Parlare di questo film non sarà facile. Di solito se un film è bello si elencano i lati positivi, elogiandolo. Se altrimenti è brutto è normale sottolinearne i difetti e spiegando perché non è un gran film. Per quanto riguarda le trasposizioni cinematografiche da film d’animazione o videogiochi che sono entrati nell’immaginario collettivo come mostri sacri, la cosa è ancora più semplice dato che è assai raro che venga fuori un buon film. Sono anni che un live action su Ghost In The Shell è in cantiere e puntualmente soppresso o rimandato, qui trovate la nostra recensione del lungometraggio d’animazione originale del 1995. Si tratta di un mostro sacro della fantascienza in quanto ha plasmato molti concetti filosofici e fantascientifici riproposti in seguito nei film a venire, non sorprende, dunque, che i fan desiderino sin da allora una trasposizione sul grande schermo. E un paio di anni fa il film è stato annunciato, facendo parlare di sé sin da allora. In primis a causa del regista: un film con una complessità del genere lo hanno dato ad un regista, Rupert Sanders, che ha fatto solo un film prima di questo, ossia Biancaneve e il Cacciatore, che ha avuto una scarsa accoglienza, per dirlo gentilmente. Qualcuno con un po’ più di esperienza sarebbe stato gradito (personalmente l’avrei affidato anche a Joseph Kosinski, ndr.), ma le polemiche più grandi sono sorte al momento dell’annuncio dell’attrice protagonista: Scarlett Johansson avrebbe interpretato il Maggiore e tutti a gridare al whitewashing (non fan compresi).

I rischi per poter far uscire un film piuttosto brutto c’erano tutti. Ghost In The Shell (2017) è davvero il disastro che sembrava?

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Il processo di creazione del Maggiore, come molte altre scene cult, è assai simile all’originale

 

Trarre un film live action su Ghost In The Shell non è facile. Come già detto anche nella recensione sopra citata, ci sono molteplici riferimenti filosofici che pongono il pubblico davanti a interrogativi riguardo a cosa renda unica l’anima o comunque rifacendosi al “Penso, dunque sono” di Cartesio. Allo stesso tempo, realizzare un buon film appetibile sia dai fan, sia dal grande pubblico non è un’impresa che può portare risultati soddisfacenti sopratutto per gli affezionati. Ma occorre andare con ordine.

Partendo dalla stessa Scarlett Johansson, lei ha svolto un compito piuttosto decente. Pur staccandosi dalla Motoko Kusanagi originale, il suo è un Maggiore sì freddo, ma a tratti diffidente. Sfortunatamente tutti i monologhi che caratterizzavano la cyborg nel film d’animazione originale qui non vi sono. Il Maggiore della Johansson in un certo senso assomiglia ad un personaggio da lei stessa interpretato in un film intitolato Under The Skin (2013) in determinate pose e movenze. Il fatto che stia interpretando un robot o comunque un non umano lo si può riscontrare nella sua postura molto meno curata rispetto a quando riveste i panni della Vedova Nera nei film Marvel. Non si tratta comunque del ruolo della sua vita, non c’è la sensazione che fa dire “Lei è perfetta per il ruolo! Non potevano darlo a nessun’altro!“. Senza lode e senza infamia. Poi la questione del whitewashing è valida solo fino ad un certo punto: è anche vero che si tratta di un corpo robotico, quindi ci potrebbe anche stare, ma in realtà il motivo c’è…

[SPOILER]

..in quanto quelli della Hanka Robotics hanno alterato i suoi ricordi, andando quindi a modificare la storia originale, di modo che la sua vera identità è proprio Motoko Kusanagi (il cervello è preso direttamente dal suo corpo umano e inserito in un corpo robotico), ma plasmandola una sorta di marionetta proprio per ottenere un “soldato perfetto” per la Sezione 9. Si tratta di una mossa particolare, che ha dato tutt’altro aspetto al film ed è una cosa che ai fan potrebbe o far storcere il naso o accettare la situazione.

[FINE SPOILER]

Era impossibile che venisse fuori una cosa del tutto simile all’originale (sopratutto per via delle premesse), ma con molta probabilità dei dialoghi più approfonditi sarebbe risultato tutto migliore. Certi scambi di battute non sono particolarmente brillanti, con nessun personaggio escluso. Batou incluso (altra scelta del cast discutibile, personalmente, ndr,), molti elementi del suo personaggio sono ripresi dai film (sopratutto L’Attacco dei Cyborg) ma ancora non è abbastanza “Batou”. Ciò anzi verrebbe da dire per tutto il film: il Maggiore non è abbastanza il Maggore, Batou non è abbastanza Batou, Ghost In The Shell non è abbastanza Ghost In The Shell ecc.

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Il film ha dei lati positivi. Per quanto riguarda la costruzione della città, si è optato per un’ambientazione cyberpunk su più livelli: riecheggiando Blade Runner di Ridley Scott, la città è suddivisa nell’area principale con palazzi enormi, proiezioni olografiche in ogni dove (avrei voluto mettere in pausa per poterli ammirare tutti quanti in ogni inquadratura, ndr.) realizzati piuttosto bene. Mentre, allo stesso tempo, vi sono i sobborghi composti da palazzi decadenti, vicoli stretti e luridi che vanno ad enfatizzare il fatto che si tratta di un posto multirazziale e allo stesso tempo abitato da diverse classi sociali. La computer grafica è stata usata in maniera massiva e piuttosto bene; le sequenze in cui il Maggiore diventa invisibile sono realizzate decentemente, pur lasciando uno spettro visivo come riferimento per gli spettatori, contrariamente al film originale. In generale gli effetti, sia visivi sia speciali, sono utilizzati bene. Solo in alcune situazioni la CGI creata per far compiere acrobazie o movimenti fuori dal comune ai personaggi (sopratutto nella parte finale) si nota palesemente e appare meno curata rispetto ad altre situazioni.
Dunque a livello estetico il film è eccellente, un bell’involucro, ma con poca anima.

I concetti filosofici purtroppo sono stati semplificati. Se nel film d’animazione il pensiero alla base è “Penso, dunque sono“, qui siamo passati a “Chi sono io?“, che ok, interrogarsi sulla persona e sull’identità dell’individuo può sbocciare in situazioni interessanti… solo che non accade. Nel film originale i dialoghi erano alla base, diventando i messaggeri dei concetti ed è grazie ad essi che i personaggi erano molto più approfonditi (come ogni film che si rispetti). Qui purtroppo anche nelle scene riprese dal film originale (contestualizzate) i dialoghi sono stati sintetizzati e non si coglie abbastanza: si sente che avrebbero potuto dire molto di più, lo si vede in faccia che potevano dargli due battute in più (sopratutto nella scena della barca sul fiume).
Il problema sta alla base del progetto: rendere  il tutto appetibile sia dal pubblico medio, sia agli appassionati.
Il titolo stesso “Ghost In The Shell” era una sintesi filosofica di tutto il contenuto, ma non ci veniva rimarcato troppo sopra: certo, veniva esplicitata la presenza di uno “spirito”, ma qui purtroppo c’è da incolpare l’adattamento italiano che, considerando stupidi gli spettatori, ha dovuto lasciare pari pari i termini “Ghost” e “Shell” per far capire al pubblico il nesso col titolo. E il risultato è un film d’intrattenimento con qualche accenno della filosofia che distingueva l’originale.

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Anche il Burattinaio ha subito uno stravolgimento e, onestamente, meno interessante. Ma a tratti rimane lo stesso personaggio.

Cos’è che avrebbero invece potuto fare per poter rendere il film migliore dal punto di vista della sua natura? Al di là dell’approfondire e sfruttare meglio i dialoghi (anche Blade Runner era per un grande pubblico, eppure non si sono limitati a fare un film d’azione), avrebbero potuto prendere in considerazione l’idea di fare una trasposizione shot by shot. Certo, il film originale dura poco più di un’ora, ma con un sapiente utilizzo di riprese prolungate e un montaggio idoneo al genere (il montaggio è assai importante per come il ritmo del film arrivi allo spettatore, ndr.). Ci sarebbero stati ovviamente pareri contrastanti all’idea, ma ci sono stati degli esempi di shot by shot che al pubblico sono andati bene: uno tra tutti Watchmen. Pur non essendo esattamente shot by shot, ma un grandissimo numero di scene sono rifatte tali e quali al graphic novel originale.

In conclusione, c’era il rischio che sarebbe potuto venire fuori un mero film tamarro solo con effettoni, ma ciò che abbiamo di fronte è tutt’altro. Certo, affidare un progetto simile ad un regista con più esperienza alle spalle sarebbe stata una scelta migliore, ma in fin dei conti Rupert Sanders non ha svolto un lavoro pessimo, però nemmeno si può dire che abbia svolto un lavoro magistrale. Per certi progetti bisogna valutare sempre questo elemento.
Ghost In The Shell (2017) è un film dall’estetica incredibile, ma con poca sostanza vera e propria. Non è da buttare, ma non è nemmeno un gran film; non è un film nella media, qualcosa di più ma con dei difetti.