Nel lontano 2013 il canale televisivo britannico ITV ha mandato in onda la prima stagione di Broadchurch. La serie televisiva ideata e realizzata da Chris Chibnall ha avuto reazioni più che positive, tanto che nel tempo è diventata la serie più vista del canale. La storia non è nulla di nuovo: un omicidio in prima serata avvenuto in una piccola città che viene scossa dal fatto e in cui tutti hanno qualcosa da nascondere, un detective che viene da un’altra città e una famiglia a pezzi. Un Twin Peaks in salsa inglese che non si avvale dell’elemento sovrannaturale tipico di Lynch e delle forzature comiche che hanno caratterizzato la suddetta. Con sole 8 puntate è riuscita a raccontare un giallo con successo e la formula è rimasta invariata anche per le stagioni successive: far creare teorie e ipotesi allo spettatore per poi demolirle totalmente mostrando ciò che è successo realmente.
Broadchurch è stata poi rinnovata per una seconda stagione (2015) che ha avuto dei lati positivi ma anche dei lati negativi, non riscuotendo lo stesso successo della precedente. Vuoi per la storia che forse era troppo complessa e alcuni personaggi non hanno ricevuto abbastanza spazio rispetto ad altri, il tutto è stato sufficiente a rinnovare la serie per una terza ed ultima stagione.

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La terza è la stagione con il maggior numero di personaggi relativi alla storia o al caso.

Che questo sarebbe stata l’ultimo atto è stato confermato dallo stesso Chris Chibnall sin dai primi stadi della creazione. Poco dopo, infatti, uscì la notizia che lui avrebbe sostituito Steven Moffat come showrunner della celebre serie della BBC Doctor Who a partire dal 2018. Gestire due serie di tale calibro non è un’impresa facile, sopratutto se consideriamo ciò l’operato di Moffat per quanto riguarda Doctor Who e Sherlock. La decisione di terminarne una per poi occuparsi di un’altra è stata una saggia decisione.

Per la terza stagione si è optato per un caso interamente nuovo e per quanto possibile slegato da quelli riguardanti le due stagioni precedenti. L’audacia è notevole, dato che al centro c’è uno stupro. Non è un argomento semplice e trattarne nelle serie televisive o film è arduo perché si tratta di una cosa difficile da rendere senza banalizzare il tutto. Ancora una volta la serie coglie nel segno di mostrarsi un prodotto totalmente diverso dagli standard americani: contrariamente alle serie tv provenienti dagli USA in cui gli attori sono spesso e volentieri bei volti per rimarcare il fattore “bellezza iconica”, nella piccola cittadina di Broadchurch gli attori hanno tutti dei volti normali, molto più vicini agli standard quotidiani. E in questa terza stagione questa qualità coglie nel segno ben 2 volte: la vittima è Trish Winterman (Julie Hesmondhalgh), una donna di mezza età, ex-moglie e con una figlia e non particolarmente attraente. Lo stupro di una donna matura può accadere, anche se se ne parla poco e la serie lo rimarca diffondendo inoltre il messaggio che lo stupro è sbagliato a prescindere, che non esiste il “se l’è cercata“.
L’avvenimento causa un’atmosfera di paranoia in tutta la cittadina e numerose sono le scene in cui ciò si manifesta: una è quando Ellie Miller (Olivia Colman) sta tornando a casa di notte e una figura cammina nella sua direzione, pur essendo solo un passante col cane. Questa stagione è riuscita a trattare l’argomento in maniera molto cauta ma senza essere troppo superficiali a riguardo.

Il caso è stato forse il più complesso della trilogia: dato che lo stupro è avvenuto durante una festa, i sospettati sono stati molteplici, le prove e gli oggetti usati erano riconducibili a più soggetti e naturalmente durante gli episodi le teorie su chi potesse essere il colpevole si sono fatte sentire. Contrariamente alla seconda stagione, in cui i colpevoli erano tutti e il colpo di scena riguardava come è avvenuto il tutto, stavolta si è tornati allo stile della prima stagione, con un plot twist ben piazzato che dimostra che lo stupro non è avvenuto come lo si poteva immaginare.

[SPOILER]
Lungo l’arco degli episodi era sempre più chiaro che si trattasse di uno stupratore seriale, ma il caso Winterman è stato particolare: il fatto che a commettere lo stupro sia stato un sedicenne costretto contro la sua volontà dallo stupratore stesso (uno psicopatico vero e proprio) mostra quanto possa essere brutale la questione.

[FINE SPOILER]

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Essendo questa terza stagione la conclusiva, abbiamo assistito alla chiusura di diverse storyline, sopratutto quella della famiglia Latimer. Li ritroviamo separati, con Mark (Andrew Buchanan) che non ha ancora superato la perdita del figlio Danny, mentre Beth (Jodie Witthaker) vuole a tutti i costi andare avanti, mettendo in ombra questo aspetto del compagno. Dedicato proprio a Mark è infatti l’episodio 6, uno dei più belli della stagione, dove è disposto a tutto pur di arrivare a far luce sulla morte del figlio ma il culmine viene raggiunto semplicemente da una conversazione che non manca di suscitare emozioni nello spettatore. Una scelta forse troppo azzardata è stata rimediare al cliffhanger dell’episodio annullandolo, in modo da riservare un finale forse troppo aperto al personaggio.
Tra Alec Hardy (David Tennant) e Ellie Miller (Olivia Colman), lei è quella che risente di più delle due stagioni precedenti. La circolazione di materiale pornografico tra i giovani a scuola, e di cui suo figlio Tom in persona usufruisce, provoca in lei reazioni legate al ricordo delle azioni commesse da Joe nella prima stagione e dell’odio misto a vergogna che prova nei confronti di lui. Dall’altra parte Alec Hardy si è stabilito a Broadchurch con la figlia per cercare di riconciliarsi con lei, ma anche quest’ultima finisce per essere vittima di un episodio di bullismo che onestamente non era indispensabile. Se ne poteva fare a meno, perché è poco approfondito, ma ciò favorisce lo sviluppo dell’atmosfera paranoica sopra citata.

Vediamo anche gli altri personaggi della cittadina arrivare alla conclusione delle loro storyline con una fine inevitabile: la rovina dovuta all’assenza del progresso. Broadchurch è una piccolissima città e non offre chissà quali possibilità di sostentamento, essendo rimasta legata alle radici senza che il progresso possa garantire un futuro stabile (provenendo io stesso da una piccola città, vi posso assicurare che è esattamente così che succede, ndr.) è naturale che questi personaggi decidano di mollare e andarsene.
Purtroppo alcuni sono stati poco sfruttati e altri quasi del tutto assenti: il povero Nigel Carter (Joe Sims) è comparso praticamente solo in una puntata e per poco meno di 5 minuti. La storia era già complicata di suo, includere altre scene con questi personaggi sarebbe risultato un filler, non essendo particolarmente attinenti al caso.

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Questa terza stagione di Broadchurch è stata una fonte di emozioni per varie ragioni. La più dolorosa è legata all’episodio finale, guardato con il cuore in gola sia per la risoluzione del caso sia con le lacrime agli occhi perché è stato l’ultimo episodio della serie. La fotografia ancora una volta è stata eccellente, con la bellissima ambientazione offerta dalla baia Harbour Cliff nel Dorset e l’atmosfera da piccola città idilliaca non priva di segreti. La colonna sonora, ancora composta da Ólafur Arnalds, è di un sublime unico che aiuta l’immersione in ovunque è presente e le note della canzone finale Take My Leave of You (proprio come So Close e So Far, realizzata apposta per la corrispettiva stagione) durante un ultima scena con protagonisti Hardy e Miller che si danno appuntamento al giorno seguente danno al tutto un tono ancora più malinconico.
Di serie come questa raramente ne fanno e purtroppo le imitazioni non tardano ad arrivare (oltre al mediocre remake americano “Gracepoint“, è in arrivo quello francese “Malaterra“), ma è stato un bel viaggio finché è durato.