Bill…if you come with me… you’ll float too

Ci troviamo ancora di fronte ad un nuovo adattamento di un media che già in passato ha avuto modo di entrare nell’immaginario collettivo. Per fare un esempio molto recente: Blade Runner 2049. I pregiudizi che hanno impedito alla gente di andare al cinema a guardare il film sono legati ai valori affettivi e i ricordi impressi nel primo Blade Runner diretto da Ridley Scott… e a dirla tutta ciò è stata la causa primaria del flop al botteghino che è stato 2049. Anche nel caso di It la situazione non è troppo differente, ma stavolta c’è un altro dettaglio molto, molto grosso che la gente tende ad ignorare: la mini-serie originale di It (perché sì, non era un film!) del 1990 è un falso-mito. Non particolarmente fedele al romanzo omonimo di Stephen King, invecchiata malissimo e il Pennywise di Tim Curry è col tempo diventato piuttosto ridicolo. Sin da quando uscì il primo trailer di questo riadattamento ci sono stati i “Vade retro!!!” da parte di quella fetta di pubblico che ha ancora nella mente l’It del 1990, convinti che l’unico vero Pennywise sia quello di Curry, pur non avendo nemmeno letto il libro. Soggettivamente ci può stare, ma oggettivamente non è difendibile una cosa del genere: bastano le giuste basi e lo si fa crollare come un castello di carte. Perciò, ben venga un nuovo adattamento.

Essendo basato su un romanzo di Stephen King, il timore di trovarsi di fronte all’ennesima mediocrità era assai presente. Negli anni ci sono state più trashate che capolavori tratti dai suoi lavori e considerando che siamo di fronte a uno dei più amati il rischio era ancora più alto. Il film di Andrés Muschietti (prodotto, tra l’altro, dalla sorella Barbara) si avvicina all’It Cartaceo, molto di più rispetto alla mini-serie. Il problema che però sembra che molti non riescano a capire è che non sempre ciò che funziona sulla carta può funzionare anche sullo schermo. Spesso capita che cose che sono trattate in maniera incredibile nei libri, al cinema possano risultare ridimensionate o talvolta ridicole. In questo caso, stiamo parlando della metà (circa 650 pagine) di un romanzo di oltre 1100 pagine. Perciò per ovvi motivi è  stato inevitabile che delle scene o situazioni non ce l’abbiano fatta ad essere incluse nel montaggio finale. Mentre il pubblico più intransigente già si sta facendo sentire con “manca questa scena, questa e quest’altra!!“, ciò che abbiamo avuto è assai buono.

Il Club dei Perdenti nell’ultima parte del film

Se il libro era ambientato negli anni ’50, il film sposta il tutto negli anni ’80. Uno dei pregi di questo cambio riguarda l’evitato exploitation dei vari brand, film, marchi e media di quell’epoca: se guardiamo, per esempio, anche semplicemente a Stranger Things, i fan-service di questo genere sono tantissimi, a tal punto da crescere a noia. It ha evitato di fare questa figura, specialmente perché non è su questo che il film vuole che il pubblico si concentri. Ce ne sono giusto un paio, come i New Kids On The Block e Street Fighter. Giusto nell’uso della colonna sonora troviamo più riferimenti, ma qui è il caso di sottolineare un’esagerazione: alcune delle canzoni sono presenti dove non dovrebbero, specialmente nella scena in cui i bambini puliscono il bagno dal lago di sangue che rende la sequenza abbastanza fuori tono.
Altre situazioni che purtroppo non sono state gestite al meglio come la decisione di tagliare determinate scene (si percepisce che manca qualche scena qua e là… e no, quella scena non è stata inserita nel film perché avrebbe creato molto scalpore), sono bilanciate da scelte registiche e di sceneggiatura che funzionano molto bene. Per esempio, l’utilizzo dei palloncini (celebre oggetto di scherno nella vecchia recensione del Nostalgia Critic di It del 1990) ora è finalmente giustificato. Ora sono inquietanti perché sono un set-up per un qualcosa di spaventoso che accadrà subito dopo e non più una comparsata casuale ogni tot. A proposito delle scene tagliate: è stata annunciata l’edizione estesa in home video con 15 minuti di scene in più. Tra queste, ci sarà modo di approfondire il rapporto tra il bullo Harry Bowers e suo padre. Dal film si percepiva che c’era qualcos’altro sotto, cosa che andrà poi a dare maggior peso all’insano gesto nei confronti dell’adulto. Non dovremo far altro che aspettare.

Una cosa che il pubblico tende a dimenticare è che It non è esattamente un horror: si tratta di una storia di formazione, un passaggio dall’età bambina all’età adulta e del superamento delle paure infantili e convinzioni che, una volta raggiunta la maturità, non significano più nulla. L’attenzione del film è infatti spesso rivolta al legame tra i vari bambini e funziona piuttosto bene, nonostante alcuni siano più memorabili rispetto ad altri (è normale, considerando che sia un film corale). Eppure, ogni singolo membro del club dei Perdenti riesce ad avere caratteri distintivi e in questo i giovani attori sono stati davvero bravi. Purtroppo in italiano il doppiaggio ha qualche difetto per alcuni di loro, specie con voci che non si addicono ai personaggi; questo It sarebbe da guardare in lingua originale anche solo per il Pennywise di Bill Skarsgård (non è un discorso contro il doppiaggio in generale, anzi, ndr.).

Ora il tasto dolente: il Pennywise di Skarsgård o il Pennywise di Curry? La miniserie di It del ’90 a livello qualitativo non è tutto sto gran ché, unanimemente la prima parte è considerata migliore della seconda e a distanza di anni è invecchiata molto male, ma aveva Tim Curry a risollevare la situazione. La sua interpretazione era molto goliardica, spesso sopra le righe, ma si allontanava gran tanto dalla versione cartacea. Ora, è lecitissimo dire che la versione di Skarsgård sorpassa quella di Curry sopratutto per la fedeltà. Sin da quando uscirono le prime foto dell’attore in costume volarono le critiche come “è troppo inquietante! Non riuscirebbe ad adescare i bambini”. Big reveal, ragazzi: non sono i bambini a dover andare da Pennywise… è Pennywise che va dai bambini! It è una creatura mutaforma che assume le peggiori paure dei bambini proprio per spaventarli perché, in parole povere, arricchisce il loro sapore. L’idea che debba essere un pagliaccio che li deve adescare è frutto della fama della mini-serie.

In certi momenti il Pennywise di Skarsgård piomba nel grottesco, a partire dal suo costume dallo stile ottocentesco. Il momento, osannato nei meme, in cui balla per spaventare Beverly ma mentre il suo corpo si muove la sua testa rimane ferma di base dovrebbe suscitare divertimento, ma proprio perché il capo rimane fermo rende il tutto inquietante. Vero, non si risparmiano i jumpscare nemmeno in questo film, ma sono utilizzati in maniera migliore rispetto alla maggior parte degli horror degli ultimi anni. Per esempio, a differenza del remake di Nightmare di qualche anno fa, che si basava principalmente sui jumpscare, in It vengono costruiti scenari piuttosto inquietanti come alternativa e la cosa è molto gradita. A volta funzionano, a volte non troppo: il budget per questo film non è altissimo (35 milioni di dollari, che per un film di tale portata è poco) e a quanto pare nemmeno la Warner Bros sessa ci credeva troppo in questo progetto; in luogo di ciò, la CGI in alcuni momenti non è esattamente il massimo. Si nota parecchio, in effetti, ma è qualcosa a cui si può passare sopra, tranne quando è utilizzata molto bene ed è più facile individuarla quando è usata in maniera meno migliore.

In conclusione, It (2017) è un buon film. Non è di certo un capolavoro, per i vari motivi sopra citati, ma rimane comunque un film che vale la pena guardare. Tra il mare di adattamenti basati su un romanzo, uno che si meritava una seconda opportunità era proprio questo. Ora non dovremo far altro che aspettare It: Chapter Two, in uscita a settembre 2019, di cui già si stanno facendo i fantacasting con una rumoreggiata Jessica Chastain nei panni di Beverly adulta. Speriamo solo che non faccia la fine della mini-serie in cui la seconda parte è peggiore della prima. Ad ogni modo, questa può rappresentare una buona occasione di leggere nuovamente il libro di Stephen King o comunque di scoprirlo per chi ancora non lo avesse fatto.