Se al giorno d’oggi parlare di fantascienza non è facile, figuriamoci di Star Wars da qualche anno a questa parte. Se con Star Wars: Il Risveglio Della Forza grossomodo avevamo un’idea di cosa aspettarci prima di guardare il film, con Rogue One è stato un vero e proprio salto nel buio. Si, sapevamo che avrebbe raccontato dei ribelli che hanno rubato i piani della Morte Nera, ma per il resto nada. Il primo e vero spin-off  in live action della Star Wars Anthology ci avrebbe portato oltre i jedi, oltre la caduta della repubblica.

Rogue One – A Star Wars Story ci porta direttamente in mezzo alla guerra, in quel futuro rozzo e sporco che abbiamo potuto ammirare nella prima trilogia. In quest’ultima l’impero ci è sempre stato presentato come antagonista, ma a parte distruggere Alderaan non si vede mai compiere spietate azioni belliche o comunque mostrarci l’oppressione che rappresenta nella galassia. Rogue One si può infatti considerare a tutti gli effetti un film di guerra. La scelta di questo genere impone un contenuto più maturo, diverso da ciò cui abbiamo assistito nella saga cinematografica. Si tratta di un film assai differente da Episodio VII. Anzi, per certi aspetti è ancora più “Star Wars” di quest’ultimo: propone una storia trapelando nel nuovo, ma rispettando l’ambientazione passata. Nella sua maturità non si tratta di una semplice pellicola Disney. Anzi, non c’è nemmeno quella tipica comicitá marcata Disney che può infastidire un pubblico più cresciuto. Basta guardare alcuni esempi nei film Marvel per capire. Ci sono dei momenti di umorismo, ma è ben lontano dal puerile tipico dei suddetti, che aiuta a spezzare la tensione senza esagerare in alcun modo.

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K-2SO, droide di sicurezza imperiale catturato e riprogrammato da Cassian Andor. Nei suoi comportamenti e modi di dire somiglia all’androide Marvin di Guida Galattica Per Gli Autostoppisti

Per quanto i personaggi non abbiano un chissà quale approfondimento (si tratta pur sempre di un film d’intrattenimento), ognuno ha il suo scopo e ci viene spiegato chi è e da dove viene. Il loro background tuttavia viene esposto anche con delle semplici frasi; Cassian Andor (Diego Luna), per esempio, ha un carattere molto distaccato per buona parte del film, ma solo quando scopriamo cosa gli è accaduto i suoi comportamenti vengono giustificati.  Tutto il contrario di Episodio VII, di cui i personaggi sono tutt’ora ambigui. Ciò perché mentre “Il Risveglio della Forza” è stato scritto pensando ai sequel (“questo lo spiegherò più avanti”), Rogue One è un film stand-alone di cui non è previsto un seguito. Qui ognuno è caratterizzato il giusto, ma sarebbe piacevole se avessero approfondito un po’ di più alcuni altri. Per esempio, Chirrut Îmwe (Donnie Yen) e il suo amico Baze Malbus (Jiang Wen). Ok, uno è un monaco degli antichi templi sul pianeta Jedha senza più un vero e proprio scopo data la distruzione di questi e l’unica sua ancora è la fede nella Forza; l’altro è un guerriero/mercenario che ormai l’unica cosa che gli è rimasta è proteggere il suo amico Chirrut. Se avessero avuto più screen time non sarebbe stato male: sono personaggi più interessanti rispetto agli altri proprio perché la loro diversità li fa spiccare. Un dettaglio che non si può negare infatti al film è che ogni membro del team ha le proprie caratteristiche che lo distingue dall’altro, che siano esse sull’aspetto fisico o sul suo ruolo a bordo.

Dal lato dell’Impero invece abbiamo Orson Krennic (Ben Mendelsohn), personaggio di rilievo a bordo della Morte Nera, è a capo della sezione di ricerca e armi avanzate dell’Impero. Si tratta di un personaggio che (almeno personalmente, ndr) è stato più d’impatto rispetto a Kylo Ren. I suoi trascorsi con Galen Erso (Mads Mikkelsen) sono la prova che anche nell’efficiente perfezione utopistica dell’Impero ci sono dei sotterfugi. Il film infatti vede di rimediare ad un errore di ingenuità della sceneggiatura di “Star Wars Ep IV: Una Nuova Speranza” che al giorno d’oggi è decisamente ridicolo. Quando infatti è stato ripetuto in Ep VII un dettaglio simile è risultato molto ma molto bizzarro. Il messaggio di Galen Erso diretto alla ribellione è esattamente il motivo che spinge Jyn Erso (Felicity Jones) a compiere questo atto di vendetta nei confronti dell’impero. Si può considerare tale, pur sfruttando la ribellione. Difatti, le lamentele secondo cui si tratta di un personaggio bipolare sono piuttosto fuori luogo. Se prima a Jyn non importava nulla della ribellione è perché non aveva alcun motivo di aderirne. Si tratta di una donna rimasta orfana, abbandonata per 16 anni in cui ha dovuto badare a se stessa senza l’aiuto di Saw Guerrera (Forest Whitaker), un messaggio della figura paterna, ultima cosa rimastale della famiglia dato che la madre è stata uccisa davanti ai suoi occhi, il padre che lei credeva scomparso diviene il motore che la fa agire. Sia esso un voler compiere le ultime volontà di suo padre o sia esso un motivo di vendetta verso Krennic, dato che a quanto pare lo conosceva sin da piccola. Questa si chiama evoluzione del personaggio, non bipolarismo. Rey si può definire d’altra parte un personaggio assai più statico: per tutto Il Risveglio Della Forza lei era ostinata a voler tornare sul pianeta Jakku ad aspettare la manna dal cielo e solo a fine il suo punto di vista cambia con l’intento di cercare Luke Skywalker.

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Per quanto riguarda l’utilizzo della CGI, in questo film è stata usata sapientemente. Ovviamente, dove possibile, è stata evitata, infatti sono molteplici le scene in cui vengono solo utilizzate protesi ed effetti speciali tangibili (una tra tutte è l’intera sequenza dello scontro nella piazzola su Jedha dove intervengono Chirrut e Baze). Il fiore all’occhiello sono i componenti, monitor e tasti della Morte Nera, ricreati con i pulsantoni colorati tipici dei film originali. Per il resto invece la computer grafica è stata utilizzata sapientemente e molto bene. Le scene con gli AT-AT imperiali sono maestose grazie alla ormai esperta regia di Gareth Edwards con questo genere di situazioni: lui è infatti il regista di Monsters, un film del 2010 a basso budget che ha riscosso un gran successo, e inoltre del Godzilla di un paio di anni fa.
La computer grafica è inoltre stata utilizzata per ricreare digitalmente i volti di Peter Cushing, per poter riutilizzare il personaggio di Tarkin, e di Carrie Fisher alla fine del film per la giovane Principessa Leia. La stessa operazione era stata compiuta nel 2010 in TRON: Legacy per il volto di Jeff Bridges per il programma CLU 2.0 e non era andata affatto male. Inoltre c’è anche un ritorno di Darth Vader (doppiato dalle voci storiche sia inglese sia italiana) in più scene, tutte memorabili. Lui ovviamente non è onnipresente, ma comunque il suo tempo nel film è giusto così com’è.

Rogue One – A Star Wars Story rappresenta dunque un passo avanti rispetto a Il Risveglio Della Forza. Un’ancora di salvezza per quegli appassionati che sono rimasti sconfortati dalla visione di quest’ultimo. Un vero e proprio film di guerra in cui non vengono risparmiate scene più adulte rispetto ai canoni Disney e una visuale dalle trincee della Ribellione vs Impero. Leggermente frenetico nella prima parte, mentre dal ritmo più stabile nella seconda, si ricollega perfettamente ad Una Nuova Speranza andando a colmare dei vuoti. Il prossimo capitolo della serie Star Wars Anthology uscirà tra un paio d’anni, mentre l’anno prossimo ci aspetta Star Wars Ep VIII.