Ormai è consuetudine che qui in Italia i lungometraggi d’animazione giapponesi (sopratutto quelli dello Studio Ghibli) ricevano una distribuzione particolare. Che si tratti di capolavori o meno, vengono distribuiti solo per pochi giorni nelle sale cinematografiche andando a creare un vero e proprio evento. Stavolta la situazione è più particolare: dato il grandissimo successo di pubblico, critica e incassi (sempre maggiori qui in Italia) il film è stato riproposto già due volte nelle sale. Stiamo ovviamente parlando di Your Name., ultimo lavoro di Makoto Shinkai che sta facendo parecchio parlare di sé. In occasione di una terza proiezione nelle sale il 14 Febbraio, vi presentiamo la nostra recensione.

Il seguente articolo contiene spoiler, vi consigliamo di proseguire la lettura con discrezione.

Pur non trattandosi di un film dello Studio Ghibli, il film ha riscosso un gran successo. La storia, ben curata, in fin dei conti ha come base un pensiero che tutti abbiamo avuto almeno una volta nella vita: “Se fossi nato maschio/femmina…“. Ciò rappresenta il motore del film, che sboccia nelle vite dei due protagonisti Taki e Mitsuha. Ci vengono mostrati singolarmente gli aspetti delle loro quotidianità in tutte le sfaccettature, dalle cose belle alle cose noiose. Sembra quasi come la prima strofa della canzone dei Journey “Don’t Stop Believing“, con un ragazzo di città e una ragazza cresciuta in un piccolo paesino che prendono un treno e casualmente si incontrano. L’escamotage per esplorare le loro vite è rappresentato dallo scambio dei corpi tramite il sogno e la successiva amnesia (raramente ci ricordiamo per filo e per segno cosa abbiamo sognato la notte precedente) inserisce i personaggi nell’imbarazzo generale causato dai problemi dell’altro/a. La genialità però sta nell’ambientare il tutto in due linee temporali diverse, pur mettendoci al corrente solo a metà film, dando allo spettatore quell’elemento di suspense necessario per proseguire nella visione, volenterosi di scoprire come andrà a finire la storia considerando pure la catastrofe rappresentata dalla cometa.

La fine del film è un crescendo di attesa dell’incontro dei due, che avverrà facendo letteralmente esplodere il cuore dello spettatore che, sicuramente, ripete fra sé e sé: “Incontratevi adesso!“. Il finale è la vera e degna conclusione che il film e i protagonisti meritano dopo tutte le vicende catastrofiche accadute durante la vicenda.

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Occorre inoltre lodare Your Name. anche per la caratterizzazione dei personaggi. Oltre ai due protagonisti, ci sono i rispettivi amici e parenti ognuno caratterizzato lo stretto indispensabile. Da parte di Mitsuha, ad esempio, ci sono i due compagni di classe: mentre l’una è ferma, realista e con i piedi per terra, lui le si contrappone per il suo disinteressamento e poca fiducia nel futuro.
I protagonisti stessi sono ben caratterizzati e con un background che ne connota il carattere. Mitsuha è una studentessa di un piccolo paesino, infelice della propria vita nella monotonia di Itomori che desidererebbe poter andare a Tokyo, ancorata però dalle sue radici rappresentate dal padre che a seguito della morte della moglie ha deciso di dedicarsi alla politica e dalle antiche tradizioni rappresentate dalla nonna. Dall’altra parte invece Taki è uno studente di Tokyo, appassionato di arte che pur vivendo nella metropoli, in contrapposizione con la ruralità di Itomori, sente il bisogno di trovare qualcuno o qualcosa per poter rendere la sua vita più completa. Gli impulsi di entrambi fungeranno da spinta a volersi finalmente incontrare dopo svariati sogni e scambi di vite.

Un’ulteriore tematica che sembra ricorrere in Your Name. oltre alle suddette è quella del Filo Rosso del destino. Nella leggenda orientale, fin dalla nascita una persona è legata all’anima gemella da questo filo rosso che ne rappresenta il vincolo e i due sono destinati a incontrarsi e sposarsi. Nel film vediamo che Mitsuha si lega i capelli con un nastro dal colore rosso o rosso chiaro e in alcune sequenze (spesso durante le canzoni che intervallano il film, altro tocco molto particolare) vediamo le figure dei due protagonisti venire “collegati” dal suddetto nastro, proprio come a voler rappresentare il Filo Rosso della leggenda.
Il tutto viene riassunto brevemente dal regista stesso in un intervento che precede il film: Shinkai spiega come desideri scaldare il cuore dello spettatore con il film e la tematica che esso promulga, ovvero, il fatto che, da qualche parte, esiste una persona perfettamente compatibile e che, in una visione assolutamente romantica e ottimistica, è destinata a congiungersi con l’anima gemella, come se vi fosse un reale filo rosso che che ci guida verso l’anima gemella.

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Tuttavia, il confronto con lo Studio Ghibli, e in particolar modo con Hayao Myazaki, diventa inevitabile e a tratti naturale, in quanto auctoritas dell’animazione nipponica. Sebbene, da un lato, possiamo confrontare la realizzazione tecnica, ineccepibile in entrambi i casi, non si può certo fare un paragone con le tematiche trattate e, soprattutto, con l’atmosfera e il senso generale che permeano le produzioni di questi colossi dell’animazione orientale. Con ciò non si intende sminuire l’operato di Myazaki piuttosto che di Shinkai, bensì si intende dire che, alla radice, si tratta di film con obiettivi e, soprattutto, atmosfere totalmente differenti. In un Myazaki riconosciamo sempre un senso morale o educativo: basti pensare a “La Città Incantata“, che si preoccupa di rappresentare la difficoltà di un individuo che entra all’improvviso nel mondo adulto, un mondo eccessivamente materialista, privo di valori spirituali, egoista, frenetico, caotico e insensibile all’impatto ambientale che provoca. Inoltre, nelle animazioni di Myazaki, si percepisce sempre un senso di nostalgia forte e pungente che deriva dalla scelta dei colori dell’ambiente, sempre oculata, e dall’animazione che non accenna a cedere all’utilizzo di strumenti digitali in maniera eccessiva. Shinkai, invece, tende a rendere le sue produzioni più incentrate sull’evocare sensazioni ed emozioni, dando al film un’intenzione e non un messaggio, che, poi, lo spettatore può cogliere o non cogliere, accettare o non accettare. L’utilizzo dei colori in Shinkai, invece, mira più a creare un ambiente onirico e idilliaco, in linea con il tema centrale del film, ovvero i sogni: colori brillanti, con molti riflessi di luce ben resi che aumentano la luminosità delle inquadrature. Un plauso particolare alla realizzazione dell’acqua che, questa volta, ha raggiunto livelli impressionanti, difficili da raggiungere senza l’aiuto di qualche mezzo tecnologico. Inoltre, come chicca finale, Shinkai ha voluto inserire il nome della sua opera immediatamente precedente a Your name., Il Giardino delle Parole, come nome del ristorante in cui lavora Taki.

In conclusione, tutti i membri dello staff, non solo noi recensori, abbiamo apprezzato molto Your Name. (Kimi No Na Wa. in lingua originale) soprattutto perché il film raggiunge gli obiettivi che lo stesso regista Makoto Shinkai prefissa nel suo intervento prima del film. Il giudizio finale è dunque molto positivo e vi consigliamo quindi di recuperarlo il prima possibile.

A cura di Stefano Sacchi e Giulio Bruschini