione? Assai poche e si possono contare sulle dita di una mano. Le emozioni che ha donato l’episodio 18 sono parecchie; gioia, stupore, malinconia, disagio e inquietudine. Sopratutto quasi mai è capitato di provare così tante emozioni tutte insieme davanti ad una serie televisiva (sopratutto di fronte a quel capolavoro dell’8 episodio), pur non avendo una concezione chiara al 100% di quanto possa star accadendo. Ma questo è Lynch. Ci ha dato quelli che possono essere considerati 2 finali diversi e tutti i punti per poter effettuare più interpretazioni.

…but… who is the dreamer?

Cos’è realtà e cos’è sogno? Ancora una volta Lynch torna su quei passi già toccati nel corso della sua filmografia. Il subconscio e il piano onirico che vanno oltre la dimensione reale sono già stati elementi presenti nelle 2 stagioni originali con i sogni di Cooper della Red Room all’interno della Loggia Nera e i messaggi del Gigante. Sin da allora, però, il piano onirico è sempre stato un’influenza verso quello reale. Seguendo questo discorso, il tutto porta infatti a una delle interpretazioni di questo finale.

We are living inside a dream“. Si tratta di una faccenda molto simile al Mago di Oz. Il sognatore è proprio Richard (Kyle Maclachlan). Tutto Twin Peaks è stato solo un prodotto del suo subconscio, in particolar modo Dale Cooper: è un uomo perfetto, troppo per essere vero ed è ciò che lui ha sempre desiderato essere. Dopo il risveglio scopriamo che lui si chiama Richard, che è un agente dell’FBI non particolarmente eccellente e che a causa del suo comportamento schizofrenico Linda (Laura Dern) si è allontanata da lui. Inoltre non riesce nemmeno ad accettare la propria identità in quanto Richard. Riguardando la scena di sesso del finale, lei gli copre la faccia perché non ce la fa più a sopportare la sua vista e lei non sembra affatto che stia godendo appieno del momento. Anche nei comportamenti non ricorda per niente Cooper, ma sembra essere una via di mezzo tra lui e Mr. C.
Proprio come nel Mago di Oz, ognuno nella versione onirica di Twin Peaks è mitico ed è tutto ciò che non è nella realtà, che va a corrispondere ad un loro ego più scialbo, più banale, più normale.
Inoltre, nell’episodio 17, dopo che Bob è stato distrutto, il fatto che tutti i personaggi siano presenti nella stessa stanza e Cooper si rivolge a loro sperando di poterli rivedere di nuovo è abbastanza angosciante più che nostalgico, sopratutto perché quasi nessuno sembra dire nulla e stanno praticamente immobili. Cosa resa ancora più inquietante dal volto afflitto di Cooper in sovrimpressione che sussurra “We are living inside a dream“, come se avesse compreso di essere in mezzo ad un prodotto onirico.
In quanto a Mr. C e alle personalità multiple si tratta dell’es, io e super-io. Mr. C è alla base la personificazione dell’istinto e delle passioni, totalmente opposto al Cooper che abbiamo imparato a conoscere. Anche lo stesso Dougie Jones è rappresentabile come un’altra versione di sé stesso, che vive una vita troppo bella per essere vera. Il tutto rimane in coerenza con altri capitoli della filmografia Lynchiana, in cui più volte ha trattato di sdoppiamento della personalità.

E se invece fosse tutto un sogno di Laura Palmer (Sheryl Lee) in cui però l’eroe protagonista è Cooper? Dopo la sconfitta di Bob vediamo sempre più elementi che nella realtà non possono accadere: l’orologi bloccato con la lancetta che ritorna sempre alle 2:53 e lo schermo nero con tutti i protagonisti che se ne accorgono: il sogno sta crollando, per citare Inception. E poi ecco che solo Cooper, Diane e Gordon Cole si avviano verso un’ingresso secondario del The Dutchmen’s. Senza domande, senza spiegazione. Come in un sogno, si passa da uno scenario all’altro.

Sono moltissime le speculazioni, e sicuramente era questa l’intenzione di Lynch e Frost: dare una conclusione aperta lasciando al pubblico qualcosa di cui parlare nel tempo a venire.
Si tratta di una direzione più plausibile rispetto ad una razionale. In stile Doctor Who si può benissimo trattare di uno sfasamento temporale: Cooper ha cambiato il passato e così facendo ha stravolto il futuro. In questo modo, dando vita ad un mondo totalmente diverso in cui Twin Peaks non è la città che noi tutti ricordiamo, Laura Palmer in realtà si chiama Carrie Paige e Cooper e Diane sono Richard e Linda. Ma in questa visione il finale è totalmente aperto e lascia un presunto set-up per una ipotetica quarta stagione in cui, però, servirebbe un espediente di “reset” per rimettere le cose a posto. Ma poi? Che spazio avrebbe in questa versione la profetica frase detta da Monica Bellucci nel sogno di Cole?
Alcuni possono ritenere banale il fatto che si sia trattato tutto di una proiezione del subconscio di Richard/Cooper, ma l’ultimo episodio ha fatto in modo che il “risveglio” ci venga raccontato come un’esperienza piuttosto angosciante e tutt’altro che banale.

Non si sa se una quarta stagione sarà realtà. Durante un’intervista Kyle MacLachlan ha dichiarato che nemmeno lui sa quale può essere il destino di Twin Peaks o tanto meno di come effettivamente siano andate le cose nel finale. Non ci sono ancora piani per una quarta stagione.
E proprio come 26 anni fa, il sipario si chiude su una vista inquietante: i titoli di coda scorrono davanti alla faccia sconcertata di Cooper mentre Laura gli sussurra qualcosa all’orecchio. “Chi ha ucciso Laura Palmer?” è diventato “Cosa ha sussurrato Laura Palmer?“.